Che cosa è una donna?
La donna è un animale.
Non mi si fraintenda. L’animale (che non esiterei a definire come il vero essere umano) è anche la nostra parte «altra», l’alterità verso cui tendiamo o, se preferite, il modo di proiettarci verso un «fuori». Questo «fuori» paradossalmente, ma nemmeno più di tanto, si costituisce a partire da un interno, da un’intestinità. Risulta evidente che l’assioma –se assioma è– può essere tranquillamente rovesciato: l’io umano, proiettato verso un «fuori», rappresenta l’alterità dell’animale che è dentro di noi. In questa giustapposizione di singolare e di plurale, che affronteremo esaustivamente più avanti, è necessario puntualizzare il primo approccio ad una «commistione», anche se sarebbe più consono dire «congiunzione» tra i sessi, proponendo la seconda interrogazione.
Che cosa è un uomo?
L’uomo è un animale.
Storicamente parlando la differenza, se ce n’è, è che la donna viene considerata un animale domestico e l’uomo invece un animale predatore. Facciamo un esempio banale: un gatto e una tigre. Entrambi animali, entrambi appartenenti alla stessa famiglia (felini), ma diversi sia in sé che nel proprio tendere all’altro da sé. Diversi nel modo di porsi nei confronti della propria alterità e diversi nel modo di aprirsi o chiudersi all’alterità altrui.
Si suol dire che ciò che distingue l’essere umano dall’animale è che il primo possiede il cosiddetto discernimento e che le attività cerebrali del secondo siano invece limitate a funzioni specifiche. In tal senso il nostro io animale dovrebbe permetterci sia l’istintualità che la sopravvivenza mentre l’io cosiddetto umano dovrebbe donarci la facoltà di comprendere le nostre azioni, o quanto meno di dare un senso alla nostra esistenza. Lungi da me l’idea di avventurarmi in una disquisizione di questo genere, ma ciò che manca –storicamente– all’essere umano è proprio il discernimento. Non si spiegherebbero altrimenti le guerre, le prevaricazioni prevaricazioni, il sadismo, i preconcetti etici e religiosi e tutta una serie di patologie che hanno letteralmente caratterizzato l’intera umanità.
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Se è vero che la funzione del linguaggio non dovrebbe essere quella di informare, nel senso di catechizzare, ma quella di evocare o, se preferite, di sollecitare un proprio pensiero, tenendo conto dell’impossibilità di essere esaustivi su un argomento così vasto che sfuggirebbe a qualsiasi tipo di controllo e su cui ci sarebbe troppo da dire, l’intento di quest’opera è, forse, proprio quello di evocare, di «gettare uno sguardo», di dire magari poco, ma di dirlo «altrimenti», di rivolgersi cioè non dico esclusivamente all’alterità, ma comunque all’accezione altra, di considerare ogni singola cosa da un doppio punto di vista: il punto di fuga e il punto di rientro. In poche parole di rivolgersi al «sé». Del resto qui si parla di individui, di esseri umani (per quanto dal punto di vista dell’altro possano essere considerati, più o meno, disumanati), e poco importa se siano illustri o sconosciuti. Quello che conta non è tanto dare le risposte, ma porre le domande. Proporre una serie di interrogativi a cui ognuno potrà dare, se lo vorrà, la propria risposta.
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Esistono diversi tipi di transito. C’è un transito, per così dire, naturale e c’è un transito indotto. Si può scegliere come e quando produrre il proprio movimento e il proprio transito. Possiamo fare l’esempio di Emma Goldman (1869-1940), di nazionalità russa e americana, il cui nome è segno distintivo dell’anarchia. La Goldman produce, quasi sempre autonomamente, il suo transito spostandosi in quei luoghi ove c’è bisogno del suo intervento diretto. Nasce in Lituania, decide di trasferirsi in America, si sposta in Francia, Svezia, Gran Bretagna, Germania, Spagna e conclude la sua vita in Canada. Ma talvolta il transito viene letteralmente imposto. Quante donne, per produrre il proprio farsi evento sono state costrette all’esilio? Anna Seghers (1900-1983), scrittrice tedesca ma ebrea, è costretta all’esilio in Messico. Dolores Ibarruri (1895-1989), caso più unico che raro di una donna che riesce a divenire presidente del parlamento del proprio paese, dopo la guerra civile spagnola si reca in Russia e ritorna nel suo paese natale solo dopo la morte di Franco. Tina Modotti (1896-1942), nata in Italia, si trasferisce prima in America e poi in Messico, paese dal quale viene espulsa. Dopo una lunga peregrinazione in alcuni stati europei a cui ha donato il suo fattivo impegno sociale rientra in Messico dove muore in circostanze non ancora chiare. Maria Zambrano (1904-1991) tra sud America, Svizzera, Francia e Italia vive un esilio di circa 45 anni prima di rientrare in Spagna, etc.
Tutta la nostra esistenza verte sul transito. Transito fisico dei corpi all’interno di un corpus e transito mentale dei pensieri «in opera» all’interno di un lasso di tempo –tendenzialmente breve ed effimero- ove definire la propria esistenza o, se preferite, ove «finirsi» nel percorso che lega, tra loro, due punti ben definiti: nascita e morte.
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Si può vivere da morti, nella sottomissione e nella prevaricazione, ma anche semplicemente nell’esclusione dai ruoli sociali. Si può morire anche da vivi, molto semplicemente nel fatto di non essere considerati. In tal senso la donna è morta nel suo vivere al passivo, nel suo non essere ascoltata. È la storia dell’umanità a dirci questo. Ed è a partire da questo che tra la donna e l’uomo si situa lo scontro.
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Diane Arbus (1923-1971), fotografa americana, ci mostra gli aspetti dell’umanità e della società che il sistema non vuole rendere pubblici. La Arbus fotografa la deformità, la pazzia, la povertà, quella che Kantor, nelle sue travisazioni teatrali, definiva “la realtà del rango più basso”. Diane Arbus vive nel paese più «bello» del mondo e in cui tutto va bene. Non ha senso che essa ci mostri l’emarginazione. È questo il pensiero portante di una società come quella americana. Questo evento deve essere sedato drasticamente. Così Diane Arbus viene fortemente contestata e progressivamente isolata fino a quando decide di farla finita «con il giudizio degli uomini» togliendosi la vita.
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Ed è proprio per queste ragioni che Ipazia d’Alessandria, nel 400 d.C., grazie alle sue doti di filosofa e matematica, quando cominciò ad acquistare un peso rilevante nella società politica del suo tempo, fu semplicemente assassinata. Tanto per citare un altro esempio, nel XIII secolo, Margherita Porete, dopo aver scritto un libro che metteva in discussione l’operato della chiesa, venne condannata al rogo. Cominciamo quindi a fare la conoscenza con quelle che, nel corso dell’opera, chiameremo «macchine sociali».
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In questo movimento sempre uguale a se stesso, e dove si situa per l’appunto l’uguale, non c’è un evento che possa instaurare il seme della differenza, non c’è cioè la possibilità di pervenire all’ «uguaglianza». Se il circolo è chiuso non c’è effrazione, non c’è frattura. Per tirarsi fuori da questo «fuori» bisogna aprire una breccia. La breccia non è ancora evento, ma è il primo passo verso una sua possibile costituzione, è il primo passo per accedere alla libertà individuale e all’«uguaglianza». Potrebbe sembrare un paradosso parlare negli stessi termini di differenza e di «uguaglianza», così come potrebbe sembrare una contraddizione affermare che la differenza è proprio l’«uguaglianza». Cerchiamo di capirci. Abbiamo già differenziato l’uguale dall’ «uguaglianza», l’uguale è ciò che uniforma, spersonalizza e l’ «uguaglianza» è la parità di diritti e doveri. In questo corpus totalizzante e globalizzante l’uguale è ciò che impera e l’ «uguaglianza» è ciò che manca. Raggiungere quindi l’ «uguaglianza» significa instaurare la differenza nell’uguale, ovvero sopperire con il proprio corpo alla mancanza che è propria del corpus.
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Ma qui ci si chiede se Nietzsche sia rimasto provato dal rifiuto di Lou Andreas-Salomé e quanto questo rifiuto abbia contribuito nella formazione del suo pensiero che, in un certo senso, si può definire contro la donna? Qui ci si chiede se Rilke, qualora non avesse vissuto il suo amore con Lou Andreas-Salomé, sarebbe divenuto il Rilke che noi tutti conosciamo? E si potrebbe andare avanti all’infinito. Per esempio ci si potrebbe chiedere in che modo la relazione con Hannah Arendt (che insieme a Simone Weil, Julia Kristeva e Maria Zambrano potrebbe essere considerata la più importante filosofa donna del novecento) abbia segnato e trasformato il pensiero di Heidegger? Sarà anche vero che i filosofi e i poeti sono prevalentemente al maschile, ma è altrettanto vero che per divenire tali hanno avuto bisogno di una donna da cantare, amare, biasimare, condannare, eroicizzare etc.
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Ma io sposterei lo sguardo su altre accezioni quali l’infinità intrinseca, la duttilità, la capacità di sopportazione, lo spirito di adattamento, la predisposizione al dolore. C’è in questa infinità un senso dell’«ulteriore», una certa tendenza al divenire, come se la donna fosse votata –si potrebbe dire indotta dalla sua stessa storia di prevaricazioni e sottomissioni– al raggiungimento di uno scopo ben preciso e di come debba essere costretta a farlo lentamente, progressivamente, con una caparbietà, un’ostinazione che le consentano di sovvertire i dogmi, le regole, gli usi e le consuetudini di secoli di storia vissuti, in un certo senso, in uno stato di passività.
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Un caso lampante è quello dell’imperatrice Sissi (Elisabetta I d’Austria; 1837-1898), moglie di Francesco d’Asburgo, che professava, senza nasconderlo, la ricerca del cosiddetto corpo perfetto. Tutto questo in controtendenza con quelle che erano le regole, gli usi e gli interessi del periodo storico in cui viveva. La sua condizione sociale le permetteva di avere qualsiasi cosa ed è quasi inspiegabile, almeno per il pensiero dell’epoca, quel suo sottoporsi a diete ferree (spesso a base di un solo alimento) e quel suo disfarsi fisicamente fino allo stremo. Forse il suo status non permette l’accostamento con la pressione esercitata dalle macchine sociali. Non c’è qui una macchina che induca il disessere, eppure ella si fa costruire una palestra ove letteralmente sfinirsi, cammina o corre per ore, va a cavallo ridicolizzando la resistenza di qualsiasi altro cavaliere. Sissi si eccede, è una sorta di precursore del dépense; essa non produce il movimento, ma lo eccede. La sua vita è tutto un susseguirsi di eccedenze al lavoro.
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Non lo scontro ma l’incontro, non la separazione ma la congiunzione. La «congiunzione» è quell’atto che può permettere la costituzione di un’essenza che pur contenendo due distinte singolarità tende a surcodificarle ad un livello più alto di consapevolezza. Dalla consapevolezza alla libertà di essere il passo è breve. Ma tutto questo non accade. Sia per colpa dell’uomo che per colpa della donna. Tutto questo non accade perché il sistema è capace di uniformare anche gli eventi diversi
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E la domanda (in cui vive la distanza come evento traumatico) non può limitarsi al «cosa sono?». Ad esso bisogna aggiungere: «sono forse un oggetto da usare e trattare?». Sicuramente Alda Merini e Sylvia Plath si sono poste questa domanda quando erano legate sul lettino in attesa dell’ ennesimo elettroshock. Sicuramente Olympe de Gouges si sarà posta questa domanda ponendo il capo sul ceppo dopo essere stata condannata alla ghigliottina per ordine di Robespierre. Questo perché aveva scritto una dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina.
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Perché la donna, storicamente, «è» oggetto della filosofia, non donna-oggetto da usare ma donna-soggetto da trattare in senso filosofico, ovvero da cui poter trarre la linfa. La donna è da un lato «specchio» e dall’altro «simulacro» della filosofia. Trattando della donna –e facendo finta di farlo in maniera indiretta, cioè dal di fuori– il filosofo uomo tenta di scoprire la propria parte femminile, tenta di avvicinarsi il più possibile alla sua parte femminile, quella che gli appartiene in senso originario e che gli permetterebbe, per così dire, il «salto di qualità», ovvero la cosiddetta visione «totale» delle cose.
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Dalla conversazione con Giovanna Panigadi:
“Il filo conduttore femminile nel mondo non ha mai potuto essere eliminato perché la nostra creatività è ancora inesorabile e insostituibile.
Ma è anche vero che il potere maschile è quello che non ha fatto la storia, però l’ha raccontata e scritta e condotta nella sua esteriorità. Perché il maschio esiste fuori di sé e la femmina è dentro di sé; e nella sua esistenza fuori è quasi sempre sopraffatta dall’esteriorità maschile. A volte mi viene il sospetto che questa sia una garanzia di estinzione che il nostro genere umano si è dato per non durare troppo, per lasciar posto ad altri nella catena evolutiva, chissà. Noi, comunque, abbiamo gli organi genitali dentro, i maschi ce li hanno fuori: non sarà un caso, e questo sembra rendere perniciosamente inevitabile la predominanza esteriore del maschio, con tutti i disastri che questo ha comportato per la storia dell’umanità. Le guerre non penso le abbiano inventate le femmine, troppo legate alla vita essendone l’origine, troppo intente a conservarla, essendone la possibilità. E poi il possesso: sembra che il pene conduca la partita dell’esistenza per i maschi che se lo ritrovano come organo sessuale. Forse più che l’invidia del pene, gli psicoanalisti, avrebbero dovuto indagare l’invidia dell’utero, possibile culla di vita nuova, e la vagina, luogo misterioso che non si misura e non si conosce e non si vede e non si descrive, donando una libertà assoluta che, chi si trova tutto fuori e visibile e misurabile e senza un’intimità assoluta, non ha”.
Dalla conversazione con Rita Bonomo:
“Credo che il senso di colpa nella donna sia altrettanto implicito e genetico quanto il dolore stesso, perché viene “tramandato” e inflitto fin dalla fase prenatale. È comune credenza, ad esempio, che alla figlia femmina si attribuiscano maggiori dolori che non ad una gravidanza “maschia”, fin dalla sua “cova”, e si dice altresì che il parto di una figlia femmina sia più doloroso rispetto a quello di un figlio maschio. In questo aspetto subentra quella che Elena Pianini Belotti, nel suo Dalla Parte delle Bambine, definisce come l’ostilità verso la femmina, un meccanismo proiettivo in cui l’embrione femminile, sentendosi meno amato (-è un fatto che, nella storia e ancora oggi, la nascita di un maschio rappresenti l’Evento e quello di una femmina invece una graziosa, “mera” nascita-) capta e ingloba fin dalla gestazione questo sentimento d’ostilità e si prepara, quindi, ad attaccare quella che sarà la sua prima vittima: la sua stessa madre. Curioso, e lapalissiano al tempo stesso, come la vittima - verrebbe da dire geneticamente predestinata - diventi carnefice eletto e viceversa. Curioso che, rispetto a tutta la letteratura che ripercorre le rivendicazioni del femminismo contro la prevaricazione del maschio, il primo carnefice di una femmina (fosse anche per condizionamenti ambientali e, quindi, in qualità di prestanome) indossi in realtà vesti femminili (indossi e non “abbia” perché, di fatto, è una mera trasposizione del delitto maschile)”.
Dalla conversazione con Teresa Mucherino:
“Il deserto esteriore è una proiezione di parte. Spesso è l’interno che guarda l’esterno e lo codifica secondo i propri canoni. Credo che l’occultamento dell’interiorità molteplice sia soprattutto una richiesta dell’esterno, una necessità di rinchiudere il male o le diversità in lager concettuali, senza possibilità di penetrazione, di perforazione ed erosione delle individualità. Negarne e ripudiarne la trasversalità in una sorta di esorcismo collettivo di estetica del bene. L’essere umano ha dentro di sé una bolgia di appetiti smodati, inconfessabili. È ascetico anche delegare questo inferno personale e peculiare a un’entità superiore e malefica che lo controlli o addirittura lo imponga. È ascetico non rivelarsi, correggere prima di esporsi. Gli inferi e il paradiso partono da noi e, spesso, lì si inabissano come uadi nel deserto.
Questo forse è l’occultamento: non della molteplicità, ma dei percorsi individuali, a favore del rassicurante mondo convenzionale”.
Dalla conversazione con Marianna Russo:
“Perché forse quello che è stato, per il solo fatto che è già stato, dura davvero in eterno, e rifluisce davvero infinitamente dentro di noi per la semplice ragione che è stato amato. E tutto questo in virtù di quella lungimirante filosofia dell’eterno ritorno che ci chiede e presuppone l’amor fati. Nel passato ci si accarezza, ci si ritrova, ci si dondola, ci si percorre. Si ripescano coordinate che, per quanto mefitiche, per quanto patologiche, per quanto deleterie, erano un ubi consistam. Nel presente … l’esser gravidi di qualsiasi proiezione senza nome, senza volto, il guardare sempre dallo spioncino verso un astratto futuro, può darci la sensazione di avere tutto senza avere nulla, di non essere nulla ancora, perché non si avverte intorno un perimetro delimitato. E si sa che solo l’esser radicati consente di volare: chi ha radici ha anche rami protesi verso il cielo tra cui dare rifugio agli uccelli. Il sentirsi intorno un recinto-limes ne presuppone il superamento verso un indefinito; tale recinto è anche soglia, balaustra verso un al di là, pedana di lancio atta al suo stesso superamento.
E la frase “l’averti scagliato lontano fa sì che ora non sappia più ritrovarti” non è altro che la celebrazione malinconica, arrabbiata e al contempo quiescente di un qualcosa che si è dovuto scagliare per salvaguardarsi, ma di un qualcosa in cui si era, e che forse, se non si continua ad amare, si continua non volendo a cercare. Quell’uguale riflesso che si tenta di compulsare in ogni dove, per ritrovarsi, perché in quella scelta dell’ego, in un ventaglio di possibili scelte, si riafferra all’amo la propria identità, il proprio terribile sì, la propria volontà di potenza, il proprio esserci, il proprio significato (ci riamiamo nel riflesso lontano di ciò che abbiamo amato, di ciò che una volta abbiamo scelto)”.
Dalla prefazione di Romano Giuffrida :
“[...] quell’Uomo che Aristotele descriveva “per natura superiore” contrapponendolo alla “donna inferiore” (perché “l’uno comanda, l’altra è comandata” e “nell’uno vi è il coraggio della deliberazione, nell’altra quello della subordinazione”), è già finito da tempo: almeno da quando la femmina ha avuto la forza di dichiarare pubblicamente ciò che, segretamente, sapeva da sempre, ossia che, come il re della fiaba, l’Uomo è nudo che, in maniera traslata, significa: l’Uomo è un incubo dal quale, se lo si vuole, ci si può risvegliare.
Da allora, la sovrastruttura che sottendeva alla riproduzione costante del modello machista-patriarcale e che governava intimamente il nostro (di noi maschi), essere nel mondo è oramai un “rattoppo” di brandelli di identità avariati che solo la cecità indotta a livello di massa dalla Grande Menzogna Spettacolare gerente la Verità Pubblica – non a caso, gestita quasi esclusivamente dagli Uomini - può mascherare presentandola ancora come integra e vincente (e, quindi, garantirle ambiti di supremazia, di devastazione, di sopraffazione, di guerra: in ultima analisi, di potere)”.