Prologo
La camera era gelida.
Nelle loro crepe ancora invisibili le pareti soffocavano l’imminenza della tragedia.
Del tremito dei corpi non era responsabile solo la bassa temperatura.
Uno dei paggi tratteneva a stento le lacrime, il gomito premuto su una delle colonne di quarzite rossa. Una luminescenza ambrata tremolava nell’aria, disegnando un’ellissi sulla sontuosa testiera di ebano azzurro. La nota sospesa di un’arpa si spegneva nella spaziosa immobilità della stanza.
Il messo di Lantaria se ne stava in piedi, silenzioso, appena fuori dalla porta. Il suo pastrano stinto contrastava con l’abbacinazione dei pannelli di adamantino che lastricavano il corridoio alle sue spalle.
Sulla trapunta viola ondeggiavano lunghe ciocche dorate, preziose amebe sulla molle superficie di un lago di sanguinaccio.
Solo l’umido respiro di Arnel dava il cambio al fruscio delle federe e al gocciolio di un rivolo d’acqua che filava sul soffitto.
Il messo fece un cenno ossequioso con la mano guantata.
“Vogliate perdonare la mia intrusione, ma credo sia piuttosto urgente”.
Arnel distolse lo sguardo accigliato dal lettone. Nell’oscurità i suoi occhi lanciarono riflessi perlacei, che non mancarono di turbare il valletto al suo fianco. Un’inquieta armonia di fusa faceva da sottofondo a quel silenzio glaciale. Tre gatti si erano adunati in una morbida piramide ai piedi del letto. Con le lingue si strigliavano a vicenda il pelame aranciato.
“Le porgo le mie più sentite scuse. Non potevo affatto immaginare che anche qui da voi la situazione fosse così… ecco… così delicata”.
Arnel gli si avvicinò con fare grave. Poggiò una mano sulla spalla dello staffiere barbuto che lo aveva scortato fin lì.
“Sarà meglio raggiungere la cappella dei cristalli”.
Il valletto si fece da parte con un inchino. Con un ampio gesto del braccio indicò loro una bassa porta azzurra. Poi mormorò alcune parole incomprensibili e tornò a vegliare vicino alla sponda del letto. Lo staffiere li accompagnò per un breve tratto, aspettando che fossero usciti dalla stanza, prima di serrare il portone.
Il messo lo seguì attraverso alti corridoi ombrosi dalle pareti ricoperte di festoni di rovere. Sottili lesene di schisti ritmavano quel percorso come un corteo di candele spente.
Arnel si chiuse il portale alle spalle con un colpo convulso del tallone. Il messo trasalì, guardandosi attorno per sincerarsi che il rumore non fosse quello di un calcinaccio caduto dal soffitto.
Dopo aver contemplato con ansia il grappolo di globi di cristallo che oscillava sotto il catino della cappella, tornò a posare gli occhi spiritati su Arnel.
“Sua magnificenza marchese di Edelia…”
“No. Lasci stare. Detesto essere chiamato con i titoli nobiliari. Da quando il desiderio si è avverato, ho stabilito che mi si chiamasse soltanto col nome scelto dai miei genitori. Come forse saprà, non appartengo a un’antica casta come la mia compagna”.
“Sì, la sua compagna”.
Il messo indugiò con aria solenne, come se stesse ancora valutando la scena intravista nella camera da lettto.
Di quando in quando, a seconda del punto d’osservazione, intorno al graspo di globi, gli occhi del messo coglievano il fluttuare di minuscoli girini azzurri. Galleggiavano lentamente, uno dietro l’altro, come se percorressero un’orbita, ora in un verso ora nell’altro.
“Ebbene, rispettabilissimo Arnel, come può facilmente intuire, non sono arrivato sin qui usando la rete di gallerie dei galdyan solo per spiare le attività della nuova marca”.
“A giudicare dal vostro aspetto non si direbbe che abbiate passato il confine con il loro consenso”.
Il messo, lievemente irritato, si schiarì la voce. Sentiva che il suo contegno veniva smentito dagli strappi che gli si aprivano sulla casacca e dalla polvere che lo indorava da capo a piedi.
“A onor del vero, debbo solo alla mia astuzia e a una consistente dose di buona sorte la mia fuga dal massacro di Antalide!”
Arnel si rabbuiò in volto. Sfregandosi le tempie come se tentasse di scongiurare l’arrivo di un emicrania, cominciò a camminare intorno al messo in cerchi sempre più rapidi.
“Massacro? Che state dicendo? Possibile che in questi mesi l’assenza di Edel abbia avuto conseguenze così disastrose?”
“Ahimè, mi trovo a dover correggere di poco la sua deduzione. In realtà è stata la scomparsa di Frenuk terzo, il padre di Edel, ad aver acceso la miccia di questa polveriera”.
“Il marchese è stato rapito?”
Il messo scosse la testa raschiandosi dal bavero della casacca una crosta di terriccio.
“Lo sospettiamo. Anche se non disponiamo di fonti attendibili per poterlo affermare. Ma la prego, non m’interrompa. Ci resta poco tempo”.
Il messo lanciò un’occhiata circospetta e angosciata fuori dalle vetrate.
(continua)