Orazione al pasto di legno (da: il pasto di legno)
La via crucis del corpo
Compie così:
Penitenza sia la morsa del digiuno
Se di maniera non sfami
Il patibolo che già fu d’Euridice
A rifiutarsi al degno.
Il papà in fretta rimbocchi le coltri
Che i nove mesi all’opposto
Non vedano mancanze di moine
- cara dolce bella e annichilita
Come l’avvelenata mamma -
Elisa con le labbra spalancate alle stagioni
Con le dita contenute fra i petali di fiordaliso.
Lei emerse
Plissettata ai fianchi
Allo svelto affioramento d’ossa
In erezione al tempo in ovazione.
Marmorea al sole, lo annebbiò
Inginocchiata in fede all’espiazione
E scorse che amputarsi era favore
Fenditura da contenersi sfitta
In un bisturi d’osservazioni minuziose.
- Cacofoniche, magnificherete
Pietà alle carni non ancora tumefatte -
Elisa con le braccia spalancate alle sequenze
Omologata a rendersi integrale
- Non solo questo vi sia pane -
Restringendosi a brandelli
Per offrirsi un lutto
Un rigetto per scandirsi disseccata tre costole
Una perdita
A
Svuotarsi.
C’è un passeggio da annotare sull’agenda:
Che domani niente nasca perso,
Trascurato al tacco che srotola a sfoggiarsi,
Nelle superflue privazioni
Che al mai sia reggiamo a mento issato.
- E non è più tana di conta
A coronarci il piatto di verdure scotte
Se secco non bagna il mare -
Il cellulare da ricaricare
In coda al tempo delle rotazioni assenzienti
Le sia menù di conati obbligati
Che svelto il dito pigia
Se l’incombente tarda -
E il vento ancora lima
Ovattando l’udito a non saperci né voltarci;
Fra gli spifferi, solo lacune.
Ed è come se ogni pasto sgretolasse poesia
In cronometri da misurare in dose al peso
Idonei ad inoltrarci
Siccità di parole.
Elisa con la bocca spalancata
Osserva la folla
E affamata inghiottisce
La genesi dei silenzi.
- Che tutto sia assecondato
In obolo alle sirene d’Ulisse
Incantatrici dal timbro obeso
Ad ormeggiarci sordi -
[Non trovarmi Orfeo che nel vuoto io possa rendermi spessore
Tocco di vita rimessa ]