Maurizio Parodi
La scuola che fa male

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Titolo La scuola che fa male
Contributi di Silvano Agosti, Maurizio Maggiani. Vignette di Francesco Tonucci.
Autore Maurizio Parodi
Genere Attualità cultura      
Pubblicata il 13/02/2009
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Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana L´approfondimento  N.  12
ISBN 978-88-7388-212-1
Pagine 200

Prezzo Libro
12,00 € PayPal

IL MAL DI SCUOLA

Nel nostro mondo, che rivendica con orgoglio, addirittura sprezzante, il primato della civiltà, si va intensificando la domanda d'intervento specialistico per bambini che, pur non avendo alcun tipo di patologia, né fisica né psichica, soffrono di un evidente disagio; “quelli che” hanno problemi di comportamento e difficoltà di relazione con i compagni e i docenti.
I sintomi sono ormai tipici: irrequietezza, fisica ed emotiva, aumento dei disturbi psicosomatici, allergie, problemi dermatologici, grandi fragilità fisiche. Il disagio si esprime attraverso il corpo, poi interessa il sonno e l'alimentazione.
Molti bambini accusano frequenti mal di testa, non riconducibili a cause organiche, che spesso si manifestano a scuola e a casa durante lo studio; disturbi ai quali si associa il consumo precoce di farmaci, assunti anche per conto proprio, senza dirlo ai genitori.
Tra i problemi più diffusi figurano quelli legati all’ansia (incubi notturni, fobie, ossessioni, compulsioni), a manifestazioni di aggressività in famiglia e fuori, ma anche a sintomi ipocondriaci, iperattività e depressione (una malattia apparentemente “adulta” che adesso colpisce anche bambini tra i 6 e gli 11 anni).
Il suicidio è la terza causa di morte nei giovani tra i 15 e i 24 anni e la quarta tra i 10 e i 14.
Un dato per tutti: l’Organizzazione Mondiale della Sanità dice che in Occidente un giovane su cinque soffre di disturbi mentali e neuropsichiatrici, destinati a crescere fino a diventare, in breve tempo, una delle cinque principali cause di malattia, di disabilità infantile e di morte - forse dovremmo cominciare a interrogarci seriamente sul nostro stile di vita, tanto “evoluto” da poter essere esportato a cannonate.
Ma può darsi che la situazione stia migliorando…
Difficile: questi sono i giorni dell’incertezza, dello smarrimento, dell’allarme sociale (sapientemente coltivato).
La paura è un motore formidabile che alimenta il lato più oscuro, notturno dell’immaginario e accresce il potere, nelle sue espressioni più ciniche e affaristiche, di chi lo sappia pilotare.
L’insicurezza è valuta pregiata, dal punto di vista del consenso e dell’audience; infatti, nonostante i reati diminuiscano, aumenta il senso generale di insicurezza - ovvio non si parla d’altro ….
A chi fa comodo quella sbobba necrofila, sempre pronta, che cola incessantemente dallo schermo televisivo per soddisfare gli appetiti di spettatori affamati di violenza e perversione?
A certa politica, quella che preferisce inseguire, alimentare, monetizzare la paura, piuttosto che curarla. In questo modo si narcotizza la dialettica, si anestetizza il conflitto: meglio starsene a casa, magari davanti al televisore.
Tutta colpa della società? Di governanti senza scrupoli?
Può darsi, ma osservando i disturbi che affliggono i nostri ragazzi si possono scoprire altre cose, non meno inquietanti.
Stranamente le malattie psicosomatiche, in particolare cefalea e gastrite, pare aumentino con la scolarità e si riducano, "significativamente", nei mesi estivi e durante i periodi di sospensione delle lezioni. Così l'enuresi notturna, più frequente all'inizio di un nuovo anno scolastico, ma anche il mal di pancia e di stomaco, e i disturbi del sonno, legati di solito ai primi anni dell'elementare, che in alcuni casi possono accompagnarsi a tutto il ciclo degli studi.
Che ci sia un nesso?
Può essere molto interessante guardare più da vicino, questi poveri disadattati o, per meglio dire, “inadatti”.
Al di là delle specifiche manifestazioni, i bambini che vivono situazioni di disagio psicofisico evidenziano problemi comuni: sono ipercinetici (non stanno mai fermi) e hanno scarsa capacità di attenzione. Le conseguenze, indubbiamente penose, interessano tanto il “profitto”, quanto il comportamento: gli alunni “disturbati” hanno difficoltà ad apprendere nonostante il potenziale cognitivo; sembrano incapaci di concentrarsi e memorizzare; appaiono disinteressati alle novità e timorosi delle situazioni competitive o di gruppo. Inoltre si comportano male, aggrediscono i compagni, non riescono a giocare con loro senza sentirsi ingannati o presi in giro. Sono irritabili, sempre in movimento, come se con la loro agitazione volessero nascondere la tristezza che li affligge, e rifiutano apertamente la scuola. In contrasto con l’atteggiamento di perenne sfida, si accusano di essere cattivi. Hanno una spiccata tendenza a esagerare le loro manifestazioni d’imbarazzo, a fare i "buffoni" in tutte le situazioni di stress.
I “sintomi”, pur diversificati, esprimono le stesse ansie: la paura dell'abbandono e il timore di non riuscire a modificare in alcun modo la realtà. Atteggiamenti che possono prefigurare problemi di autostima, insicurezza, e degenerare in vera e propria depressione. L’insuccesso scolastico appare un evento di vita cronico che può alimentare comportamenti distruttivi e autodistruttivi.
Purtroppo, come si è visto, non sono infrequenti i suicidi tra i giovani studenti. In Italia, nell’ultimo quarto del secolo scorso, sono raddoppiati gli adolescenti a rischio: a suicidarsi erano 16 su 100 mila, oggi sono 30.
La scuola, in molti casi, non ha responsabilità dirette e bisognerebbe piuttosto interrogarsi sulle ragioni della fragilità emotiva di taluni giovani incapaci di affrontare il rischio della sconfitta (spesso rappresentato dall’esame, dal voto, dal giudizio finale), ma nemmeno può ignorare il proprio ruolo nel percorso di crescita anche affettiva degli studenti. Tanto più compromettente allorché ci si preoccupi soltanto di impartire conoscenze e “infliggere” valutazioni, costringendo all'immobilità corpi bisognosi di moto, ostacolando la crescita sana e naturale della mente.
Se è vero che le cause profonde del malessere sono da ricercare nelle prime, fondamentali esperienze di vita, nelle relazioni che si instaurano originariamente all’interno della famiglia, rispetto alle quali le possibilità di intervento appaiono davvero molto limitate, allora la scuola può rappresentare una valida opportunità (per molti bambini la sola) di “recupero” dalla deriva esistenziale, di sperimentazione di nuove dimensioni dell’essere, di ricostruzione di relazioni rassicuranti ed espansive.
La scuola è, infatti, il luogo dove il disagio può essere riconosciuto ed elaborato, perché il bambino è distante dalle sofferenze che hanno generato il problema, pertanto nella condizione di potersi affrancarsi dai vincoli relazionali cui è funzionalmente connesso il “sintomo”, e i docenti sono totalmente estranei alle dinamiche patogene di cui egli è vittima (dinamiche che, per altro, il bambino può essere portato a riprodurre coattivamente), dunque nella posizione migliore per poterlo affrontare, proponendo alternative praticabili ai malsani “equilibri” affettivi e sociali sin lì esperiti.
Potrebbe essere così, se la scuola non fosse essa stessa fonte di disagio.
I programmi scolastici enfatizzano, a ragione, l’impegno ad accogliere bambine e ragazzi con intelligenza e sensibilità, a riconoscerne bisogni e aspettative, a valorizzare le diversità. Nell’ambito dei progetti sull’“Educazione alla salute”, intesa come prevenzione del disagio, si moltiplicano le iniziative tese a promuovere condizioni di benessere, a favorire l’accoglienza e qualificare il clima scolastico.
Ciò non di meno quello del “disadattamento scolastico”, una peculiare forma di inadeguatezza che si assomma al altre vissute precedentemente, procurando ulteriori occasioni di sofferenza e frustrazione, è un problema sempre più grave e allarmante.
La scuola, lo si è detto, non può essere esente da responsabilità, deve perciò interrogarsi sulle ragioni di un fenomeno che tende ad apparire endemico, analizzando con attenzione e rigore il proprio modo di essere e di porsi, tanto nella forma istituzionale e organizzativa quanto nella sostanza relazionale e didattica.
Non si può negare che molte procedure scolastiche siano dettate da necessità proprie del “servizio” educativo che sovente prevalgono sulle ragioni più autentiche dell’“azione” educativa; così può darsi che l’“utente” sia soggetto a esperienze intese a favorirlo, ma anche ad altre intese a favorire la burocrazia. In particolare il bambino, per stato di natura portatore di novità, può sentirsi mortificato nella sua vitale esuberanza, nella sua ansia di esprimersi e comunicare, di manifestarsi per quello che è e che può divenire.
Spesso il disadattamento esprime una discrepanza tra le capacità dell’alunno e le prestazioni che gli sono richieste; ma può darsi anche un conflitto tra la personalità del bambino e il sistema scuola.
In un caso si pretende dal bambino che faccia ciò che non è in grado di fare, esponendolo a un sicuro insuccesso, che assume i connotati del fallimento, considerata la legittimazione istituzionale della richiesta (non sono in grado di fare ciò che ci si aspetta che io sappia fare e che, perciò, mi viene richiesto); una “mancanza” tanto più gravida di conseguenze, non solo emotive, quanto più sia accompagnata da atteggiamenti di riprovazione e di svalutazione da parte dei docenti, dei genitori, dei compagni. Ma si dà anche il caso opposto, seppure meno frequente, di alunni che giungono a una vera e propria forma di disadattamento scolastico perché la loro superdotazione intellettiva mal sopporta il ritmo molto lento e uniforme (imposto a tutti, indiscriminatamente) dell’insegnamento.
Nell’altro, spesso associato al primo, sono i modi di essere della scuola (metodi, procedure, stili, valori, regole) a sconfiggere l’alunno dal quale si pretende che sia ciò che non può essere. Superfluo precisare che le vittime (designate) sono i bambini più timidi, deboli e insicuri, i più soli.
Il risultato non cambia: l’alunno meno adattato (meno “adatto”), il più bisognoso (di cure, attenzioni, gratificazioni, rassicurazioni…) non regge il ritmo della classe, “rimane indietro” rispetto ai compagni che si allontanano e, come l’insegnante, lo allontanano. Seguono l’umiliazione della ripetenza (che lo mortifica ancor di più) e, finalmente, l’abbandono dettato dalla repulsione, ormai insuperabile, per la cultura, e dalla certezza della propria “costituzionale” inabilità allo studio. Così la scuola condanna i più “poveri” all’“ignoranza” perpetua.
Non possiamo pensare che fenomeni così vistosi e allarmanti rappresentino eccezionali deviazioni rispetto a una sana e diffusa normalità; e dobbiamo smetterla di attribuire a vittime incolpevoli di un sistema malato la responsabilità della loro disagiata condizione.
Evidentemente la nostra scuola è troppo sbilanciata verso una logica della prestazione, che, tra l’altro, tende a confondere il virtuosismo servile con la qualità degli apprendimenti.
I pur lodevoli progetti di educazione alla salute sono destinati al fallimento proprio, come spiega Elio Damiano, per il carattere di “alterità” rispetto alle attività ordinarie, in tal modo confermate nei loro tratti costitutivi: gli uni legittimano, di fatto e di diritto, le altre. “Proprio perché al benessere degli studenti sono finalizzate specifiche iniziative, extracurricolari, non v’è motivo di rimettere in discussione gli insegnamenti tradizionalmente più accreditati, quelli riferiti alle materie curricolari. La dimensione emotiva e affettiva dell’apprendimen-to (così come la percezione e l’attribuzione di “senso”) è in tal modo consegnata a esperienze “separate” e marginali, tutt’al più relegata nello spazio, spesso angusto, delle “educazioni”, quando invece dovrebbe essere restituita alla normalità dell’insegnamento, permeare le routines quotidiane del setting scolastico, rientrare nelle attribuzioni di tutti i docenti, e non solo dei pochi designati (con delega esclusiva), perché coessenziale alla loro funzione.”
Potremmo allora domandarci, se ne avessimo il coraggio politico e la sensibilità culturale, quale sia la parte del sistema nel disadattamento di quello studente; in che cosa si possa modificare il sistema (i sistemi locali) preventivamente per il migliore adattamento di ciascuno e di quello studente in particolare.
Un solo esempio.
Sono sempre di più, in Italia, i bambini immigrati che soffrono la loro condizione di stranieri. Rispetto ai coetanei italiani hanno un ritardo scolastico da uno a quattro anni. La loro integrazione è in assoluto ciò che sta più a cuore alle famiglie. Se devono scegliere tra lavoro, casa, diritto di voto e integrazione dei figli è proprio a quest’ultima che gli immigrati attribuiscono la priorità (tanto per dire dei troppi “privilegi” che sarebbero loro riconosciuti).
La scuola è la sola possibilità che si dia a questi bambini di situarsi in rapporto alla loro appartenenza e trovare le radici della loro identità.
Invece un extracomunitario ha molte probabilità di avere gravi problemi a scuola, come un nomade, un povero, come il suo coetaneo italiano affettivamente o culturalmente deprivato.
E in che modo vede se stesso un bambino “insufficiente”? Come si vede se non attraverso lo sguardo dell'altro, dell’adulto?
Il disadattamento è sintomo di un malessere profondo, è la risposta, l'unica possibile per quello studente, date le richieste che la scuola gli rivolge e le risorse (inadeguate) di cui dispone, a una situazione vissuta come estranea, intollerante, opposta ai propri bisogni e desideri. Non è quindi il risultato del fallimento dell'individuo, anche se vi concorre decisivamente, ma la testimonianza, drammatica, del fallimento della scuola: è la scuola che non compie il proprio dovere, che non svolge il compito (a essa affidato dalla comunità), che non fa proprio ciò per cui esiste.
In che modo un insegnante guarda il bambino “insufficiente”? Come lo vede? Con gli occhiali della docimologia più sciatta? Attraverso le griglie di valutazione? Oltre le sbarre della gabbie statistiche che ne imprigionano e mortificano la vitalità?
Troppo spesso ci si affida, per la formulazione dei giudizi (frettolosi e superficiali, ma proprio per questo più devastanti), a prove più o meno strutturate, più o meno sensate, oltreché a forme di valutazione “nasometrica”, profondamente viziate da pregiudizi e aspettative inconsapevoli (effetto Pigmalione), mentre “il bambino con la sua straordinaria mente assorbente – l’immagine è di Maria Montessori – capta, confronta, astrae molto, ma molto più di quanto non possa apparire da una delle nostre meschine verifiche”.
Punire un malato per il male di cui soffre sarebbe considerato spregevole, tanto più crudele se a procurare e aggravare il male fosse proprio chi infligge la punizione.
Eppure è quello che succede a scuola allorché si risolva (si rimuova) il “problema” istituzionalizzando la diversità.
La parola d’ordine è: prevenzione (perché prevenire è meglio che castigare); concetto di ampio significato che si declina in forme più o meno edificanti. Nella versione farmacologicamente più aggiornata, si traduce in “sedazione”.
Recitava la pubblicità di un noto lassativo: “Non esistono bambini cattivi, ma solo bambini indisposti”. Bizzarra l’idea che i problemi di comportamento dei bambini indisciplinati si possano risolvere con la somministrazione di una purga – forse il retaggio dell’epoca in cui i comportamenti sgraditi di soggetti socialmente indisciplinati si correggevano, si “curavano” con l’olio di ricino.
Ma ancora oggi, i bambini in-disposti a subire le regole, spesso aberranti, dell’apparato, si considerano “guasti”.
In altre parole (molto diverse da quelle usate per confezionare le programmazioni didattiche) si finisce con l'attribuire a chi ne è vittima la responsabilità esclusiva del proprio disagio, giungendo a medicalizzarne, in forme anche estreme, le conseguenze.
I bambini che non stanno tranquilli mentre la maestra spiega (magari cose inutili, noiose, incomprensibili…), che disturbano il compagno di banco (forse per consentire alla propria residua vitalità, mortificata dall'esercizio scolastico più pedestre, di sopravvivere nelle forme di una socialità “clandestina”) diventano piccoli ammalati, "da curare", precisano i medici statunitensi che ogni anno riempiono 20 milioni e 600 mila prescrizioni pediatriche con farmaci anti-Adhd, l'"Attention deficit hyperactivity disorder", la sindrome, cioè, che rende i bambini ipercinetici e incapaci di mantenere l'attenzione. Una pillola ogni due-tre ore e l'alunno sta tranquillo, al suo posto. Una formula magica suadentemente recitata negli annunci pubblicitari, in spregio alle rigide norme statunitensi che vietano di rivolgersi direttamente ai consumatori per propagandare prodotti farmaceutici che possono creare dipendenza; e gli Adhd, a base di metilfenidato (un anfetaminico), sono tra questi - lo dimostra, tra l'altro, un eloquente dato "sociale": le loro prescrizioni sono tra le più rubate.
Ma, per fortuna, sua, l'industria farmaceutica progredisce; così non sono più necessarie due o tre somministrazioni per coprire la giornata scolastica, ne basterà una sola per ben sei ore. Così sulle riviste patinate appaiono foto di mamme accanto a bimbi sereni, non ancora inebetiti, e la scritta: "Una sola dose (sic!) combatte la sua Adhd per l'intero giorno di scuola".
Una sola dose…
Ovviamente gli psicofarmaci a uso scolastico sono approdati anche in Italia, nonostante sia diffuso il sospetto che, al pari di altri psicofarmaci, possano causare assuefazione, dipendenza e siano a rischio di abuso, predisponendo al consumo di droghe illegali in età adulta; sospetto a cui si accompagna il timore che possano causare gravi danni fisici, nevrosi e psicosi (pare siano 2.900 gli effetti collaterali noti).
Va ricordato che dopo 30 anni di ricerca e migliaia di esperimenti compiuti in prestigiose università non vi sono ancora prove scientifiche certe dell’esistenza della malattia che il farmaco dovrebbe curare. Per contro si è notato che i disturbi lamentati spesso si riducono quando gli scolari sono in vacanza o nei casi in cui si presta loro maggiore attenzione.
Forse potrebbe insospettirci un dato fornito dall’OISM (Osservatorio Italiano Salute Mentale): pare che le persone diagnosticate come portatori di disturbo di attenzione abbiano un Q.I. superiore alla media e utilizzino modalità di pensiero diverse dagli altri.
Il rischio, davvero terrificante, è che alla pedagogia si sostituisca la farmacologia.

Mi ha sempre stupito e irritato osservare come siano considerati, dagli insegnanti e dagli stessi genitori, i disturbi cosiddetti psicosomatici che spesso accusano bambini e ragazzi in relazione alla frequenza scolastica: le nausee, i mal di pancia o di testa che accompagnano particolari obblighi, eventi o che, peggio ancora, si manifestano in presenza di “particolari” docenti. Fenomeni (sintomi, in senso molto esteso …e profondo) che dovrebbero suscitare sconcerto e preoccupazione sono invece guardati, dall’adulto, con sufficienza o riprovazione (più o meno bonaria, indulgente), quasi si trattasse di piccoli, veniali inganni per sottrarsi a un dovere del quale si condivide la sgradevolezza (“…ben sappiamo quanto sia noiosa, faticosa, stressante la scuola…”).
Ma è tristissimo! Siamo di fronte a bambini o ragazzi che inventano una malattia pur di sfuggire la penosa incombenza (scolastica) oppure, come più spesso accade, che si ammalano davvero: il corpo si punisce per evitare punizioni peggiori, l’organismo infligge a se stesso un male che lo preserva da un male peggiore (…a proposito dello star bene a scuola). Irridere, ancorché bonariamente, la sofferenze di un bambino che “rigetta” anche fisicamente l’impegno scolastico (“Cosa non farebbe pur di non andare a scuola”) è indecente, ma accade spesso. Cosa c’è di tanto spiritoso nella condizione di uno studente che vomita il proprio disgusto per la vita (scolastica)?

Essere obbligati a ingoiare non significa saper digerire.
Alessandro Bergonzoni