MACRAME’
Un sogno cattivo io feci
un alber vedovo spaccato.
Fessura larghissima aveva;
pur anche così
la gustai.
Mefistofele
Faust-Goethe
Non voglio tornarci ogni volta ripeto
In bilico sto sull’ingresso e ballonzolo a braccia aperte
Da dentro i piatti tinnano e qualcuno sputa risate e chesterfield
La nebbia non mi basta ancora e voglio di più
Per stordire il mio amore che corre nel circuito fuso
Per credermi astuto ed in pace con il mio gonzo malato
Che se mi piacesse parlare ancora per cifrari chiamerei
Strizza, Fregatura, Angoscia, Buco di Culo del Tempo
E qualcosa che i filosofi dicevano di conoscere
Tra le tante sviolinate di teoremi, deduzioni e rovelli
Sparpagliati sulle carte appassite come la pelle
Del mio volto quando la tengo troppo tempo premuta
Contro il cuscino dove una diga di sudore si apre
E lì in mezzo ci draga la storia che ho non ho scritto
Perché quel giorno avevo a portata di mano il telefonino
Il dito che flirtava col tasto con la cornetta verde dal
Primo mattino che stavo a girellare nei Musei Capitolini
Nella Mostra di Klee e gli occhi mi facevano strada
Dalla cornice sottile a quella di un culo di quindici anni
Tirato in fuori a pubblicizzare le avanguardie della body art
A dire “Ehi che non te la senti davvero di venirci a fare una cortesia
A rinunciare al gonfiore che ti sequestra la frescura della fronte
A spalmarci un po’ della tua religione del tuo nuovo testamento
Se non fosse quello tutto ciò che potresti insegnarci”.
Non voglio entrarci ogni volta ripeto
Troppo ho pianto quella sera ed il livello dell’acqua
Mi arriva ancora alla gola vicino alla riva all’ombra
Solo all’ombra di lei che fuma e senza umido negli occhi piange se stessa
Nel vapore acqueo del fumo che non è più solo fumo
Ma la caligine di chissà quanti olocausti che pure hanno
La loro bellezza che se la chiami dolore sofferenza
Nulla togli al mistero al potere alla grandezza
Che non è certo quella del petulante scazzo di un sessantenne
Che tira avanti nocchiero brizzolato a dire
Quattro volte figa ogni due Reni e Caravaggio
Che la tua Arte te la puoi stipare in un container
Della Sevel che è meglio chiavare dove le chiavi almeno
Te le danno anche se non sono le tue anche se
Non danno calore e fredde peggio che lo zinco delle bare
E la morte blu della Fiamma ossidrica
Che fare una scarpa a strappo è meglio che spenderci la giovinezza
Sul Dolore che ti apre i trafori subacquei e solo allora
Il Chiarismo o come cazzo lo vuoi chiamare
Si riprenderà quello straccio di senso che agli uomini
Oggi nemmeno serve perché le femmine ora esistono
In ordine di coccigi al vento e ombellichi fioccanti
Tanto che sacri fuochi ti si appiccano solo alle gonadi che ti ritrovi
Per sbaglio forse cominci a pensare se una mattina
Prima di pranzo passeggiando su Ponte Lungo
Un bruschino a due zampe ti abbaia contro peggio
Di Pluto a Dante che gli hai bruciato le chiappe tonde
Della sgrinfia mammaria che su quei gavettoni di carne
Sul davanti ci avresti immerso l’arcata dentaria fino
A vederci spillare latte e sangue e grasso mentre
Ridi e piangi e la bocca ormai è solo un pozzetto
Della fossa biologica che ti è rimasta nella carcassa che scricchiola
Gas intestinali.
Beata beata cento volte beata la vita che non chiede
A quale natura debba rendere conto di ciò che devasta e tormenta
Che almeno le resterà la totalità la chiara veduta di ciò che consuma
E gode ed espelle e delle verità delle luci corrive che passano
Una notte scontornate dal disco rosso che gravita sugli stabilimenti
Non fregherà nulla né prima di morire né prima di eiaculare
Senza il frac delle grandi occasioni.
Beata sosta nell’antiferno che ti vedi ad ogni metro
Tu questa volendo puoi salutarla amarla coccolarla
Ma spera che la patta tenga a lungo
Spera che solo tardi o mai tu capisca
Come da sempre stai solo spargendo molliche su un mare di pece.
Se mi piego e prego e il mio orgasmo mi tiene sospeso
Nell’adorazione acre e zuccherina
Davanti alla mattonella che accoglie il mio geroglifico
Schizzato con intere popolazioni in agonia
Allora il Divino mi riempie di orrore le orbite
E balbetto qualcosa che sulle montagne ho sentito
Una sera di solitudine tra i cedri e le abetaie coscienti
Del Bene che riposa nel Silenzio quello che ti precede
Sulla strada che si riempie di neve
E le voci di quelle fatine viste sui libri degli gnomi
Dalle anche leggere soffiate nel cristallo e le ali di cecropia
Sono le invisibili geometrie dei fiocchi che si sciolgono
Dentro i padiglioni congelati delle orecchie che sopravvivono
Alla suppurazione del suono.
Quante volte poi mi vado rimasticando questi frasari
Che meglio sarebbe strozzarli appena nati
Che quando si fanno adulti nel giro dei tre minuti che
Resti solo davanti ad una tela che offende tutto quel che rimane
Di questa corporea ferocia
Altro che Erinni o Furie o Cavalli dell’Incubo
Piccole ventose dentate aderiscono e tirano giù lenzuola di pelle
E scoprono e sfogliano e sfilacciano finché trovano
Carne e Mollezza da rieducare all’istinto dove anche loro
Trovano l’Oblio l’Assoluzione e con l’oscurità
Che s’inguatta nella stanza ritorni alla levitazione
Degli scheletri liberati dalla carne che aspettano
Di rotolarsi su una spiaggia di materia bruta
Dove l’Informe batte cassa e non emette ricevute fiscali.