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ATTO PRIMO
La notte, ancora, svenata e aguzza come palle di catrame, nemmeno più la luna c'è lasciata di conforto, la psicocapra se l'è mangiata ed adesso non ce n'è più per nessuno. Imprigionati nella fitta rete della caldana che ci attacca alle spalle la camicia. Di seta, stile da mantenere su tutti i fronti qualsiasi cosa accada, almeno quello. I corvi che non c'erano lanciavano bestemmie. Sbattemmo la porta di casa e tutto sommato fummo di nuovo in strada.
Rivedo. Come in un frammento di vetro rotto di bottiglia.
Sotto una luna che non c'è sopra un gradino, folla come adorante di mozziconi greci di sigarette d'importazione non troppo legale, che odoravano di stive di navi con carene scritte in cirillico cadenti di ruggine e contrabbandieri lerci con le bende sugli occhi, ma non c'era il mare al centro di quella città che è la periferia della periferia del niente. Niente. Solo io e Dean seduti a fumare come due fratelli barboni nella notte, entrambi sbattuti fuori di casa per motivi senza un motivo, e così ora costretti a fare casa nella notte. Due giorni prima dell'esame.
Notte incombe su di noi come maledizione.
Notte, ancora.
Ricordi di tutte le altre notti di altri tempi che videro nascere gloria e la nostra amicizia tra gelo e calura e nascondimento, nascosti, appartati, ragnatela angiportuale al lume di lampioni rotti da pistoleri di periferia, tra i vicoli del centro che puzzano di piscio di cani e storia marcita, tra edicole scalcinate di madonne mangiate dall'umidità dei muri vecchi sui quali le hanno dipinte tristi e senza nemmeno un lumicino a riscaldarle nella notte, che non ci passa più nessuno di là, solo io e Dean a fumare le nostre prime Camel Blue (io che all'epoca fumavo solo toscanelli, mi credevo uno scrittore e pesavo trenta chili in meno. Dettagli). Noi e lo sporco, montagnette di polvere agli angoli storti dei muri delle case, o ad insinuarsi tra le giunture cementate e tutti i fori delle Chianche di pietra vulcanica calpestate dai passi di innumerevoli morti. Ed io e Dean lì, fumare e strologare, i tempi gloriosi che videro nascere in mille e mille sere e ricordi amicizia e avventura e mille storie. Dean, dove sei ora. Dove berremo il nostro prossimo veleno, tu Vodka Sour ed io Negroni come sempre? Dove ti stringerò finalmente la mano?
Ed eccoci fuori al bar Da Hank, che conservava i ricordi e l'epica della nostra amicizia e della nostra gioventù in una sterminata folla di bicchieri birra vuoti. A conservare sotto spirito anima e cuori, che non vadano a sprecarsi, a sporcarsi per la strada, la strada nella notte, che sporca i cuori. Sporca i cuori come un prato della tua prima volta nella pioggia, nel passato che allora era il futuro ancora tutto da venire. Era solo il Bar Da Hank, al tempo. Fu Dean a portarmici per primo. Bevemmo Margarita entrambi quella sera, quella sera l'inizio di tutto, come un big bang tutto nostro, lo sparo e il botto della giovinezza, il gran casino, come un grande fuoco di artificio per tutte le vite che con artificio bruciano, esplodono, magnifiche e stellate, esplodono per non tenersi più nulla, la vita che gli trabocca dal di dentro, si spandono, come un urlo, come un orgasmo, disintegrati, per consegnarsi alla morte con onore, vecchi con uno stecchino giocherellato in bocca, appollaiati sulle sedie, pieni di dignità, e lo splendore dentro, il segreto, dentro al cuore come un talismano.
E di nuovo eravamo lì, a secoli e millenni di distanza. Luce gialla fioca a confondere finiture di bancone e tavolino, e il luccicare di bottiglie. Tutto per noi il locale quella sera. Tutta per noi la notte.
Guardando nel Negroni è che lo dissi. "Me ne vado in Inghilterra". Ed una volta detto ecco che già non potevo più tirarmi indietro. Eccomi che m'ero già perduto un'altra volta. Dean mi guardò con aria strana, l'aria del locale che vibrava, gonfia e placida di umidità, disegnava sfocature e dissolvenze negli occhi ubriachi, da lavare. Dean continuava a guardarmi, pescando noccioline messicane dalla ciotola. Il barista era in cucina a fare non si sa cosa, si sentiva da dentro clangore di pentolame e una telecronaca in portoghese di un campionato di sollevamento pesi, in Bulgaria.
"Ma si, guardami! Epica ci vuole, e sentimento! E strada nuova, che la vecchia s'è consumata come un vecchio disco di Scott Joplin! Nuova strada! Che cosa ci facciamo ancora qui seduti nella notte? Cosa alziamo, cosa abbattiamo? A che cosa è votato, il nostro tempo? Forse che per noi sia a prezzo di saldo? E allora bisogna sfidarla la vita e vincere. Mica possiamo stare qua e continuarci a fare domande! Bisogna allora andarsela a cercare una risposta, ed ancora prima di quella una domanda che sia quella giusta, e non una delle tante altre tirate a caso. Che se non abbiamo trovato quel che cerchiamo, è perché non sappiamo neppure noi che cazzo stiamo cercando. La melma ci fa tenere gli occhi chiusi, siamo pesci troppo grandi per continuare ad appozzarci in questo stagno, rivoltarci nel fango. Non vedi come iniziamo a starci stretti? Come ci siamo sempre sentiti fuori posto? E allora spazio, ci vuole! Abbiamo ancora più bisogno di spazio che di tempo! Tutto lo spazio che ci vuole per lasciarla andare l'anima, una volta per tutte, e liberarla la vita, non tenersela lì conservata al fresco e grattarne via un pezzettino alla volta solo per quando ce ne prende la voglia. E poi? Per un bel giorno poi scoprire, scoprire poi che a forza di ritenerla la vita, quella s'è marcita. Spazio! E allora meglio Gran Bretagna che Little Italy, ti pare? Che già il nome dice tutto, già si respira un'aria di avventura. Non voglio fare la fine, io, dei tanti che muoiono senza saperlo!". Dean alzava il sopracciglio sempre più nella penombra del locale a disegnare in chiaroscuri di luce arancione e di contrasti il profilo di queste ed altre vite. Tutto attorno aveva cominciato a cadere, ma senza far rumore, come ovatta, come neve, tutto crolla attorno a noi e noi ci rimaniamo dritti in mezzo come se non fosse roba nostra, come se fosse solo un film, crolla il lampadario antico al quale il barman ha attaccato pendenti di plastica da albero di natale, cade il soffitto di pietra antica, il bancone, la cucina, i tavoli nella sala del retro, tutto si sgretola, tutto il mondo crolla, rimaniamo solo io e Dean, là appoggiati al bancone, su degli sgabelli alti da bar, al centro di un palco nero, nel teatro vuoto, e si apre il sipario.
"E quanto c'entra Leslie in tutto questo?", chiese, con l'aria da De Niro.
"C'entra lei e c'entrano le altre. C'entrano tutti questi anni che ho vissuto tutti uguali, tutti i pomeriggi buttati, le giornate come vuoti a rendere, la giovinezza che c'è veleno da spurgare e tocca poi mordere, e a caso, ovunque capiti, per spurgarcelo questo veleno, e toglierlo di dosso! Mordere chiunque capiti, ovunque, sputare via il veleno e non restarne intossicati, divorare chiunque arrivi così vicino a noi, fino a sfiorare la nostra solitudine, e rimanerne poi così ancora più soli! C'entra tutto! Tutte le notti che ho percorso, le strade che ho percorso, tutti gli addii che non sono mai stato capace di accettare, e nulla se ne va mai via per davvero, ci si continua poi a bollire nel brodo del ricordo, malinconia e rabbia, così che solo lasciando potremo dire di aver davvero lasciato, tagliare i fili che ci legano al vecchiume, ai volti che non se ne vogliono andare, e tocca andarmene via io allora, vedi? Non sono mai stato capace, con gli addii, così che ora è il momento del Grande Addio, davvero, che non ci resti nulla appiccicato, niente addosso. C'entra tutto quello che non ho mai saputo lasciar stare, e pure questa vita che non sa lasciarmi stare. Dean, troppi, io ho troppi ricordi da dimenticare! Troppa vergogna devo ancora espiare! Facce e visi e volti da cancellarmi dalla mente. Tempo ci vorrà e non sarà un facile lavoro, ma è un lavoro da fare se si vorrà davvero dire poi d'essere diventati grandi. Devo andarmene da qui, dalle prigioni di carta che mi sono costruito, e nulla è così vasto come il bicchiere d'acqua dove mi sono andato a perdere, devo andarmene! Andare via da questi posti dove non resta altro che affogare nelle lacrime passate, nelle paludi di malinconia, nella noia che fa rivivere i fantasmi, nello spumante da un euro bevuto come aranciata ai bordi di una strada, notte dell'anima di una notte nei dintorni d'un natale, quando si usciva insieme, io tu e Paola, ed io lo sapevo che lei non mi voleva, sotto la luce impietosa dei lampioni. Scappare via per non annegare in tutto l'alcool bevuto quando non rimaneva nessun'altra strada che ubriacarsi, per lenire il logorio sordo, il dolore che ci rode dentro come un tarlo, e non finire a tagliarsi le vene per il lungo nella vasca da bagno. E' la periferia della periferia questa ed è già troppo piena di dolore e di rimpianti! E di tutti i ricordi, tutti i ricordi che io ho della gente, e che mi riempiono di dolore, e dei ricordi che la gente ha di me e che mi riempiono di vergogna! Affidarci allora solamente alla fortuna e fare si che la fortuna ci mostri la sua strada, ammesso che ci sia, davvero, una strada per noi! Lasciare questo sentiero stabilito per noi da qualcun altro ed andarcela a cercare, la vita! Andarcela a cercare fino a dove si è rinchiusa, fino a dove si è andata a nascondere, la puttana, per sfuggirci! Riacchiapparla per la coda e scoparla a sangue come fosse un'insaziabile baldracca. Portarsela a spasso come un cane, che sia io a decidere la strada, e lei a seguirmi, a portata di calcio o di biscotto. Dean, fratello, io questo ora ti dico: Venerdì undici luglio è il primo giorno di tutto il resto della mia vita.".
Ci ubriacammo allora al di là del pensabile, e quando venne l'ora di tornare a casa la strada di casa s'era persa.
Nella notte.
Nella notte, come tutte le altre notti.
Era notte anche allora, quando ancora si era giovani e coglioni. Sabrina, si chiamava, ed era una storia già finita. Selvatico come un gatto al tempo non volevo mica lasciarla andare la mia preda! Fu lì che iniziò tutto, e fu quella la fine. Sabrina, gambe da cervo, una principessa con il volto da bambina ed il corpo da lolita. Il mio primo, grande, vero stupido amore. O meglio, quello che credevo essere amore, che non ci sono mai stato bravo con l'amore, che sparo a vanvera i miei ti amo e ci sto male, forse perché sono masochista, forse perché avrei solo bisogno che qualcuna mi risponda. Anche allora era finita, ed a me nulla restava tranne il non lasciarla stare. Lei dal canto suo mi depistava, e quanto sarebbe più facile che mi avesse detto "in realtà non ti ho mai amato", quanto più facile che dover affrontare la morte dei sentimenti, affrontarla lì da solo, come stare ritto sulla riva del mare in un inverno, vento ed onde, cielo nero, il mare intero che ti minaccia e che ti vuole. E quanto sarebbe stato più facile buttarcisi subito, a mare, lasciarsi affondare, cedere, sparire, come Jeff Buckley che cammina nel Mississipi con i suoi stivali pieni d'acqua. Quante notti passate al telefono a cercare di capirci, capire lei e da lei farmi capire. Sembrava davvero una cosa importante in realtà. Era stato un tenero amore, come tutti i fiori dell'inizio di stagione, e come tutte le più belle cose morto subito, come le rose, come le farfalle, "perché l'amore è una cosa leggera e le cose leggere se le porta via il vento". Mi depistava, mi dava appuntamenti e non veniva, mi scappava, lei la lepre che si nasconde ed io il cacciatore a cavallo che dappertutto vorrebbe essere, davvero, tranne che lì. Ma ormai ci si era, nel gioco, ed a giocare bisognava continuare. Era notte anche allora, la notte della gioventù. Io e la strada e la birra e urlare al telefono e porche madonne e bestemmie e la gente che si girava a guardarmi, folla di un sabato sera desolato come tutto il resto, niente in tutto del resto, gli occhi inutili della gente riempiti di parole e sguardi vuoti su di me come riflettori, ed io l'attore principale, a fare ridere di me. Lei mi diceva "sono qui" e poi non c'era, tutta la città girata per cercarla. La trovai, alla fine, e fu per caso a dire il vero, in giro io con Nuttless e Gibson e lei con quella Vespasiano che fu l'inizio e la fine della nostra storia, per il mio vizio di non sapere dire addio, ma sua la colpa per non ammettere che era colpa mia,io che spacco una bottiglia di birra, l'ennesima della serata, e la impugno come un'arma, la prendo per un braccio, lei, Sabrina, e semplicemente me la tirai via, mentre tutte le amiche strillavano isteriche, tentavano di fermarmi. Lei, Sabrina, solo piangeva, ma non me ne curavo. Sui miei occhi solo il lampo soddisfatto del cacciatore che vede in terra a contorcersi il cervo cui ha sparato. Eppure ero stato innamorato di lei, e teneramente, nell'ottusa stupidità del primo amore. Questa è la gioventù, e tutto ciò che ci combina. Ed eccomi, sotto casa sua, la mia lingua che s'intrude nella sua dolce calda bocca riluttante. Volto salato di lacrime. Io che le leccavo via mentre le mie mani percorrevano il suo caldo soffice corpo tremante, le sue piccole tettine appena sbocciate, il suo culo soffice e tondo come una pagnotta fresca di forno, povera Sabrina mio angioletto triste. Lei ci provava ad opporre resistenza, ma sempre più fioco il suo lottare mano a mano che la notte proseguiva. La notte, il mio regno, non il suo. Già ne sapevo abbastanza anche allora. Quella notte ero io ad avere vinto. S'iniziava a respirare attorno un'aria di tragedia. Lei mi chiede di poter salire un momento a casa, non so più con quale scusa, non lo sa neppure lei. Ed io che ne avevo già preso abbastanza, ed anzi intontito, non vedevo alcun motivo per non dover lasciarla andare. Mi dice "torno, solo due minuti e torno". Non so come sapevo che sarebbe tornata davvero, la lasciai andare, e basta. Sarebbe stato meglio per tutti se lei non fosse più tornata. La vidi sparire su per le scale dai doppi vetri del portone come la vidi sparire su per le scale tante volte nei tempi felici in cui lei finse d'amarmi e a me bastava. Mi sedetti e presi ad aspettare. Lei scese poco dopo, sperava che io me ne fossi stancato, di aspettare, giocava sulla distrazione, voleva raggiungere le sue amiche. Non riuscivo ad accettarlo. Per me c'era solo lei al tempo, e lei era mia. Ah, beata stupidità. La inseguo per la strada, lei scivola dei tacchi, si fa male, la gonna nera le lascia in mostra le sue gambe perfette, sul selciato, in terra. Tornammo a sedere sullo scalino solito. Lacrime. Aveva tentato. Aveva fallito. Parlava, nel pianto. Cercava di farmelo capire, che non mi aveva mentito, che mi aveva amato al tempo, e che non mi voleva più, per quello che avevo fatto, per tutto quello che avevo fatto dopo, mi diceva che era finita, che dovevo accettarlo, che non era lei quella giusta. Non le credevo, tutto ciò accendeva solo la mia rabbia, un grande desiderio di saperla mia. Mi diceva di aver ballato con un tipo alla festa della sorella, stuzzicava stupidamente la mia gelosia che era già al colmo, non lo capiva. Parlava, parlava. Non ricordo bene cosa avesse da dire, di preciso, un poco c'è passato sopra il tempo, e per il resto ero io che non la stavo a sentire. La mia preoccupazione principale era infilarle la mano sotto la gonna, in quel momento, arrivare a sfiorarle l'anima e il suo tesoro. Mi disse di essere innamorata del tipo con cui aveva ballato alla festa. Le tirai uno schiaffo, più forte del voluto a dire il vero. Lei prese a singhiozzare più convinta. Le dissi che mi sarei ammazzato se lei non fosse tornata con me. Lei mi guardava con terrore mentre io mi segavo il polso con la chiave, tra i lampioni e i vecchi muri di quella città che adesso è tutta da dimenticare, notte senza stelle e lei la mia stella caduta che guardava la chiave incidere il mio polso. In orizzontale, che lo sapevo che bisogna tagliarle in verticale le vene, se si vuole, ma questo lei non lo sapeva e tutto ciò giocava solo a mio vantaggio. Stordita, spaventata, nell'orrore mi dice di essere pronta a fare qualsiasi cosa se solo avessi smesso. La feci stendere sul selciato, incominciai a strapparle via i collant a morsi mentre lei silenziosamente singhiozzava. Passavano sparute le auto e non si curavano di noi, illuminati dai fari. Le strappai via il reggiseno, mi stesi su di lei, presi a darci dentro, rubandole la grazia e l'innocenza dei suoi tredici anni. Lei tremava, piangeva. Dalla paura, dalla vergogna, dal dolore. Le leccai le sue piccole tettine adolescenti, le mordevo, pompavo come un forsennato nella vertigine del momento, con rabbia, con disperazione. Alla fine venni, e me ne andai. Abbottonandomi i pantaloni, mentre lei stava ancora là per terra, nella notte. Gioventù, mordere a caso. Spandere il veleno della mia gioventù tutto d'attorno. Trascinato dal fiume dell'età, cercavo qualcosa a cui aggrapparmi, ed era difficile decidersi a mollare la presa, quando lo si era trovato, alla fine. Ed il mio angelo nudo a terra ed in lacrime nella notte. La notte. Quattro passi nella notte e sei già perduto. Mio Dio, mio Dio, perché ci hai abbandonato?
Lei abortì qualche mese dopo, ma non me ne importava. Mi ero andato già a perdere più avanti. A seguire i treni persi, succede. Gli corri dietro finché puoi, e quando alla fine li perdi del tutto, ti sei perso pure tu, nella campagna, nella pianura immensa, nella luce nera della luna, e non sai più trovare le rotaie verso casa. Perduto nella notte.
Imparai che l'amore non è possesso, e non deve essere geloso. Imparai che non bisogna tagliare le ali di chi ti sta vicino, ma bisogna volarci insieme. Imparai che l'amore non è una cosa data ma giorno per giorno ce lo si deve guadagnare. E dell'amore ancora adesso so solo quello che non è. Ce ne furono tante altre, di notti, dopo quella, ma fu l'ultima volta che la vidi, Sabrina. Di lei mi resta solo uno slip nero, che le rubai nella follia di quella notte, qualche ricordo sbiadito di lei e dell'estate più perfetta mai vissuta, ed un numero di telefono in disuso, e la notte.
La notte.
Una notte alla fine di un anno, all'inizio di un altro, e c'era l'Inghilterra, o meglio ci eravamo noi: c'ero io e c'era Dean e c'era Richard e Don e due amiche inglesi di Dean arrivate fino alla capitale per l'occasione, le aveva conosciute Dean anni prima, c'è da dire che Dean è molto più fortunato di me con le donne, anche se tutti e due non è che si sia stelle brillanti in questo senso. Le due inglesi poco affettuosamente le rinominammo la "baffona" e la "Cavalla". Dormivano con noi all'hotel di TonyMartin, quella notte che erano in visita, ma ovviamente nessuno ci pensava, a dormire, quella notte. Eravamo ancora troppo giovani per poterci permettere di dormirci sopra, alla notte. Ci buttammo per le strade allora, per viverla, la notte. Ce ne andammo a vedere i fuochi di artificio sul Tamigi. Facce, gente, freddo, vita, canzoni italiane cantate a squarciagola, occhi perplessi a guardarci, eppure si era sobri, Puccini, Baffona a guardarci ed applaudire ridendo, turbante verde attorno alla testa come una talebana. Glielo dissi, che somigliava ad un talebano, e lei mi disse di non ripeterlo mai più che quella è una parola vietata in Inghilterra a quanto pare. Amica di Dean, la baffona, più che amico è corretto dire che gli sbavava dietro da quando si erano conosciuti in un albergo a Roma giocando a carte nella hall, per sbaglio. Lui ovviamente ricambiava, che quando si tratta di figa non si può essere schizzinosi. Non che noi si fosse di quel genere di uomini che "basta che respiri", chiaro. A noi anche se aveva smesso di respirare da poco andava bene lo stesso. Dean e la baffona si scrivevano ogni settimana. Lei gli aveva giurato amore eterno, ma il caso volle che proprio mentre noi si era in Inghilterra lei si trovasse fidanzata. In più, non so perché, mi odiava. Comunque, erano lì, avrebbero dormito nella nostra stessa stanza e Dean all'idea di scoparsela non ci rinunciava. Sparano i fuochi sul Tamigi, la marea umana che intasa Londra nel dì di capodanno prende a spostarsi senza meta, si respira voglia di non andare a letto, la vita è lì ed in quel momento. Era sulle rive del Tamigi che le incontrammo. Erano sei, erano inglesi, erano adolescenti, erano ubriache. Ci fermarono. Appena seppero che eravamo italiani presero ad abbracciarci, a strusciarsi. Vollero pure farsi una foto con me e Richard, addirittura, foto che ovviamente andò persa per la grande capacità di Dean nell'usare la sua macchinetta nuova, troppo professionale per lui, prenderlo per il culo per questo fu uno dei must della vacanza, insieme al nostro ridere sulla sua passione per la fotografia degli uccelli in volo. A fine vacanza c'erano più foto di uccelli che foto nostre. Tutte ugualmente malriuscite, ma con sentimento.
A vederci strusciare alle inglesi, baffona e cavalla se la presero a male. Semplicemente s'incazzarono e se ne andarono sottobraccio, sculettando.
Dean, ovviamente, che vedeva la sua chiavata andarsi a perdere per Londra, le seguì, e dato che era lui ad avere le chiavi, pure a noi toccò seguirlo, a malincuore, mentre le sei inglesi già avevano adocchiato qualcun altro a cui offrire un primo dell'anno colmo di magia.
Ore passati bloccati nella fiumara di gente, freddo, ancora facce, ancora lampioni, ancora notte, rumore, spinte, voglia di essere da qualsiasi altra parte dove ci fosse almeno un letto, e dopotutto ancora voglia di resistere.
E poi.... metropolitana strapiena, Don saltella, Cavalla si attacca a Richard, Dean e baffona abbracciati, parole dolci in inglese, io ed un manifesto che dice "una persona su dieci è gay”, la cosa mi faceva pensare. Poi.... Covent Garden nella pioggia, italiano con chitarra, canta Pollon, canta Vanescio. E' strano trovare qualcuno che canti Vanescio a Londra. Che cos'è l'amore? Questo, probabilmente. Tutto quanto. La vita, il casino, le risate, quattro amici, il mondo.
Ed ora per me seduto sulle rive di questo fiume tra altri suoni e colori ed odori nella pace, in questo parco di alberi fiume scoiattoli cigni erba tagliata, ah! Come è difficile parlare di tutti gli altri fiumi che in quella sera ci attraversavano! I fiumi della vita, elettrici e vibranti, il fiume in piena della gioventù che straripa, il fiume della vita veloce e gonfio come di tempeste, il fiume che impetuoso, impietoso ci trascinava, noi come piccole trottole impazzite, turbine di luci, come potrei descriverlo? Era elettricità allo stato puro, vibrazione, come il be-bop, come un'orgia, come l'incantesimo arancio del settimo Negroni. Come io posso ora seduto pace tranquillità tutto d'attorno come un quadro di Constable come potrei dare un nome all'elettricità di quella notte e descrivere cos'era? Sarebbe violentarla, la realtà, non ne resterebbe che un pallido riflesso, non si può scrivere con l'inchiostro dell'anima, non posso descrivere ciò che era. Le anime lì riunite per vincere la notte. Don flirta con una polacca. Luce dei lampioni frantumata sulla strada umida sotto i nostri piedi. Muri vibravano di vita. Gioia dei rumori che ci venivano addosso come gabbiani bianchi. Quello che noi eravamo. Giovani. Energia. Vita. Non ci resta ora che viverne il ricordo. Non andrebbe celebrato il funerale della gioventù troppo a lungo. Sul prato dietro al fiume una ragazza vestita di rosa gioca col suo cane, ha un bel culetto, io vesto una camicia nuova ed ho un fiore sull'orecchio, il sole è una dolce calda pioggia dorata che cade su di noi, come una benedizione, come il Natale. Non è un caso che io mi trovi qui per caso. Il mio quaderno una macchia bianca tra verdi fili d'erba.
Il vento passa, suona tra le foglie. E' una musica che ho già sentito, somiglia ad una vecchia canzone spagnola da mariachi.
Allora solo notte, e muri resi gialli dai lampioni.
Piazza spoglia di gente. Eccoci alla fine della festa.
Pochi temerari ci restavano, e i fantasmi di rumenta di quelli già andati. Ce l'avevano lasciata per ricordo. Siringhe, mozziconi, bottiglie, carte, vomito sul selciato. Era la fine della festa, sempre uguale alla fine di ogni festa, quando la scelta è raccattare tutto ed andarsene a casa, per non restare sotto l'alba livida che ti seppellisce di magia. L'alba, il termine della notte, e ricordi di altre albe, un festival di musica nel niente, Leslie, Michele il carpinese, Ivan, Satva, tende, ulivi, pecore e sole, l'alba dietro ai monti, sulla sbronza di una notte senza sonno. Ma non ci arrivammo all'alba quella notte, ce ne stavamo lì, naufraghi nel naufragio dalla gran baldoria, il tipo sul tavolo ci dava dentro con la chitarra, voleva andare a letto pure lui. Non avevamo ancora brindato all'anno nuovo. Mi avventurai in uno degli Off Licence aperti overnight in cerca di spumante, ed invece trovai solo vino australiano troppo caro, e mozzarelle. Presi il vino. Solo in seguito si scoprì che Don non beveva a stomaco vuoto, che Dean non beveva perché da ubriaco il belino non gli avrebbe funzionato a dovere, nel remoto caso che baffona gliela desse, e che Richard era astemio quella sera. Richard funziona così, alterna serate di salutismo a serate da persona normale, il che significa birra, non troppa ovvio ma almeno è già qualcosa. Quando eravamo a Londra riuscii pure a convincerlo a fumare, con delle cartine alla liquirizia e dei filtri alla menta. Pareva di fumarsi una caramella per la tosse, ma a lui piaceva, ed era già qualcosa pure questa. Io, il tabacco lo preferisco liscio, rullato a bandiera, e più secco è meglio mi trovo. Ma anche questo dipende dai gusti.
La bottiglia mi toccò d'aprirla sfondando il tappo con la chiave. Ci mettemmo a bere io e le inglesi, in fila come la santissima trinità. Io al centro, a sinistra la cavalla e alla mia destra la baffona, che secondo le leggi assurde del suo paese non poteva bere neppure, e non potevo bere neppure io a dirla tutta. Bevevo io, la passavo alla cavalla, lei faceva un sorso e la ripassava a me, bevevo io, la passavo alla baffona, faceva un sorso e sempre a me la ripassava. E così via. La bottiglia toccò di berla quasi tutta io, così che mi ci finii pure per affezionare, all'australiano.
Vinti dal sonno e minati dentro, caracollanti, prendemmo la strada dell'albergo, mentre il tempo era saltato, probabilmente era già l'aurora di un nuovo anno che saliva in cielo a salutarci.
La stanza dell'albergo era poco più che un loculo, appena adatto per due, tre persone, e noi già ci si stava in quattro, anche se era predisposta per cinque, e quella notte ce ne dovevamo stare dentro in sei.
I letti erano poco più che impalcature di compensato con sopra un materasso sporco e dei piumoni, avemmo tempo di romperne tre su cinque prima che la vacanza fosse finita. La doccia era incrostata di calcare, e gli scarafaggi del bagno c'era toccato di farceli amici. Dentro la stanza il tempo si riduceva ad una pura e semplice opinione, con la tapparella perennemente chiusa e la lampadina che penzolava dal soffitto a decidere su nostro ordine il giorno e la notte. Non che la mia sveglia non suonasse ogni mattina alle otto, ma nessuno ci faceva caso. Anche TonyMartin, che ogni giorno ci portava la colazione, ci aveva rinunciato che noi gli aprissimo, ce la lasciava semplicemente dietro la porta e noi la mangiavamo appena svegli, di solito a merenda, se non a cena. Dentro la stanza il divieto di fumo era abolito, dentro c'era sempre nebbia tossica puzza di tabacco stantio mozziconi e folla immensa di filtri e di cartine. Lasciammo alle donne il letto grande e noi ci gettammo sugli altri, come capita. Di solito sul letto grande ci dormivano Richard e Dean, insieme ed abbracciati, anche su questo gli rompevamo le palle, e questo solo perché Richard aveva sfondato il letto di Dean, centrale, saltandoci sopra per gioco. Quella notte Dean e Richard si misero sul letto rotto. Dopotutto erano gentiluomini, lo eravamo tutti, e lo stile ci imponeva di lasciare il letto grande alle ragazze. Lo stile ci faceva muovere, saremmo tutti morti da tempo senza, o almeno credo. La baffona iniziò ad insistere per tenere la luce accesa, ed io che con la luce a dormire non riesco iniziai a bestemmiarla con stile e sentimento, in italiano ed in volgare, perché la spegnesse. Non pagando lei la stanza, probabilmente avevo anche ragione. Si alzò, lei, e venne vicino al mio letto, e prese pure lei a bestemmiarmi, in inglese. Ti bestemmiano con garbo, gli inglesi. Stava davanti al mio letto con faccia seria, e sibilava, senza neppure gridare. Io dal canto mio continuavo a gridarle addosso in italiano, pontificando sull'integrità morale di tutte le donne della sua famiglia da lì a dieci generazioni. Con stile, però. Intanto, sul letto, tutti gli altri ridevano di gusto. Doveva essere uno spettacolo divertente, io mezzo nudo sul letto a gridare bestemmie a questa inglese in pigiama rosa e cappello da Babbo Natale che mi sibilava contro. Alla fine lei ci rinunciò e la luce la spense. Al che io la ringraziai e le dissi, sempre per via dello stile, che se proprio ci teneva la luce poteva tenerla accesa. Lei mi mandò a fanculo nuovamente, e tornò a letto, al che Dean iniziò a bestemmiare lui perché ora lei non glie l'avrebbe più data, grazie a me. Al che, baffona si alzò per aprire la tapparella, io ripresi allora a bestemmiarla e lo spettacolo ricominciò. Alla fine dovetti alzarmi io per chiuderla. Solo dopo molto tempo io e Dean fumando davanti al suo studio si è ipotizzato che forse voleva tenere la luce accesa perché in stanza con quattro uomini, e quattro uomini come noi per giunta, probabilmente la sua era solo paura di essere violentata.
Intanto, Dean si era andato ad inginocchiare al lato del letto della baffona, al che la cavalla gli chiese se voleva dormire lui, con la sorella. Dean non aspettava altro, salta nel letto, e la cavalla va nel letto di Richard, che insinuava da tempo. Al che Richard esce dal bagno e nel suo inglese pedestre, intendendo chiedere alla cavalla se lei avesse dormito nel letto con lui, non sappiamo bene neppure noi che cosa disse, fatto sta che la cavalla si alza, gli tira uno schiaffo, scaraventa giù Dean dal letto della baffona e ci si rimette. Dean tira un pugno a Richard, va a letto pure lui. E cosa mi resta qui ora di quei tempi? C'è l'Inghilterra, certo, ma dove sono Dean, E Richard, e Don? Dove sono finiti tutti? Non mi resta che guardare le gocce di pioggia sui vetri dell'ICC a disegnare affreschi di solitudine, le lacrime del cielo. Non c'è neppure musica oggi, non resta che starsene seduti da abusivi ai tavolini, nel silenzio del vociare della gente che passa, e nessuna che si fermi qui per un sorriso. Rabbrividisco nel cotone della mia camicia nuova. Non c'è il caldo qui dei quaranta gradi all'ombra a cui la vita ci aveva abituato, i pomeriggi polli arrosto che si sudava pure a star seduti col condizionatore a palla, sulla chaise longue col Black Martini, che non c'era altro in casa, e Dean sul divano, parlare, pomeriggi passati giù al Bar Da Hank sempre fresco anche d'estate, Mojito e sogni persi, amici, barricati lì per vincere l'arsura del meriggio. Il caldo. Il caldo strozza cani che fa risaltare suoni e odori in cui io e Keaton si stava adolescenti seduti ad affondare nella maccaia del pieno centro pieno di polvere e svuotato di storie seduti sui gradini di una chiesa negli anni infelici della nostra pubertà, tra le partite a biliardo in una sagrestia regno di tarli e qualche birra al bar bevuta clandestini lontano dagli occhi dei parenti, tra vecchietti accaniti ai video poker ed il barista barbanonfatta con la canottiera sporca che tirava bestemmie agli albanesi appollaiati sul bancone sporco, il Piper Bar con le vetrine incrostate d'escrementi di mosche e piscio di cani, più in basso, con quelle stesse bottiglie impolverate che sono lì da quando ho memoria e ci resteranno sempre, a fare compagnia a tre coni gelato finti ed ormai mummificati.
Opera n°158765 di Liberodiscrivere