Capitolo primo
(dove Tata, frugando sul fondo del letto, incontra i folletti e viene introdotta nel regno delle streghe)
C’era una volta, e c’è ancora, un quando in cui bastava, e in cui basta, davvero poco a entrare in un mondo magico: un soldo di coraggio, un'oncia di fantasia e una pinta di sincerità di cuore.
Di notte, quando il respiro tranquillo del sonno era padrone di tutti gli abitanti della casa e la casa aveva spento tutte le sue luci e chiuso gli occhi delle finestre, i bambini coraggiosi alzavano le lenzuola e si infilavano nel letto a testa in giù.
E andavano giù, giù fino in fondo e proprio in quel punto, lì sul fondo, iniziava ogni notte un viaggio straordinario che li trasportava in un mondo fatato.
Quello che avrebbero trovato dipendeva dalla luna.
Un quarto di luna crescente ti apriva le porte dell'Oriente: vivevi storie da mille e una notte.
Un quarto di luna calante faceva comparire un troll, folletto birichino che ti portava nei paesi nordici, tra ghiacci e fiordi. Mezza luna con gobba a ponente ti trasportava in Africa fra tam tam e Zulù.
Se la gobba era a levante, ti ritrovavi invece nel bel mezzo della riserva degli Indiani Chitimacha.
Ma la luna piena era la più magica e la più inquietante di tutte e ti faceva volare dritto, a bordo di una scopa, di una scodella, di un water o di quel che c’era a disposizione, in un mondo lontano nel tempo ma vicino a casa, l'Europa Occidentale appunto, un mondo fatto di streghe e maghi, di pozioni magiche, di filtri fatati e pipistrelli.
Vi ho detto questo perché possiate capire meglio cosa capitò a Tata, una curiosissima ragazzina cicciottella con due occhioni neri vispi e intelligenti, durante il plenilunio, il giovedì, di una notte di fine estate.
Subito dopo cena, Tata fu presa da una strana agitazione, e il cuore sembrava scoppiarle in petto.
La ragazzina saltellava per la cucina come fosse impazzita, tanto che sua madre l'aveva più volte ripresa.
Anche il padre, un omone grande e grosso come una montagna, che quando leggeva non si accorgeva mai di quanto accadeva intorno a lui, aveva alzato infastidito gli occhi dal giornale e aveva chiesto preoccupato alla moglie: “Cos'è questo terremoto? L’avrà mica morsa una tarantola?”
Così avevano pensato bene di mandare Tata a letto, non senza averle prima ricordato di lavarsi i denti e con la severa proibizione di mettersi ad ascoltare musica a tutta palla come le scappava di fare qualche volta, quando sentiva un qualcosa, un piccolo dolore nel profondo del cuore, un pensiero grigio sottocutaneo, come diceva la sua amica Delfina quando tentava di dare spiegazioni a quelle tristezze sottili o a quelle improvvise agitazioni che ti colgono di tanto in tanto, soprattutto nel periodo dell'adolescenza.
Tata chiuse la porta della sua camera, si infilò il pigiama con gli orsetti, il suo preferito, arruffò il pelo rosso del suo gatto Theo, lo strinse in un abbraccio morbido peloso e lo sistemò nella cuccia. Disse frettolosamente una preghiera al suo angelo custode, e si gettò sul letto.
Con stupore, s’accorse che i suoi piedi non erano per niente stanchi e saltellavano tra materasso, lenzuola e cuscini.
Come rispondendo a un silenzioso richiamo, lentamente si alzò, aprì la finestra e si sporse dal davanzale a respirare a pieni polmoni l’aria fresca della sera.
La luna piena illuminava il giardino di una luce metallica, i pini circostanti, mossi dalla brezza, tracciavano paurose ombre sul muro della casa, gli animali notturni facevano sentire le loro voci stridule, lontane, d'improvviso più vicine, sommesse e poi acute.
Le stelle brillavano di una luce incandescente.
Tata rimase alla finestra per molto tempo, con lo sguardo incantato rivolto alla luna. Sentì i suoi genitori che andavano a coricarsi, udì i loro passi salire stancamente le scale, il bisbiglio delle loro voci e la porta della camera chiudersi dietro di loro.
In pochi minuti la casa fu avvolta dal silenzio, uno strano silenzio ovattato, interrotto solo dal russare ritmato del babbo e dal ronfare tranquillo del gatto.
Tata si diresse verso il letto, annusò il profumo fresco di lavanda delle lenzuola. “Come sanno di buono!” pensò. E si tuffò sui cuscini.
Ma il sonno non veniva. Si era perso sicuramente da qualche parte.
Però, se non arrivava lui, nemmeno i sogni potevano arrivare.
Si ricordò allora che il nonno le diceva sempre: “Quando non trovi qualcosa, cercalo sul fondo del letto; vedrai che prima o poi, quel che cerchi salterà fuori”.
È una parola, infilarsi sotto le lenzuola a testa in giù. Al buio richiede una buona dose di coraggio e un pizzico di incoscienza, ma Tata non dormiva e qualcosa bisognava pur fare.
Così, oplà, in men che non si dica si mise carponi col sederotto in aria, e giù verso il fondo del letto. A metà percorso fu presa dalla paura, sgattaiolò su come una molla, prese fiato, lasciò che il cuore tornasse dalla gola, dove era arrivato per l’emozione, al suo posto abituale, e che il battito tornasse regolare, e ritentò il percorso. Piano, piano, più giù, ancora più giù ed ecco il fondo del letto. Attese solo qualche istante, chiuse gli occhi con l’recchio appoggiato al materasso, quando sentì:
“sst! Psst! Ragazzina!”
Aprì gli occhi di scatto, ma lì sotto era buio e non riusciva a distinguere nulla. Udì un colpetto di tosse, come se qualcuno stesse tentando di schiarirsi la voce e poi ancora:
“Psst! Sei cieca? Sono qui vicino al tuo gomito”.
“Chi cavolo sei?” chiese Tata con un tono a metà tra lo spaventato e il curioso, cominciando a distinguere un’ombra poco più grande di un pollice.
“Sono io, sono Alpen, il folletto buono. Quello là in fondo, nascosto nella piega del lenzuolo, è mio cugino Trutten, lo spiritello degli incubi”.
“Cosa ci fate qui, nel mio letto?” domandò Tata, un poco indispettita da quelle intrusioni.
“Stiamo spiando la Pfäffin che sta facendo il suo rito di richiamo per il sabba delle streghe in Tonale”.
Tata dapprima pensò di essere capitata nel regno dei matti, poi un poco si impaurì. Ma ormai era lì e non poteva di certo fare la figura della fifona, scappando. E poi, a pensarci bene, quei due folletti avevano una faccia simpatica e in qualche modo rassicurante.
Alpen aveva un sorriso che gli attraversava tutta la bocca fino alle orecchie, Trutten aveva uno sguardo corrucciato e gli occhi gialli, ma si vedeva che era un tipo allegro e che quello era un atteggiamento per darsi delle arie.
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