Era sempre stato un bell’uomo, il signor Enrico. Alto, magro e asciutto, un portamento deciso ma rassicurante. Abbigliamento di ottima foggia, tessuti in morbida lana o cashmere in inverno, fresco cotone o lino in estate. Scarpe di pregiata fattura, calze adeguate, ottimi accessori in pelle che completavano il quadro.
Una persona squisitamente elegante, il signor Enrico.
La sua professione, la sua famiglia, le abitazioni che avevano accompagnato la sua esistenza, tutto era sempre stato molto raffinato e gradevole alla vista, al tatto, a tutti i sensi insomma. Se il merito fosse stato suo o del destino nessuno se lo era mai chiesto. Diciamo pure un insieme delle due cose, come spesso accade nella vita.
Ma anche per Enrico la vita scorreva veloce e,… pian piano, aveva cominciato a correre, correre e correre, fino a portarlo qui, con il suo portamento un po’ meno eretto, con le spalle un po’ più curve e le sue mani nodose dalle unghie curate appoggiate a un elegante bastone dal pomo in avorio.
“Zio, non puoi continuare ad abitare da solo”; non era stato facile convincerlo.
Certo, il suo mondo era stato costellato di personaggi al suo servizio, di donne che si affaccendavano attorno a lui affinché le sue giornate si dipanassero senza intoppi, almeno sotto il profilo pratico: camicie impeccabili, scarpe lucide e fazzoletti candidi.
Ma questa era la prima volta in cui Enrico aveva bisogno “davvero” di qualcuno che si occupasse di lui. Qualcuno che avrebbe dovuto condividere le sue giornate, qualcuno di cui - si sarebbe accorto fin dal primo giorno – non avrebbe potuto più fare a meno.
Era un lunedì assolato di un caldo luglio, quando Palma strinse la mano di Enrico.
“Spero andremo d’accordo, chissà, magari potremo anche volerci bene”
Attorno a loro, nipoti e cugini si scambiavano occhiate interrogative e preoccupate: quel filo di tensione che li stava avvolgendo poteva srotolarsi e lasciar spazio a rassicuranti sorrisi, come stringersi attorno alle loro paure lasciandoli in balia di incertezze e preoccupazioni.
“Signor Enrico, è contento se rimarrò qui con lei?”
Magra ma energica, i capelli scurissimi legati in una lucida coda di cavallo, i fianchi tondi, le gambe forse un po’ tozze ma lunghissime, le mani dalle unghie corte e lucide, Palma era sicura che… ce l’avrebbero fatta.
E da quel lunedì assolato le loro giornate si fusero in una comunione di solitudini.
“E’ così triste essere soli fra tanta gente, ma è bellissimo essere sereni in due”, gli diceva spesso, sorridendogli con gli occhi un po’ lucidi.
Palma si alzava prima di lui, preparava la colazione, lo aspettava in cucina e – insieme – salutavano il giorno che nasceva.
Lo aiutava a vestirsi, gli allacciava le stringhe delle eleganti calzature, gli porgeva il bastone e, a braccetto, raggiungevano il parco.
E su quella panchina gli raccontava dei suoi bambini lontani, del suo paese caldissimo e tormentato, dei suoi genitori non così vecchi ma così malandati, delle sue speranze e del suo incrollabile ottimismo.
Enrico l’ascoltava apparentemente assorto, con quell’espressione lontana che accompagna chi non è più attore ma solo comparsa; ma le lacrime di Palma, che qualche volta spuntavano e scivolavano veloci sulla faccia spigolosa, lo sconvolgevano.
Allora le stringeva la mano e la rassicurava, le diceva che li avrebbe presto ritrovati, che sarebbe stato per sempre.
Si alzavano e rientravano lentamente verso casa, dove lui si sarebbe riposato sull’elegante poltrona in cuoio un po’ sdrucito, mentre Palma avrebbe imbastito il loro pranzo.
Con le sue mani veloci, con l’eleganza dell’anima, avrebbe posato i due piatti sulle tovagliette in rafia colorata, avrebbe versato il corposo vino nei loro bicchieri, e qualche volta gli avrebbe fatto notare sorridendo “Signor Enrico, ha una macchiolina di sugo su mento!”.
Enrico, nella sua elegante vestaglia in seta blu scuro, rigata di sottili strisce color bronzo, non lo sapeva ma era felice.
Quella sottile felicità che quasi mai riconosciamo, ma che ricordiamo soltanto “dopo”. E l’ineluttabile “dopo” del Signor Enrico sarebbe stato il bellissimo “dopo” di Palma, che avrebbe ritrovato i suoi bambini, i suoi vecchi non così vecchi, il suo paese caldissimo.
La fusione di queste così diverse eleganze sarebbe stato il fuoco che avrebbe scaldato il cuore ai suoi nipotini, che un giorno avrebbero ascoltato a bocca aperta la favola della loro nonna, bellissima e glamour nella sua vestaglia colorata di giallo e verde e rosso, mentre con gli occhi brillanti raccontava di quel lontano vecchio signore così elegante, in quella casa calda, raffinata ed accogliente, ricordando con tanta dolcezza chi aveva saputo cambiare la sua vita.