Laureto Rodoni
DOKTOR FAUST - VARIAZIONI POETICHE - FÙNERE DEL FATO - CON TESTI ESPLICATIVI

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Titolo DOKTOR FAUST - VARIAZIONI POETICHE - FÙNERE DEL FATO - CON TESTI ESPLICATIVI
Variazioni poetiche sul «Doktor Faust» di Ferruccio Busoni
Autore Laureto Rodoni
Genere Poesia - Filosofica      
Dedicato a
A F.B. GRATISSIMO ANIMO
Pubblicata il 11/12/2004
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Note Mi chiamo Laureto Rodoni (1953-CH). Ho frequentato l’Università a Friburgo (Padre Giovanni Pozzi) e a Firenze (Caretti, De Robertis, Bettarini). Mi sono laureato in lett. italiana, in fil. rom. e in lett. latina. www.rodoni.ch

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Poema tragico in 5 parti

***
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IL DOKTOR FAUST ALLESTITO A STOCCARDA

IL DOKTOR FAUST ALLESTITO A SALISBURGO

FERRUCCIO BUSONI WEBSITE

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Per rendere più chiara la comprensione di queste «variazioni poetiche» sul capolavoro di Ferruccio Busoni «Doktor Faust», ho allegato in calce un dettagliato riassunto dell’opera con brani del libretto tradotti in italiano (il testo originale è in tedesco), alcune note sulla composizione dell’opera e una breve biografia del musicista. Busoni non ha osato confrontarsi con Goethe per la composizione della sua opera ma si è ispirato agli spettacoli di marionette. Metrica: endecasillabi sciolti; senari, ottonari e di nuovo, per concludere due endecasillabi sciolti.

Fùmigano accidiose evanescenze
conati inani, furenti e nefasti,
nell’assalto austero del Tempo, fùnere
del Fato. Die Frist ist um. Le possanze
empie occulte ferali sono a me
asservite. O tenebroso fulgore,
svelàti sono i prodigiosi simboli:
Apocalisse infernale. - Tu sei
Maestro, addio. - Che Ti riveda un giorno!
- Forse. Pavento l’atro abisso. Via
spettri affralìti: eletto è lo spirito
dell’Uomo, soffio divino. V’aborro,
lucori fatüi corruschi e lividi.
Ma tu, funesto spirito che abbàcini,
se a me concedi il genio e il suo rovello...

***
È sgombro il sentiero.
O me dissennato!
Tu sia benvenuta
via del tramonto.
Ghiacciate le guance
della mia Saggezza.
Pregare, pregare, pregare!
Ma empie sono e confuse le parole...


***
Sorreggimi ìgnea sorgente
di vita, forza tirannica
e titanica. Completa,
rivela l’Atto Maggiore.
Sangue del mio sangue, Carne
della mia Carne, non desto
ancora, spirito puro
adamantino, a te avvinghio
la mia anima, la mia vita.
Drizza il Deforme, il Negletto
procrea, elevami dal Nulla!
Io, Faust, volontà eterna,
le Epoche abbraccio e rivivo
in Te, fanciullo diletto...

***
Esanime Mefisto lo ravvisa:
Fu forse vittima d’una iattura?


FERRUCCIO BUSONI - DOKTOR FAUST - INTRODUZIONE

L’azione si svolge nella prima metà del secolo XVI.

PRELUDIO I
Wittenberg. È mattina. Faust, «magnificenza» dell’Università di Wittenberg, è solo nel suo studio (un’«alta sala gotica, fra biblioteca e laboratorio d’alchimista [...] un po’ trasandato») intento al suo lavoro: sta seguendo «con grande attenzione lo svolgersi di un processo chimico». Regna il silenzio. Improvvisamente irrompe Wagner, il suo assistente, per annunciargli l’arrivo di tre studenti di Cracovia. Faust lo congeda bruscamente: «La vita scorre veloce e non torna indietro; non posso donare ad altri il mio tempo e nemmeno aiutare chi non sa aiutare se stesso! Porgete loro le mie scuse.»
Ma poi cambia idea quando viene a sapere che essi desiderano offrirgli un libro raro e curioso, la «Clavis Astartis Magica»: dapprima incredulo e sbigottito perché ne conosce gli sconvolgenti contenuti, esulta e dice a Wagner di far entrare gli studenti: «Faust, Faust! Il tuo momento è finalmente venuto! Il magico potere è nelle tue mani! I segni prodigiosi sono a me rivelati! Le potenze infernali sono a me asservite! O voi uomini che mi avete tormentato, guardatevi da Faust! Il potere è nelle sue mani, le forze oscure mi ubbidiscono, egli saprà domarvi, farvi schiavi! (rimane pensieroso a testa bassa) E se Wagner s’ingannasse... forse per la mia salvezza...? (sospira profondamente).»
I tre misteriosi studenti, vestiti di nero, entrano. Il primo studente offre a Faust il libro magico, il secondo una chiave, il terzo un foglio: la lettera di trasferimento di proprietà. Faust chiede loro come poterli ringraziare. La risposta è «In seguito, in seguito. Addio, Faust!» Poi spariscono misteriosamente. Rientra Wagner, a cui Faust chiede se li ha incontrati. Quando Wagner, sorpreso, dice di no, Faust esplode di gioia maligna:
«Ve li siete (dunque) lasciati sfuggire. Ah! Ora so (ben) io CHI sono!»

PRELUDIO II
Stessa scena, a mezzanotte. Faust inizia la sua magica evocazione. Si toglie la cintura e ne fa un cerchio sul pavimento. Poi vi entra tenendo alta in mano la chiave che comincia a brillare. Un invisibile coro domanda a Faust quali siano i suoi desideri. Faust chiede che gli vengano inviati i servi di Lucifero. Nessuno però riesce a soddisfare le sue esigenze, e congeda una ad una «le vane luci», ricacciandole agli Inferi: se l’Inferno non ha niente di meglio da offrire, egli rinuncerà tranquillamente ai suoi servizi.
Le fiamme si spengono. Sta per girarsi per cercare nel suo lavoro l’«onda riparatrice», quando - senza essere stata evocata - la sesta fiamma, la più splendente e alta, che è «rapida come il pensiero umano» si annuncia. Faust esce dal cerchio e così non è più protetto contro l’impero degli spiriti. Domanda alla fiamma di rivelarsi e al posto di essa appare Mefistofele. Faust, caduto sotto l’influsso dell’ultimo demone, non può rappresentarsi niente di più. L’invisibile gli appare «sotto forma tangibile». Faust gli chiede l’adempimento di ogni suo desiderio: «Voglio percorrere la terra, l’oriente, l’occidente che mi chiama, mi attrae; fa’ che io comprenda le azioni umane tutte, che accresca la loro grandezza. Dammi il genio e tutto il suo tormento, affinché sia felice più d’ogni altra persona! Fa che io sia libero!» Libero dalle catene della condizione umana...
Mefistofele chiede in cambio la sottomissione di Faust nell’altra vita. Faust si ribella e rinuncia al patto. Ma Mefistofele gli rammenta tutti quelli che lo perseguitano: i creditori, il fratello della ragazza che egli ha sedotto e che vuole ucciderlo, i preti che stanno in agguato per mandarlo al rogo. Essi già picchiano alla porta. Faust, chiuso ormai nella diabolica morsa, non vede altra salvezza che in Mefistofele e gli si arrende: su ordine di Faust, Mefistofele li uccide. Dalla Cattedrale, intanto, giunge il canto del «Credo».
Una disperata angoscia coglie Faust: «Non vi è redenzione, non vi è carità, non vi è castigo; né cielo, né gli orrori dell’inferno! L’eterno sfido!»
Poi tremante sottoscrive con il suo sangue il patto e cade svenuto. Mefistofele scompare.
È il lunedì di Pasqua. I raggi del sole mattutino, penetrando vivamente dalle finestre, inondano di luce la stanza. Le campane suonano a distesa, mentre il coro inneggia: «Gloria in excelsis Deo et in terra Pax. Alleluia».

INTERMEZZO
Antica cappella gotica nella cattedrale. Un soldato, completamente chiuso in un’armatura, è inginocchiato. Prega Dio di fargli ritrovare colui (Faust) che ha ingannato sua sorella Margherita. Entrano Faust e Mefistofele. Questi si offre di uccidere il soldato, ma «per conto» di Faust, il quale, dopo breve esitazione, acconsente, purché le sue mani non si lordino di sangue. I due si ritirano e poco dopo Mefistofele rientra vestito da frate. Egli chiede al soldato se desidera confessarsi, ma il soldato rifiuta seccamente.
Allora, fra terribile strepito, irrompe nella chiesa un gruppo di armati che si gettano sul soldato, credendolo l’assassino del loro capo, e dopo breve lotta lo uccidono. Mefistofele ha in tal modo conseguito una triplice vittoria: la chiesa è profanata; il soldato è morto dannato meditando un delitto; Faust ha sulla coscienza il peso di due peccati. Nella chiesa un raggio di luna cade freddo sul cadavere del soldato.

QUADRO I
Il parco granducale a Parma, nel giorno delle nozze del Granduca. Cortei, danze, grande fervore di feste. Il Maestro delle cerimonie comunica, fra la curiosità e il giubilo generale, di avere invitato alla festa il Dottor Faust, il quale terrà spettacolo di magìa. Ed ecco un araldo (Mefistofele) annunciare l’entrata di Faust, che avanza come principe, circondato da un seguito fantastico. L’apparizione produce un forte effetto sugli astanti:
«Viene... Con lui stupore, mistero, ansia, timore, ci fanno fremere. [...] Un’ombra pare che già sfiori pallida il sole e l’attesa ci fa muti e tremanti.»
Il principe ha tuttavia l’impressione che l’inferno l’abbia mandato sulla terra. Prima di iniziare lo spettacolo di magia, Faust caccia il giorno ed evoca la notte.
Egli chiede poi alla Granduchessa di esprimere un desiderio, e questa domanda che siano rievocati antichi regnanti. La scena si trasforma, per incanto, in una notte stellata e, fra lo stupore di tutti, appaiono il re Salomone e la regina di Saba. (Ma Salomone ha i lineamenti di Faust e la regina di Saba quelli della Granduchessa). Seguono altre apparizioni: Sansone e Dalila (Sansone col volto di Faust, Dalila col volto della Granduchessa); Giovanni e Salomè (e sempre la stessa illusione visiva).
In quest’ultimo quadro poi appare anche il carnefice, che ha le sembianze del Granduca. Faust propone di fare eseguire la decapitazione, ma la Granduchessa si tradisce gridando: «No! non deve morire!». «Dunque, amami!» le sussurra Faust.
La Granduchessa è già vinta dal magico fascino di Faust, quando il Granduca, non riuscendo a contenere la sua gelosia e la sua collera, ordina di cessare lo spettacolo. Con malcelata ira, il Granduca ringrazia Faust e lo invita alla sua mensa; quindi, porgendo il braccio alla sposa, si ritira col seguito. Mefistofele rivela a Faust che i cibi saranno avvelenati e gli consiglia di fuggire. Ma Faust dichiara che fuggirà soltanto con la Granduchessa. I due escono. In un’atmosfera crepuscolare, si vede la Granduchessa avanzare come in sogno, con le braccia tese: «Mi chiama... mi attrae... Mi chiama come con mille voci, mi attira con mille braccia a sé, in un istante io vivo mille istanti ed ogni istante mi parla solo di lui.»
Poi, come sottomessa da una forza ipnotica, attraversa la scena per seguire Faust. Si fa giorno di nuovo. Il Granduca entra insieme col Cappellano (sotto le cui spoglie si cela Mefistofele), il quale racconta al suo Signore la fuga di Faust con la Granduchessa. Nessun inseguimento è possibile, poiché i due amanti cavalcano per le vie del cielo su cavalli alati. Il Cappellano consiglia quindi il Granduca a non disperarsi e a sposarsi di nuovo con una principessa di Ferrara, che gli recherà anche vantaggi politici. («E poi Venezia li inghiotte entrambi», commenta cinicamente Mefistofele fra sé).
Commosso dagli affettuosi consigli, il Granduca si china a baciare la mano al Cappellano, il quale leva l’altra in atto benedicente: ma il pugno si adunca in artiglio.

INTERMEZZO SINFONICO (SARABANDA)

QUADRO II
In una taverna a Wittemberg, alcuni studenti discutono sulle teorie di Platone. Fra essi è Faust, al quale gli studenti chiedono di voler essere loro giudice. Ma egli risponde che nulla può essere provato poiché una sola cosa è certa: che noi veniamo e che noi andiamo. La discussione degenera in diverbio sulla religione, fra studenti protestanti e cattolici. Questi intonano il «Te Deum», mentre quelli, cantando il corale luterano «Ein feste Burg», escono furiosi. I rimasti chiedono a Faust di narrare le sue avventure amorose, e questi racconta che la più bella donna che lo abbia amato era una Granduchessa italiana fuggita con lui il giorno delle nozze. Ciò è avvenuto appena un anno fa, ma tutto sembra estremamente lontano. Si ricorderà di lui?
Sotto le spoglie di un corriere polveroso, Mefistofele viene ad annunciare che la Granduchessa di Parma è morta lasciando un ricordo per Faust. Eccolo: e gli getta ai piedi il cadavere di un neonato. Faust non comprende questo avvertimento che gli annuncia la fine della sua esistenza. Orrore e raccapriccio degli studenti, che vorrebbero gettarsi su Mefistofele. Ma questi li placa con il brioso racconto dell’avventura di Faust con la Granduchessa. Poi, per tranquillizzarli completamente, solleva da terra il corpicino, mostrando non essere altro che un fantoccio di paglia, che getta nel fuoco: «Ecco, io brucio tutto ciò che fu, muto in fumo ciò che più non è». Un essere più bello, aggiunge Mefistofele, sorgerà a conforto di Faust. La colonna di fumo che esce dal fantoccio si condensa infatti in figura umana, mentre inavvertitamente la scena si trasforma in paesaggio greco. Gli studenti sgusciano via, e anche Mefistofele si ritira. Faust invoca Elena, ideale di bellezza e perfezione, che appare tra i canti di un invisibile coro. Ma quando egli, inebriato, le si avvicina e fa per toccarla, ella scompare e con lei il paesaggio.
Faust è di nuovo solo e rassegnato: «Non puoi, uomo, raggiungere la bellezza. Crea ed agisci secondo le tue forze in questa tua vita, come all’uomo è dato. Fui prodigo, fui pazzo, fui leggero! La vita mia oggi ha principio: mi sento nuovamente fanciullo. Guardo innanzi a me; chiare distese e solitari colli, splendide terre guidano a nuove mète. Come serena ride la vita nel ridestarsi di un radioso giorno.»
Prendendo coscienza della sua vera missione, rinuncia alla magia e si sbarazza del libro donatogli dagli studenti. Quando si trova le tre figure al fianco che gli domandano la restituzione del libro, della chiave e della lettera, Faust dichiara di aver distrutto ogni cosa e li caccia in malo modo. Ma i tre gli annunciano che il termine è scaduto e che a mezzanotte egli rientrerà nel nulla. Quindi si dissolvono in nebbia.
Faust, liberato, esclama: «Partiti infine! Sgombra è la via. Sentiero del mio tramonto, benvenuto tu sei per me.»

ULTIMO QUADRO
Strada sotto la neve a Wittemberg. A destra quella che era stata la casa di Faust; a sinistra uno degli ingressi della Cattedrale. All’angolo dello stesso muro, un Crocifisso a grandezza naturale. La voce del Guardiano notturno (è di nuovo Mefistogfele) annuncia la decima ora.
Uno dopo l’altro, vari gruppi di studenti vengono a porsi davanti all’ingresso della casa. Giunge Wagner, l’assistente di Faust ed ora Rettore Magnifico, circondato dai suoi turiferari. Questi lodano in Wagner il vero successore di Faust, ma Wagner respinge la lode, affermando che Faust era «come scienziato, incompleto: una mente fantastica».
Gli studenti accordano gli strumenti e intonano una Serenata ma vengono interrotti dal Guardiano notturno che annuncia l’undecima ora. Gli studenti scappano cantando: «Fugam ! Fugam !»
La scena è vuota e buia. Faust entra. Egli riconosce la sua casa e sa chi è il «pedante» che siede al suo seggio. Ma egli ha ormai superato tutte le amarezze.
Dalla chiesa giunge un coro sommesso che ricorda ai tristi la condanna eterna. (È la voce della coscienza che parla in Faust). Faust tenta allora di riscattarsi compiendo qualche opera pia, come, quand’era fanciullo, gli insegnava la madre. Scorge, accoccolata sui gradini della chiesa, una mendica con un bimbo in braccio. Mentre sta per offrirle i suoi ultimi averi, riconosce in lei la Granduchessa, che gli porge il figliolo, esortandolo a compiere il suo dovere prima della mezzanotte. Poi sparisce, lasciando a Faust il bimbo. Faust crede tutto ciò opera di spiriti maligni e vuole entrare nella chiesa che a un tratto si è illuminata.
Ma sulla soglia, il Soldato (il fratello della ragazza che egli ha ingannato) gli vieta il passo con la spada levata. Dall’interno della chiesa il coro ripete la preghiera del Soldato al Dio che non è sempre Dio di misericordia ma anche Dio di vendetta e di castigo. Svanita anche questa apparizione, Faust si trascina col bimbo in braccio fin sui gradini del Crocifisso: «Pregare! Pregare! Ma dove le parole? Parole di scongiuro ho solo in mente. Come una volta guardare io voglio a te...»
Fa per sollevare lo sguardo sul Crocifisso, ma il Guardiano notturno (Mefistofele), che gli è giunto improvvisamente alle spalle, proietta la luce della sua lanterna sul volto del Crocifisso, che si trasforma così nel volto di Elena.
Faust tenta ancora di ribellarsi al maligno potere. Poi, in preda alla disperazione, compie il suo ultimo esorcismo. Depone il bimbo in terra, lo ricopre col suo mantello, poi, fatto il cerchio magico con la cintura, vi entra. Al sangue del suo sangue egli trasfonderà la vita, in esso volendo egli continuare a vivere: «Sangue del mio sangue, carne della mia carne, non ancora ridestato, puro spirito, fuori da ogni cerchio e per questo tanto vicino a me, lego a te la mia vita: che passi dalla più profonda radice della mia esistenza nel nuovo fiore della tua che Che io mi perpetui in te e tu continua a essere testimone, fa’ più profondo il solco della mia vita sino alla fine della sua corsa. Raddrizza ciò che ho deformato, crea ciò che io ho trascurato; ecco, mi innalzo al di sopra delle regole, abbraccio tutte le epoche e infine mi unoisco alle ultime generazioni: io Faust, volontà eterna.»
La voce del Guardiano notturno annuncia la mezzanotte. Faust cade morto, ma dal luogo ove era deposto il cadavere del bimbo, un giovane adolescente si leva nudo tenendo nella destra un ramo fiorito. Egli avanza, con le braccia levate, nella notte verso la città....
Entra il Guardiano notturno (Mefistofele) che illuminando con la sua lanterna il corpo di Faust, sussurra cinicamente: «Quest’uomo è forse rimasto vittima di una disgrazia?»

BIOGRAFIA DI BUSONI
Nato a Empoli il 1º aprile 1866 da una famiglia di musicisti, Ferruccio Busoni trascorse l’infanzia a Trieste, dove apprese a suonare il pianoforte dalla madre Anna Weiss, concertista di vaglia. Nel 1875 il padre Ferdinando, buon clarinettista, decise di trasferirsi a Vienna per permettere al figlio di approfondire le teorie musicali nel prestigioso Conservatorio di quella città.
L’esperienza tutto sommato negativa sul piano didattico (ma fondamentale per la scoperta di mondi musicali nuovi) convinse la famiglia a stabilirsi successivamente a Graz, dove Busoni, dal 1878 al 1881, seguì con grande profitto le lezioni di armonia, contrappunto e composizione dell’insigne maestro W. A. Remy.
All’età di 20 anni, decise di scrollarsi di dosso la greve tutela artistica paterna e partì per Lipsia, centro musicale tra i più attivi del tempo, dove conobbe Grieg, Delius, Tchaikovsky, Sinding e Mahler e stabilì stretti legami di amicizia con la famiglia del violinista Henri Petri, padre di Egon, futuro allievo, intimo amico e confidente.
Nel 1888 iniziò l’attività didattica: fu dapprima insegnante di pianoforte nel Conservatorio a Helsinki (in quella città strinse amicizia con Sibelius e incontrò Gerda Sjöstrand, sua futura moglie), poi a Mosca (1890), dove sposò Gerda, infine nel 1891 a Boston. Lasciato l’insegnamento l’anno seguente, dopo la nascita del primo figlio Benvenuto, si trasferì a New York e nel 1894 fece ritorno in Europa.
Si stabilì definitivamente a Berlino, che divenne luogo insostituibile e privilegiato per il lavoro intellettuale e per la composizione. Una rappresentazione berlinese di Falstaff lo impressionò a tal punto che Verdi divenne un punto di riferimento culturale e musicale tra i più importanti insieme a Bach, Mozart e Liszt.
Negli anni successivi, fino all’autunno del 1915, si dedicò con regolarità alla carriera pianistica, le cui vicende lo portarono a viaggiare tutto il mondo e consolidarono la sua fama di interprete e di virtuoso. A questa attività, che gli consentiva di tenere molto alto il suo tenore di vita, alternò l’insegnamento (Weimar 1900, 1901; Vienna 1906; Basilea 1910); la direzione d’orchestra (diresse a Berlino una serie di importanti concerti dedicati alla musica contemporanea); la riflessione filosofica sulla musica (scrisse l’Abbozzo di una nuova estetica della musica, 1907); la scrittura di libretti (tra cui quello della Sposa sorteggiata) e naturalmente la composizione: la Seconda Sonata per violino e pianoforte che considerava il suo vero e proprio “opus 1” (1900); il Concerto per pianoforte, coro d’uomini e orchestra (1905); le Elegie (1907) che segnarono una vera e propria svolta (Wendung) nel persorso artistico di Busoni, propiziata da un sempre maggiore interesse per le nuove tecniche compositive; la Berceuse élégiaque (1909), in memoria della madre; la Fantasia Contrappuntistica per pianoforte (1910).
L’ansia del nuovo trovò il suo culmine tra il 1912 e il 1913, anni in cui compose l’audacissima Sonatina Seconda per pianoforte e il suo pendant sinfonico (il Nocturne symphonique), entrò in contatto con i Futuristi (Boccioni in particolare) e rafforzò l’amicizia con Schönberg.
Nominato direttore del Liceo Musicale di Bologna nel 1913, allo scoppio della guerra si dimise e prese la decisione, dopo aver concluso febbrilmente il libretto del Doktor Faust, di intraprendere una tournée in America.
Consapevole di essere considerato persona non grata sia in Italia sia in Germania, nell’autunno del 1915 decise di chiedere asilo politico alla Svizzera. Scelse Zurigo come luogo del suo tormentato esilio, durato un lustro. Furono anni durissimi da reggere sul piano psicologico, ma fecondi sul piano artistico. A Zurigo compose e fece rappresentare Turandot e Arlecchino, completò la monumentale Edizione Bach-Busoni, compose molte parti del Doktor Faust* e altri brevi pezzi ispirati al concetto della Junge Klassizität, su cui andava riflettendo in quegli anni.
La sua abitazione divenne un polo di attrazione di una schiera di giovani artisti che vedevano in lui un illuminato Kulturmensch e uno spirito tra i più aperti del tempo.
Con un lungo viaggio in Inghilterra, dopo aver ricevuto il dottorato h.c. in filosofia dall’Università di Zurigo, pose termine al suo esilio in Svizzera.
Nel settembre del 1920 fece ritorno a Berlino, accolto da una schiera di giovani musicisti che lo consideravano un punto di riferimento etico e artistico nel contesto della ricostruzione... Fu nominato professore di composizione alla Accademia Prussiana delle Arti. Tra i suoi allievi Kurt Weill e Wladimir Vogel. A causa della spaventosa inflazione, il patrimonio accumulato in tanti anni di attività concertistica andò quasi completamente in fumo, aggravando la sua situazione già precaria in Svizzera.
Dovette quindi riprendere l’attività concertistica, ma, per motivi legati alla sua salute declinante, nel maggio del ’22 fu costretto ad abbandonare il pianoforte.
Morì a Berlino il 27 luglio del 1924, senza aver concluso l’opera della sua vita, il Doktor Faust, che fu completato dal devoto allievo Philipp Jarnach e rappresentato a Dresda nel 1925. Nel 1985, il musicologo Antony Beaumont presentò a Bologna un finale diverso dell’opera sulla base di nuovi documenti scoperti alla Staatsbibliothek zu Berlin.

* La composizione vera e propria del Doktor Faust venne iniziata dopo le rappresentazioni zurighesi di Arlecchino e Turandot, a partire dall’estate del 1917. Concluso il PRELUDIO I, scrisse alla moglie Gerda:
«Ho ripassato oggi, con tutta l’oggettività possibile, la nuova partitura e ho trovato che è tra le mie cose migliori. [...] mi terrà aggiogato per parecchio tempo, ed è per me anche il simbolo della fine della guerra. Il cerchio si chiude ancora una volta. Avrò però ancora da fare con la chiusa del libretto. Devo aspettare che mi venga l’idea felice.»
Questa «idea felice» gli sarà suggerita dal «caro e straordinario» Ludwig Rubiner, appartenente al suo Freundeskreis. Le lunghe discussioni con il giovane e sfortunato scrittore tedesco, ispiratore dell’espressionismo letterario, condussero Busoni verso un finale differente rispetto a quello concepito nel 1914, finale che nacque sotto il potente influsso delle concezioni utopiche riguardanti l’Uomo Nuovo sviluppate dallo scrittore nell’opera teatrale che stava scrivendo in quegli anni a Zurigo: Die Gewaltlosen.
Nel settembre 1918 Busoni può annunciare ad alcuni amici che metà dell’opera è conclusa. Nel mese successivo esce il libretto del Faust, con il finale suggerito da Rubiner, sulla rivista «Die weissen Blätter», diretta dall’amico Schickele. Nel gennaio del 1919 comincia la composizione di due pezzi per orchestra SARABANDE UND CORTÈGE, sottotitolati significativamente STUDI SUL DOKTOR FAUST: la Sarabande, infatti, costituirà, leggermente abbreviata, il secondo intermezzo dell’opera; nel Cortège sono già presenti quasi tutti i temi delle prime scene del QUADRO I, poi sviluppati nel ‘22 a Berlino.
Chi ascoltasse il Doktor Faust senza conoscere il percorso artistico del compositore, potrebbe superficialmente concludere che fu il tormento dell’esilio a determinare il colore cupo, livido e le atmosfere spettrali, allucinate di quasi tutte le pagine dell’opera. In realtà questo inquientante clima sonoro già caratterizzava due pezzi che precedevano di ben 5 anni l’inizio della composizione dell’opera e di due lo scoppio della guerra: mi riferisco a capolavori come la Sonatina seconda per pianoforte e al Nocturne symphonique per orchestra, che Busoni considerava studi per il Doktor Faust.


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