Sandro Sansò
Maladolcevita

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Titolo Maladolcevita
Una storia di coca nella riviera ligure
Autore Sandro Sansò
Genere Narrativa - Giallo, Noir, Poliziesco      
Pubblicata il 20/01/2009
Visite 13809
Punteggio Lettori 10
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Le Vespe  N.  3
ISBN 978-88-7388-206-0
Pagine 360
Prezzo Libro 14,00 € PayPal

Versione Ebook

ISBN EBook 9788873883715
Prezzo eBook 7,99 €
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Da cameriere in una discoteca a trafficante internazionale di stupefacenti. La folgorante carriera di un intraprendente giovane alla fine degli anni Settanta, insanguinati dall’eversione  e segnati dalla degenerazione degli ideali postsessantotteschi, la cocaina che dilaga perché non è come l’eroina, la cocaina fa bene, lucida il cervello, ma dilaga anche perché  polizia e carabinieri sono impegnati in una lunga, cruenta guerra contro i terroristi.
Una storia di omicidi, ricatti e corruzione fra la riviera di Levante, Genova e Milano,  cui si contrappone  quella di un amore appassionato ma difficile.

I


Era il terzo incarico che Billo gli affidava. Identico ai precedenti e lui sapeva già che cosa doveva fare. Prendere una macchina a Genova e portarla nel solito garage. Senza commenti, meno che mai domande. Eseguire e stare in campana. D’altra parte a che sarebbero servite le domande? A farsi rispondere con un’occhiata più sprezzante di qualsiasi parola? Lo conosceva bene Billo.
Così, quando Eric gli aveva fatto l’ambasciata - «Vittò, dal boss», con quel tono che non gli era mai garbato - aveva lasciato il bancone e si era presentato nell’ufficio sul retro del locale, se ufficio si poteva chiamare il bugigattolo di tre metri per tre, una scrivania, una sedia, alla parete uno scaffale zeppo di libri contabili, proprio mentre Billo stava abbassando il telefono. «Sì, signor Billo». Billo lo aveva informato con l’abituale distacco. «La macchina è nel posteggio della stazione Principe. Troverai quell’Alfio, ti darà le chiavi. Non devi far altro che metterti al volante». Nulla di complicato, sembrava volesse concludere, ma non lo aveva detto, come per lasciare a lui la conferma di quanto fosse facile il lavoro. Facile come le altre volte.
Nonostante il modo di fare, ormai lo conosceva bene il principale, aveva sentito crescere in sé la stima nei suoi confronti, nata quando Billo lo aveva assunto come cameriere malgrado la sua totale inesperienza, ché per fare il cameriere in un locale come il Tortue, frequentato dalla crema di Genova, Milano e Torino, l’esperienza era ed è requisito fondamentale. E gli aveva insegnato anche come comportarsi, Billo. «Educati, col cliente bisogna essere educati, ma non servili, mai. Ricordatelo,Vittò. Impara ad ascoltarlo, a conoscerlo, il cliente, ma facendogli capire che te ne intendi. E quando avrai imparato a conoscerlo, saprai già quello che vuole. Non c’è nessuno che non ami avere sul tavolo ciò che desidera senza esser costretto a chiederlo. Al Tortue, il cliente deve sentirsi sempre a casa sua». Ecco, Billo era un grande soprattutto per questo, perché gestire tre locali notturni, uno qui in riviera, gli altri due a Milano, dove si esibivano i big internazionali dello spettacolo, non era cosa da poco. Passi qui, dove si può lavorare tranquilli, ma a Milano è un’altra cosa (lui lo sapeva, spesso Billo lo chiamava là a dare una mano), la gente che circola non è la stessa di queste parti, a Milano ci sono le puttane e i pappa, quelli che bussano a soldi offrendo protezione, quelli che gli piace più fare a botte che prender della fica e un sacco di altri rompicoglioni. Con quelli ci vogliono muso duro e sangue freddo. E lui aveva imparato, eccome, a trattare i clienti, i veri clienti. Un po’ meno le varie specie di rompicoglioni, ma d’altra parte non era affar suo, semmai di Billo direttamente o dei buttafuori come Eric.
Da Billo aveva imparato anche altre cose, ma senza insegnamenti. Nella scelta dell’abbigliamento, per esempio. Solo roba di classe s’intende (Billo intende), firmata ma non appariscente, colori tenui, accostamenti adeguati, nel casual va precisato, ché Billo il classico lo snobba, insomma un categorico no agli eccessi. Certo, riconosceva, Billo ha dalla sua un personale, fisico e portamento, spontaneamente signorile, insomma sarebbe elegante anche vestito con un sacco (ma anche io come fisico non posso lamentarmi, due ore al giorno di bodybuilding), ed è pure un bell’uomo, infatti le donne se lo mangiano con gli occhi, atletico nonostante i prossimi cinquanta, non un filo di pancia, perennemente abbronzato, l’argentea capigliatura sempre in ordine, la dentatura perfetta. E a proposito di donne. Col mestiere che fa, Billo potrebbe averne a decine, basta pescare nel mucchio di quelle che frequentano i suoi locali. Ma, specialmente a Milano, un buon venti per cento delle donne che frequentano i suoi locali sono puttane, non di quelle che la danno a pagamento, intendiamoci, di classe, ma sempre puttane. Bè, con quelle Billo non se la fa, meno che mai se bazzicano la mala. Le sue donne sono sempre di rango, di categoria si dice, figlie (più spesso mogli) di professionisti, industriali e banchieri. O modelle. Sono loro a cercarlo e lui ha solo la preoccupazione di scegliere. Ora per esempio ha Giada, ungherese, modella appunto, anzi ex da quando sta con lui, o forse perché è sui trentacinque, comunque bionda e un corpo da schianto…
Era partito subito, il tempo di cambiare la tenuta da cameriere (pantaloni neri e camicia bianca) con un paio di jeans, firmati ovvio, e una Lacoste giallina, comprati nella boutique più in di Portofino ma con lo sconto, perché il titolare era il primo cliente di Billo, ché i clienti buoni lui, Vittò, ormai li sapeva trattare, come già è stato accennato. Per conto di Billo, ma soprattutto per conto proprio. Naturale quindi che Enrico, quello della boutique, lo sconto glielo dovesse.
L’appuntamento era alle diciotto, davanti alla stazione. Con Alfio che gli avrebbe lanciato le chiavi e lui che le prendeva al volo. La prima volta no, Alfio non gliele aveva lanciate. Quando lui lo aveva avvicinato - lo aveva notato subito, la descrizione di Billo era stata più che dettagliata, «Alto, grosso, brutto. Alfio si chiama» - quello aveva finto di non vederlo e solo dopo qualche minuto si era deciso a incrociare il suo sguardo, ma i suoi occhi erano rimasti sospettosi e cupi, anche quando lui gli aveva sorriso e aveva fatto «Alfio?». Nemmeno sorridendo era riuscito a cancellargli quell’espressione torva. «Billo», gli aveva allora detto. Alfio aveva capito, ma la sua faccia non era cambiata, criniera leonina, sopracciglia aggrottate, barba color acciaio a dispetto della rasatura, sarebbe stata sempre quella - avrebbe constatato in seguito - ingrugnita e ostile come se il proprietario dovesse fare a botte con quanti incontrava. Comunque Alfio aveva tolto la mano dalla tasca e aveva scosso le chiavi. «Quella», si era finalmente degnato di dire, indicando con un cenno del capo l’Alfa verde alle sue spalle, nel posteggio. L’accento era meridionale, anzi siciliano per la precisione, infatti «Idda è» aveva specificato, eccetera. Al secondo appuntamento non c’era stato bisogno di parole. Il pollice alzato verso le spalle - muto ammonimento a non sbagliare auto, sempre un’Alfa ma stavolta antracite - Alfio gli aveva lanciato le chiavi e si era eclissato insalutato ospite.
Chissà se pure stavolta sarebbe stata un’Alfa, andava bene quella, beveva ma gliel’avevano sempre fatta trovare col serbatoio a tappo, mica era tenuto a pensare al pieno. Durante i viaggi, non perdeva di vista il retrovisore - nessuno lo informava di come il carico fosse stato nascosto e poi lui non doveva essere a conoscenza di niente, doveva solo prelevare la macchina, che sapeva non taroccata, e portarla a destinazione - e a missioni compiute Billo era sempre generoso, mezzo testone per volta gli dava, oppure il corrispondente in roba che lui vendeva a gente del proprio giro, ben attento a non rubargli i clienti. Dopo averne trattenuto una parte per sé, ovvio.
Con tre viaggi al mese, rimuginava mentre si lasciava cullare dal dondolio del treno, lo stipendio da cameriere, mance comprese, gli sarebbe servito per le sigarette. Ma fare il cameriere gli piaceva. Soprattutto qui in riviera, un po’ meno a Milano. Per il modo con cui lo consideravano i clienti speciali - gente di rango, c’è anche un onorevole, sissignori, un molto, molto onorevole, uno del governo, con tanto di gorilla privati e di carabinieri di staffetta e retroguardia che lo scortano all’arrivo e alla partenza, e un attore della televisione, checca, ma non ha importanza, quante checche ci sono nell’ambiente del cinema e della tv?, fa il testimonial in uno spot pubblicitario, tutti (tranne l’attore, ovvio) con relative strafighe in accompagnamento, modelle o aspiranti tali, tutti (compreso l’attore, ovvio) in Porsche, Jaguar, Mercedes Pagoda, Lamborghini, anche Ferrari (queste un po’ meno), per non parlare degli accessori, scarpe e cravatte di Ferragamo, maglioncini di cachemire da un milione, gli stessi che fra non molto indosserò io e dopo mi farò anche la macchina come si deve e pure una maximoto - che gli ordinavano da bere, poi gli strizzavano l’occhio e lui gli rispondeva con un’altra strizzatina per fargli capire che sì, di roba ce n’era e anche in abbondanza, che chiedessero a Billo e quando lasciavano l’ufficio li vedeva soddisfatti andare al cesso e uscirne ancora più soddisfatti, felici, per buttarsi nel casino della discoteca dopo un’altra strizzatina d’occhio.
Quell’aria di complicità lo faceva sentire dei loro, era come se glielo dicessero, «Sei dei nostri», e lui si adoperava perché si fidassero - nonostante qualche volta le mance lasciassero a desiderare - e soprattutto perché Billo fosse contento di lui. Lo sentiva, ne era sicuro, presto il boss gli avrebbe ordinato, anzi chiesto, qualcosa di più importante, magari l’avrebbe infilato in qualche grosso business da trattare direttamente col fornitore.
Certo, il rischio esiste, e chi lo nega? Il terrorismo, toh. Polizia e carabinieri con i nervi a fior di pelle consapevoli come sono di essere nel mirino, posti di blocco ovunque, nessun «Favorisca i documenti, prego», semmai un secco «Documenti e scenda» quando non passano direttamente al «tu», le mitragliette bene in vista perché hanno una paura folle, e chi gli darebbe torto?, di un possibile conflitto a fuoco. Ma va detto pure che la situazione presenta degli aspetti positivi, di questi tempi gli sbirri cercano brigatisti, rossi e neri, cercano armi, la roba di questi tempi passa in second’ordine, bisogna essere proprio sfigati o scemi per farsi beccare, bisogna offrirgliela su un piatto d’argento. Insomma, un rischio che vale la candela, d’altra parte chi non risica, è noto, non rosica, per i soldi, se ne vuoi tanti e subito, non si va troppo per il sottile.
Il treno arrivò puntuale, le diciassette e quaranta. Venti minuti di attesa - era in anticipo sull’appuntamento - poi avrebbe incontrato Alfio nel solito posto, c’era ancora il tempo per togliersi con un caffè quell’amaro in bocca che sentiva sempre quando viaggiava in treno. O era il gusto dell’adrenalina che gli stantuffava in cuore appena prendeva posto nello scompartimento e lo abbandonava solo quando depositava la macchina in garage?
La stazione non era affollata, osservò mentre sorseggiava seduto al tavolino, e lo credo bene, chi si mette in viaggio con un caldo del genere? A metà settimana? E poi chi va a Genova a luglio? A luglio da Genova, Milano e Torino e dalle altre città scappano tutti (non in treno), molti per venire in riviera a fare le ore piccole nel locale, naturalmente dopo essere passati nell’ufficio di Billo, pavoneggiandosi con le strafighe.
Pagò, uscì e nel grande atrio fu aggredito da una vampata di calore torrido che gli fece rimpiangere la frescura del bar. Al di là delle alte colonne dell’ingresso, sotto il sole, scorse Alfio in un completo estivo grigio chiaro che sembrava scoppiargli addosso da un momento all’altro nonostante la giacca sbottonata, la camicia bianca aperta sul petto dove sberluccicava a tratti fra la foresta di peli la grossa catena d’oro. Fra qualche minuto, quando avrebbe estratto dalla tasca le chiavi dell’Alfa, avrebbe sberluccicato anche l’anello col brillante che portava al mignolo. Un lieve accenno con la testa - mai gesti plateali con gente del genere e in situazioni del genere, aveva imparato subito - e nonostante l’altro non avesse risposto - era sua abitudine - fu certo di essere stato notato.
Udì il passo cadenzato una frazione di secondo prima di sbucare dal centro della fila di taxi in sosta e un coglione in scarpe da ginnastica, pantaloncini blu, canotta bianca e fascia di spugna alla fronte che, incurante del caldo tropicale, si spompava a footing, lo urtò facendogli quasi perdere l’equilibrio. Non rispose alla sua espressione di scusa - nemmeno una parola, solo la faccia contrita come per dire «Non l’ho fatto apposta», «Ma va’ a correre ‘affanculo, coglione» - e si diresse verso il posteggio dove Alfio, di cui indovinava la solita espressione torva sotto i rayban a specchio, lo stava aspettando.
Zigzagando fra i taxi, l’uomo in pantaloncini e canotta accelera lievemente l’andatura. Solo in quel momento lui nota sulle reni la cinghia del marsupio. Sempre di corsa, il maratoneta blocca il braccio destro, armeggia sul davanti - lui intuisce che sta frugando nel marsupio -, raggiunge Alfio, rallentando quasi al passo, lo aggira alle spalle e tende il braccio, all’estremità del quale, come per un gioco di prestigio, è apparsa d’improvviso una pistola. Non si ode nessuno sparo, forse per via del traffico, Alfio fa comunque un balzo in avanti, come se qualcuno l’abbia spintonato da dietro, e lui lo vede morto prima ancora che vada a sbattere, i rayban che schizzano chissà dove e le pupille già spente, contro il cofano di un’auto e poi afflosciarsi sul selciato, mentre l’uomo in pantaloncini e canotta riparte di scatto e scompare fra le auto. Con noncuranza, come per un ripensamento, lui fa dietrofront e si dirige verso via Balbi, in direzione opposta a quella dell’assassino.
Si fermò duecento metri dopo, quando fu certo di aver ripreso il controllo delle gambe - molli erano, sembrava volessero correre per conto loro benché non avessero ricevuto alcun ordine dal cervello, questo era certo - e per espirare l’aria che aveva trattenuto fino a quel momento, le mani cacciate in tasca per nascondere il tremito e bloccarlo e anche per asciugare il sudore che le aveva di colpo bagnate. Con la coda dell’occhio vide la gente che stava già correndo verso il posteggio. Qualche istante dopo udì l’urlo delle bitonali e allora, stavolta con passo più tranquillo, si avviò lungo la strada in discesa. In piazza della Nunziata, attese che il semaforo si facesse verde, attraversò e mise in pratica la prima idea che gli era passata per la testa. Una camicia, non si sa mai.
Ma che stai dicendo? non eri mica l’unico lì, ci saranno state almeno cento persone e poi fra te e Alfio c’erano dieci metri, Vero, però non si sa mai, qualche testimone, Ma quale testimone, fammi il piacere, Però io la camicia me la compro lo stesso…
Si diresse verso il negozio di confezioni che aveva appena adocchiato in via Lomellini ed entrò. Senza esitazione ne acquistò una azzurra, la prima che vide, chissenefrega se non è di categoria, pagò, uscì, camminò ancora per un quarto d’ora nel centro storico, quindi in via San Luca entrò in un bar, ordinò un caffè, consumò e pagò senza eccessiva fretta, poi chiese del cesso, lo raggiunse e si cambiò. Mise la Lacoste nella sacca di plastica dell’acquisto appena fatto, uscì tenendo d’occhio il barista che manco rispose al suo saluto, meglio così, non avrà notato il cambio, e quando fu di nuovo in strada la gettò senza alcun rimpianto nel terzo contenitore di rifiuti. Respirò. Ora poteva fare mente locale. Ma oltre la formulazione di due concetti elementari, Alfio ammazzato e missione fallita, non andò. Allora è meglio pensare al dopo.
Ora avrebbe dimostrato a Billo quanto era bravo. Niente nomi, mi tengo sul vago e lui capirà. Anche di questo dovrà tener conto. Si infilò in una cabina telefonica e lo chiamò in ufficio.
«Sono io»
«Ah. E dove sei?»
«Qui»
Pausa.
«Qui dove?»
«Qui».
Altra pausa, più lunga.
«Che è successo?». Cominciava a capire, Billo.
Stavolta fu lui a rimanere in silenzio. «Un inconveniente - disse alla fine - . Tornerò in treno». Riattaccò e continuò a bighellonare fra i vicoli.


Erano le ventidue quando varcò il colonnato di Principe. Alle spalle dell’impiegato della biglietteria c’era un piccolo televisore in bianco e nero acceso che nessuno guardava. Fece in tempo a scorgere le ultime immagini della scena dell’omicidio, il lenzuolo chiaro che ricopriva Alfio fra i taxi al di là del recinto di strisce di plastica che si presumevano bianche e rosse, i poliziotti all’interno, altri all’esterno che piantonavano la zona, le Alfette col lampeggiante in funzione, poi ricomparve la figura della giornalista. «Ora passiamo alla politica italiana…».
Mentre raggiungeva il marciapiede, evitò con cura di guardare in direzione del posteggio.
Il viaggio di ritorno gli sembrò interminabile, ma gli diede modo di ragionare con calma. Che in nessun modo la sua presenza a Genova, ammesso e non concesso che ci fosse qualcuno a comprovarla (ma chi? Era pronto a giurare che di quello e dei precedenti, solo lui e Billo fossero al corrente, al massimo Eric, oltre ad Alfio naturalmente, ma Alfio non contava più), potesse essere collegata con il delitto, era definitivamente assodato. L’omicidio era stato fulmineo e imprevedibile, l’esecutore aveva agito da professionista. Chissà che cazzo aveva combinato Alfio e chissà poi se era stato accoppato proprio per via della roba, che ne sapeva in fondo lui della sua vita? Può essere che ha rotto i coglioni a qualcuno per altri motivi e lo hanno castigato. Il problema era un altro. Che avrebbe fatto Billo?
Per quanto riusciva a capire, Alfio era uno degli ultimi anelli della catena se non l’ultimo. Di delitti, per droga o no, ne sapeva in abbondanza, leggeva i giornali e guardava la televisione, e capiva che, pur essendo stato giustiziato come un boss, Alfio non poteva esserlo, pur tirandosela da boss. E allora, l’esecuzione poteva essere un avvertimento per il boss, quello vero s’intende… Di Alfio? Oppure per qualcun altro? E chi? Boh, magari…magari per Billo? Perché Billo non è l’ultimo arrivato, in quell’ambiente è un nome, sa muoversi, insomma è uno che conta. Infatti non ha mai trattato direttamente con Alfio, ha mandato te, Billo lavora a livelli più alti, Alfio è l’emissario, anzi era, di chissà chi, come tu sei, o sei stato?, l’emissario di Billo.
Era curioso di sapere come il principale si sarebbe comportato. Che gli si sarebbe mostrato riconoscente non aveva dubbi. Per la telefonata, non per altro. Billo avrebbe apprezzato la sua discrezione, le sue omissioni sul fatto, sui nomi e sul luogo. Ma dopo? A chi si sarebbe rivolto Billo per le forniture successive? Di sicuro, altri agganci li aveva. Avrebbe lasciato passare un po’ di tempo, in attesa che si calmassero le acque, come si fa sempre in casi del genere e poi avrebbe ripreso. Con qualche precauzione, niente erba per un po’, per esempio. Al Tortue si trovavano hashish e marijuana sì, ma con criterio, solo per i ragazzi fidati («I clienti di domani», aveva sogghignato una volta Billo, Quelli che alla fine fanno il salto di qualità, dall’erba alla coca, aveva aggiunto lui fra sé), magari raccomandati, di eroina manco a parlarne, quella è per i morti di fame, Billo non si era mai lasciato tentare, se qualcosa di diverso, acido per esempio, circolava nel locale - come in tutti i locali del resto - era perché i ragazzi se lo portavano da fuori. E se qualche sprovveduto si azzardava ad accennarne col personale era guardato male o addirittura allontanato, Eric e i suoi scagnozzi avevano disposizioni precise a questo proposito, «Cazzo vuoi, qui non usa, fuori dalle palle». E’ l’eroina che tira polizia e carabinieri come la merda tira le mosche e si sa che dove gli sbirri trovano l’eroina, poi cercano altro, ché tutto va bene, anche l’erba se c’è, e quanto al crack, al momento nemmeno sanno che esiste. Erano venuti qualche volta, gli sbirri, ma se ne erano andati a mani vuote e quasi certamente si erano fatti la convinzione che al Tortue di coca non ce n’era. Quasi, ché la coca ormai è dappertutto, fra i ricchi s’intende, perché è roba da ricchi. Droga?, ma quale droga, la coca non dà assuefazione come l’eroina, questa sì che è droga e fa male, ma la coca fa bene, tiene su, ti lucida il cervello, lo attiva, ti tira fuori tutte le potenzialità che hai, guarda gli artisti, gli attori, i pittori, quella gente lì, insomma. Che poi, se uno vuole pippare, perché impedirglielo, perché arrestarlo? Posso capire il ragazzino, ma noi, siamo o no maggiorenni e vaccinati, siamo o no padroni della nostra vita? E allora lasciateci fare un po’ quel che cazzo vogliamo! Leggi del cazzo…Ma noi siamo tranquilli, vuoi metter la garanzia di Santiapichi, maresciallo dei carabinieri? Sennò, che ci starebbe a fare sempre al Tortue a sbevazzare a scrocco, a spogliare con gli occhi ogni donna che entra e a tampinare le ragazzine? Lui vede e sa, altrimenti che maresciallo sarebbe? Ma sa anche chiudere un occhio, e pure due all’occorrenza, perché anche noi sappiamo. Di lui beninteso. E poi c’è il dottor Evangelisti, il boss del commissariato. Insomma, siamo in buone mani. Però chissà quando ci sarà, adesso, la coca, se Alfio ci ha rimesso la pelle per quella. Perché i clienti, quelli buoni, in maglioncino di cachemire, con il Porsche e la strafiga, mica hanno voglia di aspettare, se non trovano il prodotto da uno vanno da un altro. Ma siccome il centro di acquisto è il locale, anche il locale alla fine ne risentirà negativamente. E poco a poco si sarebbe fatto deserto della gente che contava. E lui avrebbe dovuto aspettare senza far niente, mentre aveva una voglia matta di darsi da fare e tanto per cominciare, oltre al mancato guadagno dei viaggi, anche le mance si sarebbero dimezzate. Però, c’era sempre il lavoro a Milano.
Eric era sulla porta. Non gli diede nemmeno il tempo il tempo di entrare. «Va’ subito da Billo», gli disse col solito tono strafottente.
«Lo so, mi sta aspettando, il signor Billo», gli rispose altrettanto strafottente, enfatizzando quel «signor». Quando comanderò io, il lavapiatti nelle bettole andrai a fare.
Nell’ufficio c’erano anche Enrico, quello della boutique, e l’avvocato Caprara. Era la prima volta che Billo lo riceveva in presenza di altri. Che fossero clienti speciali, lui lo sapeva già, ma in quel momento si rese conto che quei due erano ancora più speciali degli altri. Questo gli diede la certezza della considerazione in cui Billo lo teneva e del proprio ruolo. No, la morte di Alfio era solo un episodio, anzi un inconveniente, proprio come aveva detto a Billo.
«Racconta un po’», gli fece Billo.
«Non c’è molto da raccontare»
«E tu racconta quello che sai». Era un ordine, anche se il tono non era quello di uno che ordinava.
«Un tale che faceva footing. E’ arrivato di corsa, prima di raggiungerlo e girargli alle spalle, ha tirato fuori una pistola dal marsupio, ma io l’ho vista dopo, gliel’ha puntata alla testa e ha sparato. Alla nuca, credo». Aveva fatto una fatica boia per non pensarci più, a quella scena, e ora ne stava facendo quasi altrettanta per ricordarla.
«Ma tu l’hai visto in faccia?»
«Solo per un attimo. Mi ha scontrato quando stavo avviandomi verso Alfio e ci siamo guardati, sarà stato sulla trentina, di media altezza, mi pare, e piuttosto magro, ma non ho avuto modo di vederlo bene. Subito dopo gli ha sparato. Un solo colpo, credo. Ma non ho sentito il botto. Forse aveva il silenziatore»
«Ah…E com’era? Voglio dire che faccia aveva?»
Lui piegò la bocca e fece un gesto vago. «Normale. Aveva una fascia alla fronte, i capelli non li ho notati. E sudava. Comunque non aveva i baffi. Forse era abbronzato, anzi, senza forse, era sicuramente abbronzato».
«E non ha detto niente?»
«A chi? A me?»
«No, dico…magari ad Alfio»
«Niente, non gli ha detto niente. Si è fermato un attimo, ha puntato, ha sparato e ha ripreso a correre».
Anche Billo piegò la bocca in una smorfia e girò gli occhi sugli altri, che lo contraccambiarono con uno sguardo sconcertato.
«Vabbè, adesso vai…Oh, mi raccomando, eh? Non corri nessun rischio, però…»
«Non ci sono problemi, signor Billo».
Fuori, sostò accanto alla porta che aveva appena chiuso.
«Ci possiamo fidare?», sentì che diceva l’avvocato Caprara.
«Una tomba», fu la risposta di Billo.
Raggiunse lo spogliatoio, si cambiò e andò al lavoro. Come sempre, verso mezzanotte la discoteca si riempì.


Da cameriere in una discoteca a trafficante internazionale di stupefacenti. La folgorante carriera di un intraprendente giovane alla fine degli anni Settanta, insanguinati dall’eversione  e segnati dalla degenerazione degli ideali postsessantotteschi, la cocaina che dilaga perché non è come l’eroina, la cocaina fa bene, lucida il cervello, ma dilaga anche perché  polizia e carabinieri sono impegnati in una lunga, cruenta guerra contro i terroristi.
Una storia di omicidi, ricatti e corruzione fra la riviera di Levante, Genova e Milano,  cui si contrappone  quella di un amore appassionato ma difficile.

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