Prologo.
“La voce che li comanda/è la voce del loro nemico” *…
Di nome faccio Padrone. Piglio imponente mi dipinge sulla faccia l’abitudine a spacciare per miei cieli e mari e terre e anime che – in verità – non mi appartengono, non del tutto. Di nome faccio Padrone. L’inferiorità di chi mi circonda riconosco, allargando le nari, nel puzzo selvatico di sudore e lavoro, e, arricciando il naso, mirabilmente inorridisco. Di nome faccio Padrone. Mi vesto di una forza che socialmente mi calza a pennello e urlo e mi dibatto e so che, al fine, non ce n’è affatto bisogno. Di nome faccio Padrone. Mio cerebro assuefatto al potere, dimentico di aspirazioni sentimentali, semplicemente ringrazia il suo dio misericordioso. Di nome faccio Padrone. Mentre tu, omone volgare di fatica vestito, non avrai altro dio all’infuori di me.
“E chi parla del nemico/è lui stesso il nemico” *…
Di nome faccio Asservito. Di silenzi umiliati si tinge il mio viso purpureo, nel momento esatto in cui suoi occhi – occhi di Padrone cattivo Padrone – si chinano sul mio volto istupidito, inficiato di una lacrima che non so neanche esprimere a parole. Di nome faccio Asservito. Cinque bocche bambine lamentano la mia stessa fame, la fame che fa da collante ad un popolo senza nazione, e io mi rivolto arrabbiato e rassegnato e impotente: non c’è desiderio che le mie mani possano realizzare, non sono niente. Di nome faccio Asservito. Nei miei occhi non c’è che la durezza incolore della fatica, la distesa piatta di giorni su giorni passati ad accumulare calli e un rancore folle, disperato, destinato alla faccia giusta come a quella sbagliata.
Esplosione/scena madre/presa di coscienza.
“La violenza garantisce: com’è, così resterà” **…
Di nome faccio Inetto. Un tempo andavo in giro spargendo potere e tracotanza, ricolmo di quella fiducia in un futuro prospero che i miei avi avevano saputo inculcarmi così bene. Di nome faccio Inetto. Mi travesto di abiti di taglia ottima per crogiolarmi ancora nel giusto contegno ma si legge indistintamente sul mio volto pallido l’ansia di non riconoscermi più nel Padrone. Di nome faccio Inetto. Ho perduto la presa sicura nelle mani, ho perduto il coraggio di credere che non esista nient’altro, al di là del mio piccolo impero a misura d’uomo. Di nome faccio Inetto. Non so più se ringraziare il mio dio misericordioso o domandargli un orizzonte migliore: intorno a me, folle possedute dalla spasmo di sapersi e sentirsi vive, si preparano ad agitarsi reclamando il mio più sincero pentimento per non so quale motivo ancestrale. Di nome faccio Inetto. Ed ho perduto persino la memoria.
“Quel che è sicuro non è sicuro./Com’è, così non resterà” **…
Di nome faccio Uomo. Il mio cuore pulsa, all’unisono col mio cerebro pensante: ogni mattina, conosco il motivo per cui la schiena mi si frantuma fino a sera. Di nome faccio Uomo. L’unico mio dovere è la sopravvivenza mia e della mia famiglia: non appartengo a te, Padrone, il nostro è un rapporto di mutuo scambio e nel mutuo scambio io – proprio io, Padrone – acquisto consistenza. Di nome faccio Uomo. Adesso capisco il perché di ogni cosa, adesso che gente di cultura viene a infilarmi in testa idee che non sono mie, che però stanno dalla mia parte. Di nome faccio Uomo. Ho la rivoluzione sotto le dita: continua pure a frustarmi, a trattarmi come insignificante animale da soma, tanto la vita è un ciclo, nel bene e nel male. Di nome faccio Uomo. Un dio non esiste, Marx l’ha detto, ed io comincio a credergli.
Epilogo.
“Chi ha conosciuto la sua condizione, come lo si potrà fermare?” **…
Di nome faccio Tal dei Tali. Una volta mi chiamavano Padrone: ero brutto, anche allora, ma potente e sicuro di me e brutale al punto giusto. Di nome faccio Tal dei Tali. Credo di essere un borghese di media tacca, allarmato dall’ondata di prese di coscienza sovrapposte le une alle altre, dotato di quell’ironia atroce che ogni mio simile ha dovuto assumere a suo unico mezzo di difesa. Di nome faccio Tal dei Tali. Ho preso a dare il giusto peso alle cose e, semplicemente, più non m’interessa l’idea di imporre la mia parola su tutto e tutti: il possesso è volgare, mentre la cultura – ah, la cultura – è la mia sola fonte di sostentamento e me ne vanto. Di nome faccio Tal dei Tali. Mi piacerebbe essere qualcuno: a tal proposito vi chiedo, non è che per caso sapete dove posso trovare la sezione del Partito?
“L’ingiustizia oggi cammina con passo sicuro” **…
Di nome faccio Rivoluzionario. La mia Bibbia è il Manifesto che i compagni Marx ed Engels scrissero a quattro mani: mi nutro di parole annegate nell’utopia più bella perché noi, la massa, insieme a logiche disparate e confuse ma coerenti, saremo il futuro dell’oggi per sempre. Di nome faccio Rivoluzionario. Le mie braccia non sono più al servizio di alcuno e la mia testa funziona abbastanza bene da condurre le mie gambe fino in piazza per urlare ai balconi dei Padroni quanto dolore hanno inferto al mio popolo. Di nome faccio Rivoluzionario. Sono aperto ad ogni misura: la rabbia è troppa, il rancore s’è annidato dentro al cuore, e non so più se sarò capace di controllare me stesso. Di nome faccio Rivoluzionario. Non m’importa di rovinare tutto, in fondo: io ho la ragione dalla mia – e questo è vero – ma le mie mani, forse, sono ancora troppo più veloci del mio cervello. Di nome faccio Rivoluzionario. E, sì, quello lì, quello con l’eskimo e l’aria da saputello, è mio nipote ed io me ne vergogno.
“Quante vicende,
tante domande.”
da Le domande di un lettore operaio
Bertolt Brecht
*da Al momento di marciare molti non sanno, Bertolt Brecht
** da Lode della dialettica, Bertolt Brecht