Vincenzo Ruggirello (ceo1)
ALDILA’ DELLO SPECCHIO- III E IV PARTE -

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Titolo ALDILA’ DELLO SPECCHIO- III E IV PARTE -
Autore Vincenzo Ruggirello (ceo1)
Genere Narrativa - Fantascienza      
Pubblicata il 01/02/2007
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Note Per la roccolta dei racconti aventi ad oggetto "Lo Specchio"


Parte III – Ordine di comparizione –


L’indomani mi ritrovai di buonora, nella mia stanza di sindaco; un grande salone, di forma rettangolare, con diverse porte d’accesso dall’interno del palazzo, sul lato lungo dell’ambiente, ed infissi sull’intera parete del lato corto, che, contrapposti alla mia scrivania, consentivano che lo stanzone s’inondasse di luce ed anche di potersi affacciare, accedendo al balcone posto al primo piano sulla via Amendola.
La costruzione era stata realizzata negli anni sessanta, in stile fiorentino, dopo la demolizione del vecchio municipio, progettato, senza alcun compenso,dall’ingegnere agronomo Auteri, zio della mia nonna paterna, agli inizi del novecento.
Non mi sono mai sporto da quel balcone, e non so ancora oggi se per la mia innata riservatezza o per una sorta di solidale rispetto per il mio antenato.
Certo però, un municipio in stile fiorentino, per quanto io ami Firenze ed i fiorentini, nel mio paese,
a vocazione rurale e con le coperture dei tetti delle case in tegole d’argilla e coppi, francamente non ce l’avrei visto!
Qualcuno potrebbe osservare che sono miope! Ed è vero, ma non fino a questo punto!
Mi sedetti alla mia scrivania, sulla sedia “gestatoria”; un po’ più su, alle mie spalle, la foto del Presidente della Repubblica campeggiava al centro della parete, alla sua ed alla mia destra il tricolore in compagnia delle stelle del drappo dell’UE, e in posizione mancina il labaro del comune con i perfili dorati e le cicare** fra le strisce al centro.
Dopo le rituali, quotidiane telefonate per conoscere dell’efficienza dei servizi, quasi perennemente votati alla deficienza, e soprattutto dell’afflusso di acqua potabile nel cisternone di distribuzione di contrada Porticalazzo, sfilai la prima proposta di delibera al consiglio dalla pila di quelle che già erano state in ostensione.
Frattanto, i cantonieri, aperte tutte le porte, si apprestavano a preparare i banchi per la seduta serale di consiglio.
Curvo sulla scrivania nella lettura, fui colpito dall’eco cupa e perentoria di una voce: “ E’ lei il signor…….(seguirono cognome e nome).”
Chi vive realtà difficili impara presto ad intuire e capire ogni pur minima espressione dell’ambiente, per prevenire pericoli o trovare le risposte più acconce agl’improvvisi e disparati accadimenti.
Quella voce era una poltiglia di rabbia e di rancore, sparata, coi rimbombi, in quel salone, contro di me ed al mio bersaglio grosso.
Non mi cataminai d’un pelo, alzai solo gli occhi sopra le lenti.
La sua figura, di buona stazza,, si stagliò ai miei occhi, in controluce, dall’altro lato del salone, con il suo impermiabile grigio antracite come la cuccumella che portava in testa, con le tese calate a coprire gli occhi.
Venga, venga avanti, si accomodi, gli dissi. Ma mi arrivò lo sparo dell’altra canna: “ venga, venga piuttosto lei qui, qui da me.”
Stavo per eruttare: “ incivile pezzo d’idiota, io sono a casa mia….” Ma mi trattenni e riesumai il buon senso dall’antico adagio che così recita: “ quando l’estraneo è in casa, la mala cera non serve a niente.”
Così, lemme lemme mi tirai su dalla sedia ed a passo deciso lo raggiunsi.
Lui aveva poggiato, intanto, la sua cartella su un banchetto e tirato fuori un incartamento che mi porse per la firma.
Sottoscrissi e ne staccò una copia per me.Se ne andò così come era venuto, senza salutare e con il fiele in corpo.
La relata di notifica prescriveva a mio carico l’obbligo di recarmi, quello stesso giorno alle ore sedici, presso il comando provinciale dei carabinieri per essere ascoltato a fini di giustizia e con l’avvertenza, se non l’avessi fatto, dei rigori della legge di procedura penale, secondo gli articoli…..
bla, bla, bla.


Parte IV – L’Attesa.-


Fui dietro il portone del comando provinciale dell’Arma fedele nei secoli che mancavano una manciata di minuti alle sedici.
Pigiai il campanello. Il piantone m’apri e m’introdusse in una stanza d’attesa arredata non con sedie ma con panche lungo le pareti.
Gli mostrai l’ordine di comparizione; telefonò per avvertire della mia presenza, poi ripose le cornetta e rivolto a me riferì scandendo le parole : “ deve attendere. “
L’invito all’attesa funzionò da pungolo per cercare di capire cosa potessero volere da me con tanta urgenza e tanto malcelato astio. E la macchina? Perché avevano chiesto della macchina?
Già la macchina! L’avevo trovata con lo sportello scassato e con tutto quanto c’era dentro in gran disordine quella notte, di qualche mese addietro, quando avevo tenuto il consiglio nell’aula magma dell’istituto della scuola media.
E qualche giorno dopo la bravata mi furono recapitati, strappati e sgualciti, il libretto e la patente di guida
Dell’effrazione, comunque, ne avevo sporto regolare denuncia, consegnandola nelle mani del maresciallo Giannino della Polizia di Stato, amico mio d’infanzia, che era venuto in municipio a perorare i bisogni di una delle due bande che operavano nel comune.
Ma non bande per l’associazione mafiosa e a delinquere! Bensì bande musicali.
Fui distolto dalle mie elucubrazioni e supposizioni dalla voce del piantone: “ Sono quasi le cinque, il mio servizio per oggi è terminato.”
Lo pregai, prima che se ne andasse, di ricordare a chi di dovere che ero in attesa già da un’ora.
Alzò la cornetta e parlottò; poi, con aria soddisfatta ed enigmatica, profetizzò: “ La stanno venendo a prendere.”
Fui accompagnato al primo piano e lasciato solo in una stanza, con la reiterata prescrizione:” Deve attendere.”
La porta fu richiusa alle mie spalle. Ma quanti bei visi alle pareti! Ritratti in bianco e nero ed a colori! Ed in testa agli album ed in grassetto la scritta RICERCATI, trattino, ASSASSINI.
Mi abbandonai d’istinto sulla sedia davanti alla scrivania, corredata di abat-jour a braccio snodabile e macchina da scrivere.
Mi riebbi alla percezione della mia immagine amminchionita riflessa da uno specchio stretto e lungo quasi tutta la parete.
Dovevo aspettarmi, dunque, un interrogatorio; un interrogatorio in piena regola.
Mi sapevo in pace con la mia coscienza e ben consapevole però che negli accadimenti della vita non basta avere ragione, ma occorre, soprattutto, di saperla dimostrare ed in maniera convincente.
Inoltre, possedevo i mezzi e le qualità per farlo, benché aldilà dello specchio a scrutarmi ed a soppesare ogni mia parola sarebbero stati in tanti , due, tre o anche di più : i miei curiazzi!
Mi affidai al cielo con una orazione.



- continua-


Opera n°128357 di Liberodiscrivere


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