L’angolo fatato
Alice non ci credeva più alle favole. Che poteva farci? Da qualche tempo non le riusciva di mandar giù quelle strampalate vicende di unicorni, orchi, fate, draghi e incantesimi. Per non parlare poi di tutti quei re, che non si poteva girare un angolo senza trovarsene qualcuno tra i piedi. Così, la sera, quando la mamma le leggeva qualche storia, la bimba prima o dopo faceva un grande sbadiglio e socchiudeva gli occhietti anche se non aveva sonno per niente. A quel punto si poteva star certi che la fiaba, fosse pure arrivata sul più bello, rallentava, incespicava e infine s’arrestava del tutto. Poi la mamma, dopo averle dato un lieve bacio sulla fronte, spegneva la luce e se ne andava sfiorando appena il pavimento. Accadeva allora un fatto curioso. Nel momento in cui la porta si chiudeva, un’impercettibile melodia prendeva misteriosamente a prodursi nell’angolo più lontano dal lettino di Alice: come un suono di flauto ma più dolce, come il canto di una sirena ma più puro. Sapendo che in quel posto non poteva esserci proprio nessuno, Alice s’era convinta che quella flebile musica doveva essere un’allucinazione e si comportava come se non si fosse accorta proprio di nulla: si tirava le coperte fin sopra la testa e continuava a starsene ferma e tranquilla finché, presto o tardi, non s’addormentava per davvero. Al mattino, aveva un bello scrutare quell’angolo stravagante, ma non sembrava aver proprio niente di speciale.
Per il resto, come qualsiasi altra ragazzina della sua età, trascorreva gran parte del tempo a scuola dove, a detta delle maestre, era un po’ introversa ma sveglia e diligente.
Le cose cambiavano soltanto il sabato, quando veniva trascinata in uno di quegli sterminati labirinti detti ipermercati. Lì era tutto uno sfilare di persone e carrelli, un brillare di luci e di colori. Alice s’era convinta dell’esistenza di una legge che le proibiva di penetrarvi. Appena prima che ne riuscisse a varcare la frontiera, infatti, le accadeva immancabilmente d’essere depositata in un recinto strapieno di palline colorate. Affidata alle cure di una qualunque sconosciuta ragazzona dal sorriso fasullo, doveva baloccarsi con diversi altri malcapitati, spesso molto più piccoli di lei, finché qualcuno non si ricordava di venirla a recuperare. Questo era ciò che accadeva suppergiù ogni volta.
In una di queste occasioni, Alice s’era davvero stufata di giocare con tutti quei marmocchi piagnucolosi e, accortasi che la porticina del recinto era socchiusa, in un momento in cui la paffuta baby sitter era voltata, sgattaiolò fuori in punta di piedi. L’intero magazzino, in occasione dell’imminente festa di Halloween, pullulava di fantasmi, pipistrelli, streghe e buffe zucche arancioni dagli occhi tondi e grandi bocche luminose.
Alice per un po’ fu conquistata da quello che vedeva. Poi, da bambina attenta qual era, non poté non accorgersi che i fantasmi erano solo dei lenzuoli sotto i quali oscillavano banali palloncini e che le streghe non erano che normali manichini abbigliati con un cappellaccio e un abito nero. Delusa, decise che ne aveva abbastanza e, non senza notevoli difficoltà d’orientamento, riuscì a rientrare nel suo recinto prima che qualcuno notasse la sua evasione.
Perciò Alice, nonostante l’inspiegabile canzone proveniente dall’angolo della sua stanzetta, aveva deciso che le stramberie delle fiabe non meritavano proprio nessuna considerazione.
Una sera la mamma, dopo averla messa a letto, prelevò dallo scaffale più in alto della libreria un librone polveroso e cominciò a leggerle una favola.
«C’era una volta un contadino la cui unica ricchezza consisteva in un vecchio albero di noci. Come sempre, confidava in un ricco raccolto per raggranellare un po’ di soldi che l’aiutassero a superare l’inverno. Quell’anno, invece, di frutti l’albero ne fece uno soltanto e piccolino per giunta. Nonostante ciò, il contadino consegnò la noce a suo figlio chiedendogli di andarla a vendere al mercato.
Assai compiaciuto per l’incarico, era la prima volta che lo lasciavano andare in paese da solo, Giacomo s’incamminò di buon passo. A metà strada, sentendosi stanco, si sedette a riposare su una pietra liscia e bianca. Da sotto il sasso saltò fuori una biscia: era talmente magra da sembrare sul punto di tirare le cuoia. Impietosito, il giovane le lanciò la noce. La serpe l’inghiottì al volo. Poi gli disse:
“Hai dimosssstrato buon cuore, ragazzo. Essssprimi ora un dessssiderio e ssssarai esssssaudito”.
Lui, ridacchiando, rispose:
“Chi non vorrebbe diventare re?”.
E la biscia: “Io non ssssono che un ssssssssserpente, ma mi ssssembra che tu miri troppo in alto. In ogni modo, quel ch’è detto è detto”. E, con un colpo di coda, sparì sotto la sua pietra.
Il contadinello, senza badare alle sibilanti parole del rettile, decise di proseguire fino al paese, anche se ormai non aveva più nulla da portare al mercato.
Cammina cammina, passò davanti al castello del re. Alzò gli occhi e, affacciata alla torre più alta, scorse una bellissima ragazza dalla pelle candida come il latte: subito se ne innamorò.
Cercando di saperne qualcosa, chiese informazioni a chi gli stava intorno: tutti lo guardavano sogghignando senza curarsi di lui. Gli rispose infine un vecchio falegname:
“Non è roba per te, ragazzo mio. Quella è la figlia del re. L’hanno chiesta in sposa, uno dopo l’altro, il principe di Persia, il principe di Spagna e il principe delle Indie, e anche loro sono dovuti tornare a casa con le pive nel sacco”.
Giacomo rifletté che se la principessa aveva rifiutato tutti quei gran signori, che di meglio non se ne potevano trovare anche a girare il mondo in lungo e in largo, sotto ci doveva essere di sicuro qualche imbroglio. Così, senza mettere di mezzo altri pensieri, bussò all’ingresso del castello chiedendo di parlare con il re. La sentinella lo squadrò ben bene. Vedendolo giovane e mal in arnese, gli disse:
“Il re ti riceverà quando potrà”.
Dopo di che, con una scrollata di spalle, chiuse rumorosamente il portone e se ne andò per i fatti suoi senza avvisare nessuno. Passò un giorno, ne passò un altro e il contadinello si decise a ribussare. Questa volta venne ad aprirgli una cameriera. Trovandolo bellino, anche se stanco e sporco, s’intenerì e volle aiutarlo:
“Il re non è così facile incontrarlo, però, se vuoi, puoi venire a lavorare da giardiniere”.
Giacomo accettò. Il giardino, per quanto reale, era in uno stato disgraziato e il ragazzo ci si dovette mettere proprio d’impegno per risistemarlo. Mentre zappava, gli capitava spesso di scorgere la bianca principessa affacciata alla finestra dell’ultimo piano del palazzo, talmente in alto che quasi non gli riusciva di distinguerla. Guarda oggi, guarda domani, anche lei lo notò. E siccome le aiuole non erano mai state così belle, e Giacomo stesso, ripulito e con la divisa d’ordinanza, faceva la sua figura, la principessa si affacciava ogni giorno a una finestra più in basso. Finché non si sporse proprio da quella che dava sul giardino. Si sa, tra giovani è facile fare amicizia e, dopo qualche tempo, i due chiacchieravano senza cerimonie.
“Com’è che hai rifiutato tutti quei principi?” fece lui.
E lei:
“Fosse stato solo per quei tripponi di Spagna e delle Indie, poco male, ma il principe di Persia aveva due occhi profondi da far rimescolare le budella...
prosegue
Sommario
Un guerriero invisibile, il Tempo
di Cristina Cardone
Nel pianeta delle farfalle azzurre
di Chiara Bilotta
Il Vento di Coriandoli
di Paolo Perlini
Boom e Pace
di Clementina Pagliuso
Chi ha rubato il sole?
di Maria Iorillo
Giovannino Meraviglia
di Vito Parisi
Il bambino e le stelle
di Daniela Cattani Rusich
Il segreto dei folletti
di Claudia Misasi
La guerra dei gatti e dei bambini
di Isabella Giomi
Cappuccetto rosso 2005
di Anna Greppi
Fatina dei fornelli
di Federico Soffici
I cavalli alati
di Maria Francesca Spione
Il Paese dei Cappuccetti
di Chiara Vitagliano
Principe Urlone
di Lucia Marongiu
La cuoca del Tre
di Mario Malgieri
Le pantofoline magiche
di Chiara Mercuri
Il paese della felicità
di Claudia Mezzetti
L’angolo fatato
di Dario Malini