Riccardo Mannerini
un poeta cieco di rabbia

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Titolo un poeta cieco di rabbia
Autore Riccardo Mannerini
Genere Poesia      
Dedicato a
a Rita e Ugo
Pubblicata il 01/06/2004
Visite 26948
Scritta il 01/06/2004  
Punteggio Lettori 36
Editore liberodiscrivere - Studio64 srl Edizioni Genova
Collana Nuda Poesia  N.  1
ISBN 88-7388-045-2
Pagine 196
Prezzo Libro 13,00 € PayPal

"Riccardo Mannerini era un altro mio grande amico. Era quasi cieco perché quando navigava una caldaia gli era esplosa in faccia. E’ morto suicida, molti anni dopo…
Abbiamo scritto insieme il Cantico dei Drogati, che per me, che ero totalmente dipendente dall’alcool, ebbe un valore liberatorio, catartico. Però il testo non mi spaventava, anzi, ne ero compiaciuto.
E’ una reazione frequente tra i drogati quella di compiacersi del fatto di drogarsi. Io mi compiacevo di bere, anche perché grazie all’alcool la fantasia viaggiava sbrigliatissima."

Fabrizio de Andrè
“Come un’anomalia” , Einaudi, Torino 1999 Di un mondo inapparso e di un poeta che resta - di Mauro Macario



Riccardo Mannerini è una figura primaria della controcultura contemporanea, quella che non si riconosce nell’ufficialità blasonata di scrittori e intellettuali afflitti dalla sindrome del paggio e asserviti a un potere di cui traggono vantaggi interagendo con esso con dichiarata sudditanza. Questo compagno “con il pugno nell’utopico” (L. Ferré) che scompare in modo tragico suicidandosi nel 1980, è un poeta di grandezza stellare nel firmamento asfittico della poesia italiana, un artista ligure - nacque a Genova il 28 ottobre 1927 - che questa terra a volte intempestiva nel riconoscere i suoi figli più geniali ha il privilegio e l’occasione ora di collocare tra presente e futuro non con fossile catalogazione ma con orgoglio attivo. L’ottuso ritardo, l’indifferenza moralmente criminosa, l’archiviazione frettolosa, la mancata lungimiranza hanno provocato una sospensione valutativa e divulgativa della sua personalità caratterizzata da una viscerale veemenza e da una partecipazione accorata alle problematiche planetarie. Questo immaginario dolente ma reattivo si riflette pienamente nella sua opera raffinata e sanguigna ma ci vorrà del tempo e numerose iniziative a riguardo per risarcirlo di un destino a dir poco angolato che si è protratto ben oltre la sua esistenza; destino spesso rituale per quei talenti sommersi e “maudit” che prima di emergere in superficie devono - a causa di un contesto sociale sordo - annegare più volte nel mare del silenzio. Oggi, da quel silenzio forzato, ci giunge intatto e ancor più dirompente un grido altissimo di poesia civile e libertaria come non si riscontra nel nostro panorama nazional-glaciale così oscurantista nella sua aristocrazia elitaria e così asettico nel non sporcarsi le mani con il dolore tangibile del mondo fisico, preferendo astratte vie di fuga nel sublime celestiale, nell’enigmatismo formale e in una omologazione stilistica che unifica il linguaggio poetico corrente in un codice di scrittura collettiva ignorando l’individualità dei poeti sottomessi alle indicazioni estetiche dei clan letterari. Mannerini mi fa pensare all’insolenza provocatoria di Rimbaud, lo stesso istinto aggressivo nel ridiscutere e fare a pezzi le convenzioni dialettiche che stanno alla base del “savoir vivre” del consorzio umano anche lui rematore di un battello ebbro che nella furia vitalistica delle intemperie esistenziali vede e capta della vita la furia contraria, quella del potere repressivo e coercitivo, magari non a Charleville, non a Parigi ma nelle piazze di Genova all’epoca dei moti contro Tambroni e Scelba, vede e capta del mito americano il grugno bellicista di un militarismo invasivo che funge da avanguardia al più ampio e devastante disegno di dominio espansionistico di stampo imperialista, vede e capta la tragedia quotidiana del razzismo e dello sfruttamento nei confronti degli afro-americani, vede e capta la bellezza innovativa e catartica delle istanze giovanili protestatarie e pacifiste, vede e capta nell’anarchismo onirico e militante sia una valenza etica irrinunciabile, sia una pratica costante di comportamento nei rapporti interpersonali per reinventarli attraverso gli stilemi di una morale egualitaria. Di Piero Ciampi mi ricorda le impennate umorali imprevedibili, l’insofferenza ai codici euclidei dei sistemi vigenti, lo smarrimento interiore di chi non sa bene quale sia il suo posto nel mondo come cantava Luigi Tenco, suo autentico amico malgrado gli scontri ideologici che avvenivano tra quelle due personalità sempre tese nella ricerca propositiva di una società più giusta e vivibile. Mannerini mi riporta al vigore selvatico di John Fante e alla sua guerra privata a una ostilità quasi metaterrestre che li ridurrà entrambi ciechi. Fante per malattia, Mannerini a causa di un incidente in mare quando era marinaio. In rapida concatenazione mi sposta verso la tenera durezza di un Bukowski, che è la tenerezza del lupo, animale solitario ma leale. Di un Bukowski che lascia la lattina di birra qualunquista per quella molotov doc ’68 di versificazione incendiaria per un autofalò in cui, eretico errabondo, brucia nello stesso fuoco di un Giordano Bruno. La sua scrittura, semplice e diretta, non deve ingannare. E’ frutto di una meditata elaborazione i cui passaggi intermedi di costruzione senza dubbio gli saranno costati fatica, sudore e lacrime. D’altra parte lo stesso Pavese per giungere alla limpidezza musicale della sua poesia epico-narrativa deve averne attraversati di territori accidentati, non solo le sue amate Langhe. Forse con un po’ di azzardo e arbitrarietà lo si può individuare come un Ferlinghetti europeo o un Prevert americano ma al di là dei giochi interpretativi il linguaggio più vicino al suo lo ritrovo in Julian Beck e precisamente nella straordinaria poesia “Pinelli Baader Manifesto”. Mannerini poi, da illuminato poeta della modernità, amava in più occasioni far confluire il suo flusso creativo nella canzone senza discriminarla come arte minore. Di questa sua inclinazione fanno fede i testi scritti con l’amico Fabrizio De Andrè (amicizia che ebbe una durata limitata) per i New Trolls. Nacque così il mitico album “Senza orario senza bandiera” del ’68. Dopo scrisse, sempre con Faber, il “Cantico dei drogati” brano magistrale inserito in “Tutti morimmo a stento” opera abiurata da Fabrizio e che personalmente continuo a considerare tra le sue più alte. L’editore Tolozzi di Genova pubblicherà postumo nel 1980 un piccolo libro non a caso intitolato “Poesie da cantare”.Il presente volume, a carattere antologico è costituito da una scelta di poesie che partono dalla metà degli anni ’50 per giungere sino agli anni ’70. Venti anni in cui le zolle del mondo continuamente smosse e rimpastate diedero alla luce orrori e speranze. Speranze successivamente inabissate ma che videro per un lungo attimo “l’altra vita” per citare ancora Rimbaud e la videro come possibile, quasi a portata di mano, quasi a portata di utopia. Un libro quindi che permette finalmente una ricognizione significativa nel mondo inapparso di un poeta che resta. La fraternità spontanea è una relazione elettiva che fa da collante tra il poeta e il lettore, un patto di mutuo soccorso che si stipula a distanza il più delle volte senza neanche incontrarsi. Mannerini mi suscita questo senso struggente di fraternità, di comunione solidale, di genesi d’identità comune. Forse perché, in ultima analisi, appartiene a una razza - come canta Gaber - in via di estinzione. Un certo tipo di umanista allo sbando nel deserto etico della fine millennio o più semplicemente l’uomo incontaminato orfano di tutti e solo figlio della propria intransigenza così ben descritta e con poche parole lapidarie da Leo Ferré in una lontana intervista: “Ci sono due tipi di uomini al mondo, quelli che non si prostrano mai e... tutti gli altri”.



Mauro Macario

EROINA

Come potrò dire
a mia madre
che ho paura?
La vita,
il domani,
il dopodomani
e le altre albe
mi troveranno
a tremare
mentre
nel mio cervello
l’ottovolante della critica
ha rotto i freni
e il personale
è ubriaco.
Ho paura,
tanta paura,
e non c’è nascondiglio possibile
o rifugio sicuro.
Ho licenziato
Iddio
e buttato via una donna.
La mia patria
è come la mia intelligenza:
esiste, ma non la conosco.
Ho voluto
il vuoto.
Ho fatto
il vuoto.
Sono solo
e ho freddo
e gli altri nudi
ridono forte
mentre io striscio
verso un fuoco che non mi scalda.
Guardo avvilito
questo deserto
di grattacieli
e attonito
vedo sfilare
milioni di esseri di vetro.
Come potrò
dire a mia madre
che ho paura?
La vita,
il suo motivo,
e il cielo
e la terra
io non posso raggiungerli
e toccare…
Sono sospeso a un filo
che non esiste
e vivo la mia morte
come un anticipo terribile.
Mi è stato concesso
di non portare addosso
vermi
o lezzi o rosari.
Ho barattato
con una maledizione
vecchia ma in buono stato.
Fu un errore.
Non desto nemmeno
più la pietà
di una vergine e non posso
godere il dolore
di chi mi amava.
Se urlo chi sono,
dalla mia gola
escono deformati e trasformati
i suoni che vengono sentiti
come comuni discorsi.
Se scrivo il mio terrore,
chi lo legge teme di rivelarsi e fugge
per ritornare dopo aver comprato
del coraggio.
Solo quando
scadrà l’affitto
di questo corpo idiota
avrò un premio.
Sarò citato
di monito a coloro
che credono sia divertente
giocare a palla
col proprio cervello
riuscendo a lanciarlo
oltre la riga
che qualcuno ha tracciato
ai bordi dell’infinito.
Come potrò dire a mia madre
che ho paura?
Insegnami,
tu che mi ascolti,
un alfabeto diverso
da quello della mia vigliaccheria.


Testo successivamente rielaborato dall’Autore e da Fabrizio De André con il titolo “Cantico dei drogati” per l’album “Tutti morimmo a stento” del 1968 (n.d.c.).




IGNORE, GUARDAMI, IO SONO IRISH


Signore, sono qui, io sono Irish,
quello che non ha la bicicletta.
Tu lo sai che lavoro dai Lancaster
e che, a sera,
le mie reni non cantano.
Mi hai date tante cose belle
e il mio cuore le ha viste volentieri:
i boschi, le rose, la fratta,
i piccoli stagni dei cieli e la notte,
le labbra di Ester,
i suoi seni,
quei suoi impossibili occhi,
il sonno, il risveglio, il rumore
del fiume,
l’odore dei legni
duri…O mio Signore,
purtroppo c’è qualcosa che non va!
Io
che lavoro dai Lancaster,
dormo e mangio a trenta miglia
dalla chiesa di padre Enrico.
Come posso, o Signore,
santificare il tuo giorno?
I camion sono fermi,
le auto non passano,
ed io nel tuo giorno
sono stanco, Signore.
Trenta miglia più trenta
sono troppe a piedi ed Irish,
tu ricordi Signore,
non ha la bicicletta.
I passeri, gli scoiattoli, le lepri
gioiscono nel tuo giorno, io nò.
Non so più se io sono tuo figlio:
in quel giorno non vengo alla tua casa,
io non ti onoro; come posso fare,
dimmi?
Posso stare sul prato a parlarti di me?
O debbo venire in fondo alla valle?
Soffro, Signore e tu devi,
capisci?
devi fare qualcosa.
Andrà bene anche vecchia
la bicicletta
che manderai ad Irish,
perché tu, che sei buono,
hai tanti amici e a qualcuno
di loro
la puoi chiedere una vecchia bicicletta.
Che sia robusta, piuttosto, e grazie,
mio Signore, grazie!
Dio, pardon….la Madonna
Te ne renderà merito, di certo.
Io sono Irish, Signore,
quello che verrà da te in bicicletta.



Testo successivamente rielaborato dall’Autore e da Fabrizio De André con il titolo “ Signore, io sono Irisch” per l’album dei New Trolls del 1968 “Senza orario senza bandiera” (n.d.c.).








"Riccardo Mannerini era un altro mio grande amico. Era quasi cieco perché quando navigava una caldaia gli era esplosa in faccia. E’ morto suicida, molti anni dopo…
Abbiamo scritto insieme il Cantico dei Drogati, che per me, che ero totalmente dipendente dall’alcool, ebbe un valore liberatorio, catartico. Però il testo non mi spaventava, anzi, ne ero compiaciuto.
E’ una reazione frequente tra i drogati quella di compiacersi del fatto di drogarsi. Io mi compiacevo di bere, anche perché grazie all’alcool la fantasia viaggiava sbrigliatissima."

Fabrizio de Andrè
“Come un’anomalia” , Einaudi, Torino 1999

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