La mia discarica
Fotografia della poesia, Poesia della fotografia
“la discarica del tempo”
Durante una delle tante trasformazioni urbane, che inglobavano i piccoli paesi della riviera o delle campagne liguri, trasformandoli in sordide periferie suburbane, in questo prolungato periodo di orribili deturpazioni ambientali, e le nostre altrettanto ripetute rimostranze, non ci restava più altra soluzione che andare a vedere il disastro. Io e l’amico Ginko eravamo quelle rare persone che iniziarono a frequentare il litorale di Pra’ e di Voltri durante il riempimento a mare per la costruzione del porto; riempimento che poneva fine alla spiaggia di Pra’, fine al turismo e alla ottima pesca, e trasformava definitivamente un paesino rivierasco in un quartiere dormitorio. La strada e la ferrovia adesso erano divenuti una vera e propria barriera tra un mondo frenetico da una parte ed il litorale deturpato, a due passi dal mare, dall’altra. Nessuno si preoccupava più se i passaggi a livello non funzionavano perché nessuno più guardava il mare. Invece io, l’amico Ginko, qualche sparuto vagabondo e qualche cane randagio, andavamo spesso lì; e Ginko fotografava quel paesaggio che, nonostante il disastroso deturpamento, ci attraeva, ci incantava.
Quell’enorme discarica sul mare era continuamente attraversata da autotreni carichi di una quantità eterogenea di rifiuti che si miscelavano tra loro, formando, talvolta, spettacolari contrasti. Oppure la furia del mare formava isole, arcipelaghi dove si arenavano i grossi tronchi delle mareggiate trasportati della correnti alluvionali. E poi la neve, la neve che cadeva quasi tutti gli inverni a quell’epoca. La neve che si spalmava candida su quei colori: sì perché i nostri rifiuti, appena lavati dall’acqua del mare, risplendevano lucenti e colorati come nuovi, e spuntavano smaglianti attraverso quella coltre abbagliante di neve.
Ci sentivamo anche noi un po’ così, noi che eravamo rimasti ancora a guardare il cielo al tramonto sul mare, a fare foto, a scrivere qualche poesia, a fare un po’ di musica. Dietro quell’assordante formicolare di una vita frenetica che ci allontanava. Ci sentivamo rifiutati in mezzo ai rifiuti. Abbandonati ma contenti di esserlo. E quel mare sempre più distante adesso lo sentivamo ancora più vicino.
Insomma la discarica eravamo noi: la nostra civiltà dei consumi non lascerà altra traccia di sé se non un immenso immondezzaio. Spero che ci sia un giorno molto lontano dove archeologi, scoprendo le nostre piramidi di pattume, crederanno di scorgervi un misterioso rito propiziatorio. Non sarebbe altrimenti spiegabile, ad una mente normale, una produzione globale talmente invasiva e devastante di rifiuti capace d’aver distrutto la stessa società che li generava.
Mauro Zo
Erano gli anni ’70 quando scattai i primi fotogrammi di quella che poi divenne la più grande pattumiera del golfo ligure, se non dell’alto mediterraneo.
Più la gente non capiva cosa io cercassi in questo angolo di mare, ancor più io mi recavo alla discarica, forse per fermare istanti di un luogo che io vedevo malinconicamente trasformarsi e che la gente comune sperava venisse al più presto cancellato.
Ma ora non esiste più, ed è, forse con un sospiro di sollievo che molti ora guardano queste immagini.
Ginko
La poesia del quotidiano
Una ventina d’anni fa Mauro Maraschin (per tutti Zo) e Giancarlo Guarnieri (per tutti Ginko), hanno iniziato a girovagare per i litorali di Prà e di Voltri, una volta incantevoli scorci della riviera ligure, che oggi la selvaggia trasformazione urbana ha trasformato in sordide periferie suburbane, quartieri dormitori e gigantesche discariche. Scrive Mauro: “Io, l’amico Ginko, qualche sparuto vagabondo e qualche cane randagio, andavamo spesso lì e Ginko fotografava quel paesaggio che, nonostante il disastroso deturpamento, ci attraeva, ci incantava... ci sentivamo anche noi un po’ così, noi che eravamo rimasti ancora a guardare il cielo al tramonto sul mare, a fare foto, a scrivere qualche poesia, a fare un po’ di musica ...la discarica eravamo noi: la nostra civiltà dei consumi non lascerà altra traccia di sé se non un immenso immondezzaio”. Ma Ginko e Zo hanno saputo trasformare un urlo di denuncia in una dichiarazione d’amore, in un poema epico.
Un poeta inglese contemporaneo, ha scritto una poesia di cui quattro versi sono impressi nella mia memoria da oltre 60 anni (ora ne ho 81): A poor life this / If full of care / We have no time / To stand and stare (Povera vita, questa / se colmi d’affanni / non troviamo il tempo / per fermarci ed ammirare). William Henry Davies – è il nome del poeta – citava, senza probabilmente rendersene conto, una sentenza della Tavola smaragdina che ingiungeva di scoprire la bellezza che è sotto i nostri occhi, i nostri piedi, a portata di mano ma della quale pochi fortunati – tra questi Ginko e Zo – si accorgono.
Ecco, Ginko e Zo, hanno preservato lo sguardo dell’infanzia, sanno ancora meravigliarsi, conoscono la differenza tra guardare e vedere. Guardano una realtà che a quasi tutti può sembrare banale o addirittura brutta e vedono, anzi scoprano – con il terzo occhio del poeta – una bellezza che trasmutano in realtà poetica. Non mi stanco di sfogliare e ri-sfogliare La mia discarica, una sconvolgente raccolta di fotografie commentate da didascalie fulminanti ognuna delle quali nega il significato del termine. Le parole che accompagnano l’immagine – o forse è l’immagine che accompagna la parola ? – non hanno nulla di didascalico: non sono un commento, non sono esplicative e non sono didattiche.
Marcel Duchamp, il primo artista che seppe mettere in pratica il precetto della Tavola smaragdina scoprendo la bellezza d’un semplice manufatto, aveva indicato tre elementi necessari perché questo potesse essere considerato unopera d’arte: l’oggetto doveva essere "spaesato" e cioè riproposto in un contesto diverso da quello abituale (la Ruota di bicicletta (1913) montata su uno sgabello di cucina), doveva subire un cambiamento nell’angolo di percezione (Fontana (1915): un orinatoio adagiato orizzontalmente su una base) ed, infine, loggetto doveva avere un titolo che, per Duchamp, assumeva la connotazione di “un colore verbale”. Per un badile da neve, per esempio, aveva coniato il titolo In anticipo del braccio rotto.
Le parole di Zo che accompagnano le foto di Ginko sono proprio il "colore verbale" che proietta le visioni dell’amico – Readymade visivi – nella dimensione della bellezza poetica che, per dirla con André Breton, sarà convulsiva o non sarà.
Arturo Schwarz settembre 2005