POESIA PER IL MIO EDITORE (e per conoscenza a Sandra Mondaini)
Caro editore,
non posso dire davvero nulla sulla serata di letture di poesie,
di libri fatti con le copertine chiare.
Non posso dire nulla se non che non l’ho sentita mia
e che per “mia” intendo la personale distanza
dal modo di concepirla,
la poesia.
La poesia non è certo portarsi dietro la claque,
la poesia non è certo affermare,
senza scoppiare a ridere davanti a cento persone,
che “il romanzo come potete notare è scritto in seconda persona”.
Poesia non è certo firmare autografi
con le maniche della camicia
bianche.
Vedi, mio caro editore,
io mi diverto,
o meglio,
amo divertirmi
e soprattutto non sopporto questo tipo di persone
come tu,
del resto,
non sopporti quelli come me.
Ma non è un dramma,
credimi,
sai che ti stimo
e la cosa, almeno a me, basta.
Sei un editore e fai i tuoi interessi,
devi vendere libri.
Io faccio il poeta
e devo occuparmi di dar da mangiare ai merli.
Sono due condizioni diverse
e non offenderò la tua intelligenza
spiegandotele.
Faccio il poeta e scrivo
e invento biscotti di cera
seduto di spalle
in un tavolo di legno massacrato dalle tarme,
dal mio ticchettare nervoso
ombre con le dita.
Vivo di orli.
Vivo asserendo che ogni poesia,
per essere definita quantomeno bella,
deve costare almeno due euro e ottanta.
Vivo di ansie,
di mutismi leggeri.
Vivo
cercando la zona erogena dei gabbiani
e dipingo di parole tutto quel che arrugginisce.
Vivo di attese,
di fiati sul collo
e come una malattia
sono spirito e carne,
come ogni approdo
sono un nome inciso
come diamante.
E non venirmi a dire
di inceppare il mitra,
di chiedere scusa,
perché un poeta non ha scuse.
Con stima.
Flavio Toccafondi