Laureto Rodoni
IN QUATTRO SU UN CAPOLAVORO: IL LIBRETTO DI «BOHÈME» DI GIACOMO PUCCINI

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Titolo IN QUATTRO SU UN CAPOLAVORO: IL LIBRETTO DI «BOHÈME» DI GIACOMO PUCCINI
Autore Laureto Rodoni
Genere Saggistica      
Pubblicata il 17/10/2006
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boheme

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POEMA TRAGICO IN CINQUE PARTI

Quanto ai libretti d’opera, Puccini sceglieva il soggetto e la materia. Nel caso di ‘Bohème’, la conferma di ciò in una lettera di Giulio Ricordi a Illica, da Parigi, il 2 novembre 1893:

Il soggetto venne scelto da Puccini e non mancai di fargli presenti le grandissime difficoltà sceniche e musicali cui si andava incontro: Ella sa benissimo come Puccini fosse infervorato, come assolutamente volle quel soggetto e le relative lettere polemiche con Leoncavallo. Ed ora - scusi la frase - se la fa nei calzoni, davanti alle prime difficoltà...

Illica stendeva una prima bozza teatrale; per questo Puccini lo chiamva “animatore, e coordinatore di cose vive, sì, ma frastagliate e che hanno a prima vista meno apparenza realizzabile teatralmente parlando!” Dopo aver letto la prima stesura di ‘Bohème’, Giacosa si complimentò con lui:

Ho letto e ti ammiro. Hai saputo trarre un’azione drammatica da un romanzo che a me parve sempre squisito ma poco sceneggiabile. I primi atti sono composti stupendamente. L’ultimo non lo vedo ancora o lo vedo troppo simile a tanti altri. Ma lo si può trovare. Mi, sorride l’idea di collaborare con te, spirito agile e largo.

In un secondo tempo Giacosa sfrondava il capillare lavoro di Illica, conferendo all’azione un andamento più equilibrato.

Importante anche il ruolo di Ricordi, colto intellettuale, che non di rado metteva mano direttamente al testo, migliorandolo, ma soprattutto mediava quando il musicista lasciato solo dinanzi a un testo considerato perfetto dai librettisti, avrebbe dovuto cavarsela da solo. Ricordi persuadeva i librettisti, non di rado spazientiti (soprattutto Illica), ad apportare modifiche al testo e talvolta a rifare intere scene o atti. Ricordi con la sua fine diplomazia riusciva sempre ad accontentare Puccini, convincendo i poeti ad assecondare i suoi desideri, con toni anche energici. A volte sapeva essere energico anche nei confronti del compositore stesso, come in questa lettera a Illica:

Ed ora - scusi la frase - se la fa nei calzoni, davanti alle prime difficoltà .... Ed Illica, Giacosa per primi, io modestamente per ultimo, dovremmo tutti fare una figura proprio da minchioni?... Aggiunga poi che io ho pure importanti interessi da curare: soggetto 1º, soggetto 2º, accetta, scarta, metti da parte, prendi impegni, e paga Pantalone!!! Non sono le centinaia ma le migliaia di lire che miseramente si sciupano per i pentimenti e le esitazioni. Insomma siamo davanti a una questione d’arte e di interessi ed assai grave. Io però spero si tratti di una delle solite esitazioni comuni ai compositori, e molto comuni in Puccini, e che passerà presto: è necessario che Puccinone lavori, e con lena, e presto, tutto d’un fiato, altrimenti l’opera non riuscirà ...

Parole scatenate da una lettera di Puccini a Illica:

E Bohème come va? Io è tanto che aspetto un Gia... cosa (vuoi farci?). Credo Ricordi a Parigi - anche di lì niente ho più saputo e comincio a essere stufo! A Milano troverò modo di lavorare se non a Bohème a qualche altra cosa che tireremo fuori insieme, eh!... Intanto scruta le cellule tue fosforiche... (Amburgo, 29 ottobre 1893).

Ma alla fine, dopo dissidi anche aspri, restava il risultato (un capolavoro) di una collaborazione proficua, irripetibile. Primo fu Ricordi a rimpiangere i tempi di ‘Bohème’ (lettera a Illica del 9 novembre 1905), smussando i dissapori che caratterizzarono il lavoro comune:

Il buon Giacosa, ottimista per natura, era il vero cuscino di piume, la vera zona neutra fra il vulcano Illica e le incertezze pucciniane, e le impazienze editoriali! A tali qualità passive, ma utili, aggiungeva poi la fluenza del verso che con abilità veramente unica plasmava sulle idee e sui concetti pieni di vita, di risorse sceniche, di efficacia, che con miliardaria ricchezza profondeva Don Luigi. Dal che un connubio felice, anche nel senso che per miracolo vero, mai non si deplorò alcun screzio!

Qualche anno prima era stato più prudente, scrivendo di un progetto (non attuato) di musicare il ‘Tartarin de Tarascone’ di Daudet:

Certo, difficoltà molte le vedo, ma non l’impossibilità. Anzi, questa una volta era la parola che non esisteva nei nostri dizionari, quando si chiacchierava, si discuteva, si portavano idee nuove senza perciò mai impugnare il revolver! Né credere in una soluzione di continuità della stima e dell’amicizia reciproca! Quelli però, sono tempi preistorici! Tempi di ‘bohème’! Ora siamo in quinci e squinci! E come S. Gio-Batta, uno si ritempra nelle acque del Giordano e non gusta più acque di altre sorgenti; l’altro corre dietro alle foglie per farsene corona di lauro o materasso di riposo.

Morto Giacosa, Puccini non farà che rimpiangere velatamente o apertamente il tempo andato e la collaborazione ormai impossibile. A proposito di un’opera su ‘Concita’, Puccini scrisse a Ricordi:

Colla discussione si sarebbero trovate vie nuove, ma questa discussione non si ebbe mancandomi il gran consigliere il quale non voleva allora sentir parlare di questo soggetto. Vaucaire mi portò una ‘Concita’ tout a fait française, mancante di ogni carattere originale. Fui io che rimisi il poeta sulla vera traccia e si seguì forse troppo il romanzo non ado prando invece un po’ più la fantasia. Ed io so per pratica che in altri tempi e con altri soggetti e colla discussione, colle rabbie colle gioie si arrivò a costruire su basi varie logiche e solide lavori che vivono di vita florida... A voce con franca parola, con occhio sereno, colla più grande fiducia da ambe le parti potremo fare quella discussione che io sento mancata a questo lavoro... (lettera a Ricordi, 11 aprile 1907).

Discutendo di ‘Anima allegra’, il problema fondamentale è sempre lo stesso:

Lei ha fatto bene di soprassedere per i poeti. Perché oltre il buon versificatore bisognerebbe trovare l’uomo che porti il suo contributo di fantasia festosa e originale. - Poiché la commedia ha bisogno di essere ‘lavorata’ in molte parti e occorre un secondo atto (di cui ho solo un barlume) vivo e divertente e logico. E penso e ripenso ma non posso trovar l’uomo di questo (e d’«altro») teatro che occorre, per esempio: l’Illica della buona maniera con fantasia magari preponderante e sovrabbondante ma fantasia suscettibile di riduzione e di selezione. E chi trovare? Pensavo a Testoni che gliene pare?... (lettera a Ricordi, 26 gennaio 1912).

Incontrando Renato Simoni, il pensiero corre subito alla memoria di Giacosa:

Mi sono abboccato con Simoni e anche Illica lo accettava per complice. Mi era sembrato di rivivere un po’ del connubio Giacosiano! Vedremo... (lettera a Tito Ricordi, 4 febbraio 1915).

Connubio felice poiché i personaggi di Murger avevano assunto, nella trasformazione, nuova personalità, nuovo carattere, nuovo valore.

Opera n°127272 di Liberodiscrivere


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