CASIDA DEL TEMPO E DELLA LIETA MORTE
Prima di piegare
il collo
come regina arresa
te lo vorrei dire ora
sai
che vai verso casa,
un sussurro
sulle spalle che m’ hanno portato
da sponda a sponda.
Non conto gli anni
che basta questa ciocca
nata più chiara
con la luna di ieri
come bambina uscita dal bagno
cristallo su soglia di cielo.
Prima delle stagioni
senza sorgere senza tramontare
col tempo ancora buono
fuso ai vetri delle finestre.
Non t’ impaurisse
questa parola di scisto e argilla
tenuta ferma in bocca
perché puro
rimanga l’angolo del tuo sguardo
mai sciolto da me fin dall’alba.
Goccia di latte turchino
vorrei
m’assaporasse sera
come ultima
come morte
prima che estate
si fermi dietro i reticolati.
E’ perché m’illumina
ancora l’ombra
e nel giardino non è sorda l’aria
al bruciare della foresta.
Prima, credi
molto prima
che le mie navi
prua non girino più
ai verdi aquiloni di Peter
e fra gote di notte
a fatica
intravedano porto d’isola
che di stella
di sicuro c’è.
Ma per le tue mani
sulla mia febbre,
i passi un po’ stanchi
che come madre m’hanno cullato
ore e giorni
quasi sulla porta di casa,
come regina arresa sì
chinerò il collo
non dirò ebrezza di sonno assoluto
a sigillare tutte le mie rose
prima che disadornino il giardino.