Dario Malini
Il bosco di via Quadronno

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Titolo Il bosco di via Quadronno
La straordinaria avventura di tre ragazze sulle tracce delle ultime streghe di Milano
Autore Dario Malini
Genere Narrativa - Romanzo      
Pubblicata il 30/04/2007
Visite 13394
Punteggio Lettori 50
Editore Liberodiscrivere® edizioni (Studio64 srl Genova)
Collana Spazioautori  N.  8
ISBN 978-88-7388-121-6
Pagine 98
Note PREMIO 2008 EDITORIA INDIPENDENTE DI QUALITA´
Illustrazioni di Alessandro Fantini. Collana Fantagraphia, curata da Anna Maria Fabiano.
Prezzo Libro 10,00 € PayPal

Immagina di passeggiare per Milano. T´immergi nelle sue vie tumultuose, mentre una moltitudine di persone ti sfiorano procedendo a passo spedito. Auto sferraglianti ti sfrecciano accanto, evitando accuratamente di rallentare, anche se ti trovi sulle strisce pedonali.



La notte avanza.



Imbocchi una stradina defilata e, all´improvviso, un´ombra, un suono o forse solo un odore, ti suggerisce che lì, dove il rumore del traffico e le luci dei lampioni non sembrano avere più potere, sta accadendo qualcosa di straordinario.



 In alto, le nubi si aprono lasciandoti vedere le stelle.



Milano, è quindi evidente, ci viene restituita in altra forma, fasciata da una veste ben diversa da quella alla quale siamo ormai tristemente abituati a concepirla. Eliminata drasticamente dal contesto narrativo la sua parte ´industriale´, intesa in senso largo, ecco lo spazio aperto alla dimensione ´parigina´, di mistero e di sogno, di ombre e di suspance, di labirinti e sotterranei, di figure strane e inquietanti.



Fantasy cittadino, era la spinta iniziale a questo percorso. Una delle strade che più ci piacerà di battere nella nostra collana fantagrafica, e Dario Malini ha osato per primo, addentrandosi nel genere con una destrezza e una prontezza espressiva davvero ammirevoli. Piano piano, ma senza cesure, ci porta per mano assieme alle tre ragazze che si trovano, quasi per gioco, sulle tracce delle ultime streghe di Milano, quelle che, lungi dall´essere sinonimo di paura o di crudeltà, sono invece la strada per tornare alla poesia, come si scoprirà alla fine del racconto.



E ci lascia entrare nelle ossa e nel sangue l´emozione, la paura, lo sconcerto che le protagoniste provano di volta in volta, e ci fa abbracciare il loro gergo ´attuale´ e scanzonato, e ci induce a pensare che spesso lo scrittore insegue lontano e in modo limitatamente esterofilo quello che invece in fondo vive e palpita sotto i suoi stessi occhi. Basta solo provarci a sfogliarle le pagine delle nostre città, a rileggerle in chiave storico- fantastica, a tradurne le manifestazioni etnologiche in fiaba, a salvarle dalle abusate ragioni di inquinamento, violenza, emarginazione... solo con il tocco sapiente della mano che, ascoltando l´impulso artistico puro, digita parole che suonano e significano.



Come accennato, in appendice al racconto, si trova la lunga conversazione con Dario Malini, dal titolo emblematico "Quando a Milano volavano le streghe". In queste pagine, oltre al già accennato bisogno di rivivere la città in modo fantastico e misterioso,  troviamo molti riferimenti dotti sia sulla storia di Milano sia su quella generale del periodo medioevale, che possono essere di grande interesse per i ragazzi che vogliano conciliare il piacere di una lettura avvincente e avventurosa con la consapevolezza delle proprie radici.



Per questa e per altre ragioni, io ritengo che questo libro dovrebbe essere diffuso in tutte le scuole del milanese e dovrebbe fare bella mostra di sé in tutte le librerie cittadine.



 A rendere questo libro magico e fruibile a tutte le fasce d´età contribuisce, come lo stesso autore dichiara nella sua conversazione, l´abile mano illustrativa di Alessandro Fantini, l´artista e scrittore abruzzese nel quale l´autore ha ravvisato subito quella sensibilità artistica idonea a completare un interessante quadro narrativo.



Anna Maria Fabiano

La luce dei caschi si propagava a fatica nell’atmosfera densa e polverosa della stretta galleria. La discesa era talmente ripida che, sebbene indossassero tutte robusti scarponcini da trekking, camminare senza slittare era del tutto utopistico. Barbara faceva strada reagendo a ogni scivolata con frasi irriferibili.

Dopo una ventina di minuti dalla partenza, dovettero faticosamente scavalcare tre archi di pietra che emergevano parzialmente dal piano del calpestio. Era trascorsa forse un’altra mezz’ora quando Sabrina, che seguiva dappresso l’amica di colore, si girò per controllare se Chiara riusciva a stare al loro passo. S’accorse allora che non c’era più! Spaventata, fermò la compagna. Ansimando, percorsero a ritroso, quasi di corsa, lo scosceso sentiero finché non la scorsero: seduta su una pietra, il gomito sinistro puntellato sul ginocchio, si reggeva la testa poggiandola sulla mano chiusa a pugno. Il suo sguardo, immobile, mirava un punto imprecisato della parete di mattoni rossastri davanti a lei. Tremava.

Barbara: “Chiara, che hai?”

“Non lo capisci? Siamo murate qua sotto. Nessuno conosce queste gallerie e nessuno ci potrà venire a salvare. Non c’è via di scampo: moriremo”.

“Ti sbagli, Chiaretta: abbiamo acqua e abbiamo cibo. Abbiamo anche una riserva di acetilene che ci darà luce per molto tempo. Vuoi scommettere che entro un paio d’ore vi tiro fuori di qui?”

Anche in un momento tanto drammatico, Barbara, raccogliendo il cellulare che l’amica aveva lasciato cadere ai propri piedi, non poté evitare di mettere una punta d’ironia nella frase con cui glielo restituì:

“Niente campo, non è vero?”

Se furono necessari un bel po’ di discorsi e un considerevole numero di smancerie per indurre Chiara ad alzarsi, presto si poté ripartire. Questa volta, per prudenza, la fecero stare al centro della fila. Nonostante gli sforzi di Barbara, però, le parole della compagna avevano depositato un velo lugubre sulla loro impresa e le tre, ora, camminavano in silenzio, cupe e abbattute.

Il percorso aveva sempre più frequenti restringimenti, costringendole spesso a trascinarsi carponi sulla terra nera e asciutta per superare qualche strettoia. Faceva anche piuttosto freddo. Chiara respirava rumorosamente e necessitava di continue soste. Sfinita, dopo un passaggio particolarmente malagevole, si lasciò cadere nuovamente a terra:

“Ragazze, sono fottuta. Io mi fermo qui: andate avanti voi”.

Se abbracci e incoraggiamenti questa volta non riuscirono a convincere la paffuta ragazza, che non la smetteva di singhiozzare, a riprendere il cammino fu una buona merenda, concessa a malincuore da Barbara, la quale intendeva razionare al massimo i viveri, a ridarle la voglia di proseguire.

Dopo un’altra buona mezz’ora di strada, il passaggio, che s’era fatto tanto stretto da costringerle a procedere strisciando, d’improvviso si aprì. Le giovani, estasiate di poter stare nuovamente in piedi, si guardarono intorno spolverandosi alla bell’e meglio i vestiti e stirandosi le membra anchilosate. La galleria, d’altezza e larghezza sufficienti da permettere di camminare comodamente in posizione eretta, era in ottimo stato e l’aria sembrava un poco più respirabile.

Barbara: “Guardate!”

In lontananza brillava una luce. Vi si diressero, dapprima correndo, poi via via con sempre maggior cautela. Al termine, percorsero in punta di piedi i pochi gradini che conducevano a una stanza a pianta quadrata. Da una stretta feritoia sulla volta, filtrava qualche sparuto raggio di sole che, nell’oscurità totale in cui le tre amiche s’aggiravano ormai da diverse ore, gli sembrò fulgido e commovente. Ma non poterono goderne a lungo poiché qualcuno, seduto su un trono di pietra posto in un angolo, le interpellò:

“Piasüda òa scapàda a via Dant?”

Da sotto un cappello di stoffa a fiori, una donna di mezz’età, il viso bianchissimo segnato da rughe piccole e profonde come scaglie, le osservava apparentemente divertita dal loro aspetto trasandato.

Mentre Sabrina, ben sapendo che l’amica non capiva il milanese, sussurrava nell’orecchio di Barbara la traduzione della frase, “Ci chiede se c’è piaciuta la passeggiata in via Dante”, Chiara pensò a rispondere alla signora:

“Ma lei chi è? Com’è arrivata fin qui? La prego, ci aiuti!”

Alzandosi, la donna rivelò di non superare di molto il metro d’altezza. Dopo essersi portata alle labbra carnose e vermiglie un panciuto fiaschetto, si mise a canticchiare:

“Giò giò allegher

del vin neger:

sbegascemm,

che poeu dopo parlaremm”.

Porse una bottiglia a Chiara, che non osò rifiutarla. Alla sua prima circospetta boccata, ne seguirono di sempre più esuberanti e disinvolte. D’altronde, sia detto a sua giustificazione, la ragazza era davvero assetata. Presto fu imitata da Sabrina e da Barbara alle quali la donna aveva consegnato, traendole chissà da dove, altre due bottiglie già stappate.

“Che granada! varda varda!

sent che odor!

che bell color!

Viva Bust

e i sò vidor!”

Le giovani, dopo essersi sistemate a terra il più comodamente possibile, bevettero in silenzio godendo del potere corroborante del liquido, mentre la nana, sogghignando e recitando di tanto in tanto qualche verso, ingollava delle gran sorsate del rosso vinello di Busto, che tracimavano sovente dalla sua pur capiente cavità orale.

“Che granada! varda varda!

sent che odor!

che bell color!”

A Sabrina dopo un po’ girava la testa. Ciononostante riusciva ancora a pensare che, se volevano salvare la pelle, dovevano spremere qualche informazione da quella buffa creatura prima che si dileguasse.

Adottando un certo tono infantile, che sapeva avere di solito una qualche presa sugli adulti, le chiese:

“Non è che ce lo direbbe come si esce da qui?”

Il donnino, per nulla impressionato, scatarrò a terra più volte. Poi rispose con un ghigno maligno:

“Incö l’è propi bèl, ve piasaria nò fa ona scapadina in piassa del Dòmm?”

“No, signora, dico davvero: siamo sfinite! Se non ci aiuta, non so com’è che usciamo da questa situazione”.

La nana, dopo essersi avvicinata a Sabrina, bevve un ultimo sorsetto e intonò la solita canzone, questa volta con un’imprevedibile vocina dolce e quasi materna:

“Sent che odor!

che bell color!”

Le sue mani sudice e paffute disegnarono nell’aria un piccolo cerchio. Infine diede una lieve carezza ai biondissimi capelli dell’adolescente e mormorò:

“Per vegnì föra de chì, cara mia, gh’è dumà la fed, de stà’tent e la magia. Ma adèss tusànn durmì che l’è ura…”

E concluse a gran voce, ridacchiando e ritrovando d’un tratto tutto il suo brioso vigore:

Duman no el sarà nò una bambanada...”

...Di lì in poi la galleria diventò un po’ troppo affollata: se l’apparizione del primo insetto era stata piacevole, quando cominciarono a spuntarne un po’ da tutte le parti, la cosa prese un’altra piega.

E non si trattava più solo dei placidi coleotteri di prima, v’erano anche vermi d’ogni tipo, ragni di varie fogge e misure, piccoli scorpioni, strani esseri alati e altre minuscole creature dalle conformazioni più diverse ma tutte invariabilmente schifose.

Le ragazze dovevano calpestare un tappeto brulicante di esseri viventi che si mutavano in poltiglia sotto i loro scarponcini.

Gli animaletti erano sempre di più e ben presto cominciarono a piovere pure dall’alto…



Fantasy cittadino, era la spinta iniziale a questo percorso. Una delle strade che più ci piacerà di battere nella nostra collana fantagrafica, e Dario Malini ha osato per primo, addentrandosi nel genere con una destrezza e una prontezza espressiva davvero ammirevoli.

Piano piano, ma senza cesure, ci porta per mano assieme alle tre ragazze che si trovano, quasi per gioco, sulle tracce delle ultime streghe di Milano, quelle che, lungi dall’essere sinonimo di paura o di crudeltà, sono invece la strada per tornare alla poesia, come si scoprirà alla fine del racconto.

E ci lascia entrare nelle ossa e nel sangue l’emozione…



Illustrazioni di Alessandro Fantini

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