Horacio Ferrer
Loca ella y loco yo

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Titolo Loca ella y loco yo
Mezzo secolo per sognare scrivere e recitare poesia
Autore Horacio Ferrer
Genere Poesia      
Pubblicata il 23/10/2009
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Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Nuda Poesia  N.  31
ISBN 978-88-7388-247-3
Pagine 388
Note a cura di Marco Cipolloni con la prefazione di Sergio Secondiano Sacchi e uno scritto di Gabriel Soria

Prezzo Libro
22,00 € PayPal

La predestinazione del nome.
Ovvero, l’importanza di chiamarsi Horacio.

Sergio Secondiano Sacchi

 

Tutti i generi di canzone popolare hanno finito per partorire grandi poeti. Oppure, cammino inverso, grandi poeti hanno finito per confluire nella canzone con continuità di impegno. Da Salvatore Di Giacomo a Federico García Lorca, da Fernando Russo a Nikos Gatsos.
Il tango non poteva fare eccezione. E, infatti, non l’ha fatta. Nei suoi territori hanno compiuto incursioni rappresentanti della letteratura come Jorge Luis Borges o poeti del folklore come Hamlet Lima Quintana.
Che sembrava un predestinato dalla nascita: chiamarsi Amleto non può che riservare fati molto impegnativi, se si decide, poi, di dedicarsi alla versificazione. Forse certi nomi bisognerebbe stare attenti a darli. Perché la smentita è sempre in agguato. E se il figlio chiamato Gastone nasce non particolarmente segnato dalla buona sorte? Se la figlia di nome Immacolata cresce poi fanciulla di spensierate abitudini?
Invece, in Argentina, certi compromettenti appellativi venivano dispensati con augurale temerità. Ma, stando almeno ai risultati, anche con sorprendente preveggenza. Soprattutto nell’universo del tango. Che, come sentenziava Paolo Conte, è il riassunto della vita così come la lucertola è il riassunto del coccodrillo. E siccome nulla, poi, riassume quanto un nome, a siglare tanta poesia tanghera è stata proprio la predestinazione onomastica.
Qualcuno ha persino tentato di sfuggirla: Amleto Vergati, emiliano di Borgotaro, uno dei massimi esponenti poetici del lunfardo, gergo rioplatense particolarmente segnato dall’immigrazione italiana (e humus letterario del primo tango: sia uno che l’altro sono opere di sincretismo) decise di celarsi con un nom de plume meno impegnativo, Julián Centeya. Con cui firmò molte sue opere, tra cui non pochi testi per tanghi. Non fu comunque il suo unico eteronimo, ricorse anche a quello di Enrique Alvarado. Tenendo così nascosta, in ambo i casi, l’origine italiana.
Il tango, si sa, è espressione dell’emigrazione italica. Proprio per questo Borges gli ha riservato atteggiamenti di manifesta diffidenza, quando non di autentico disprezzo. A lui, intellettuale aristocratico di estrazione formativa inglese, la cultura italiana non piaceva proprio. Con l’eccezione di Dante, che la mamma era solita leggergli.
E, guarda caso, Dante è l’ingombrante nome attribuito a più di un autore di testi di tango. Da Gilardoni, sodale di musicisti come Florindo Sassone e Mariano Mores, a Mattio che una ventina di anni fa siglò più di un successo. Nonché a poeti e scrittori che col tango hanno voluto cimentarsi: da Dante Linyera, dalla vita spericolata (e, di conseguenza, di non lunga durata) che scrisse tra gli anni Venti e i Trenta, al contemporaneo Dante Bertini, emigrato ormai da tempo a Barcellona.
Si tratta di ragguardevoli autori. Ma, per entrare nell’Olimpo dei poeti del tango, bisogna calarsi nella ben più impegnativa onomastica dei classici e precipitarsi direttamente nell’antichità. Del resto furono proprio i latini a coniare il celebre “nomen omen”, un nome un destino.
Dicendo “classici”, non si può, ovviamente, che partire dal Verbo. Da Omero. Si tratta di un nome compromettente, difficile da portare. Perché se lui era cieco, lo è ancora di più il destino. Ma c’è chi è riuscito brillantemente nell’impresa di farsi ricordare: Homero è stato, prima di tutti, il nome dell’attore Cárpena che fu amico di Carlos Gardel e che, seppure sporadicamente, scrisse testi di tango (ma con partner d’eccezione, vedi Astor Piazzolla). Ma poi, e soprattutto, è stato il nome di Manzi e di Expósito, due autentici giganti del genere, i cui versi hanno nobilitato tante composizioni della decada de oro degli anni Quaranta.
Da notare, in aggiunta, che molti successi del secondo sono dovuti alla raffinata sensibilità musicale del fratello. Che, guarda caso, si chiamava Virgilio (fu anche autore di testi, ma non altrettanto brillanti). E Virgilio era anche il nome di San Clemente, amico e autore di Gardel a cui si deve anche una raccolta di poesie di discreto successo letterario. Le sue canzoni non saranno stati veri e propri componimenti bucolici, ma qualche evocazione, almeno nei titoli, l’avevano: Monte valle y sierra, Viejo jardin, (vecchio giardino) etc.
Altro autore tra i più celebrati nella letteratura tanghera è stato Cátulo Castillo poeta, ma anche raffinato compositore. Aveva un appellativo vibrante di classicità: all’anagrafe, infatti, risultava addirittura Ovidio Cátulo. E in un certo modo tenne fede al connubio: nostalgia e sottile penetrazione psicologica furono le caratteristiche principali delle sue composizioni.
E, percorrendo questa rievocazione onomastica, si arriva poi al capitolo Orazio, apparentemente dispensatore di epicureismo, amicizia e semplicità. Che non sono, invece, le caratteristiche peculiari del tango. Dove i sentimenti diventano turbinosi, la vita si fa difficile e il domani è un vorticoso punto interrogativo. I passi del tango hanno un andamento obliquo e un respiro sospeso, malgrado la musica sia scandita da un tempo pari. E così la contraddizione che si trascina il nome Horacio finisce per offrire al tango i contributi più diversificati.
Con questo nome la predestinazione va oltre il tango e la relativa letteratura: abbraccia la vita stessa. Horacio Pettorossi era valente chitarrista, compositore nonché autore talentuoso di testi. Nel 1932 strinse un sodalizio con Carlos Gardel, non solo come componente del trio chitarristico che accompagnava il grande cantante, ma anche nelle vesti di attore cinematografico. Al suo fianco rimase due anni. Ma quando, nel luglio del 1934, Gardel andò a New York per cantare e recitare in alcuni film, non lo seguì. Alcuni impegni glielo impedirono e venne sostuito da José Maria Aguilar. Scampò così all’incidente aereo di Medellin che, sulla strada del ritorno, troncò la vita a quasi tutti componenti del gruppo (ma il suo posto era comunque segnato dal destino, perché il suo sostituto Aguilar sopravvisse miracolosamente, seppur sfigurato dall’incendio).
Autore di testi per Gardel fu anche Horacio Zubiría Mansilla, di origini basche. Di lui si ricorda, soprattutto, Enfunda la mandolina. Sempre in quel periodo operò un raffinato scrittore di testi di nome José Horacio Staffolani che ebbe come partner privilegiato il compositore e direttore d’orchestra Pedro Maffia. Negli anni ’40 fu un altro scrittore di testi, Horacio Delamonica, a segnalarsi, collaboratore abituale del direttore e violinista Argentino Galvan, arrangiatore di rara perizia. E, nello stesso periodo, contribuì al prestigio della letteratura tanguera Horacio Sanguinetti che scrisse per tutti più celebrati direttori d’orchestra del periodo, da Troilo a D’Arienzo, da Di Sarli a Pugliese.
Ma Horacio è nome legato, soprattutto, al tango d’avanguardia A quello che ha rotto con decisione gli schemi della più consolidata tradizione. A partire da Horacio Salgán, organista di formazione accademica e virtuoso della tastiera, musicalmente onnivoro, il cui straordinario stile pianistico veniva accostato a quello di Art Tatum. Ha introdotto nel tango sincopi, contrappunti, intrusioni jazzistiche e citazioni dal repertorio folklorico. Con lui hanno esordito cantanti diventate autentiche star, come Roberto Goyeneche ed Edmundo Rivero. Ma, non poteva certo mancare, tra gli interpreti lanciati, anche un suo omonimo: Horacio Deval.
Altro Horacio a segnare profonde rotture con la tradizione è stato Malvicino, chitarrista jazz che Astor Piazzolla scaraventò nel suo Octeto de Buenos Aires accanto ad acclamati musicisti di tango come Atilio Stampone, Enrique Francini e Domingo Federico. Creando non poco sconcerto e scandalo presso i puristi. Tanto che, come reazione polemica, si decise a definire la propria musica non come tango, bensì come Musica della città di Buenos Aires. E il percorso sembra continuare: il contrabbassista (argentino) del Quintet Araca, formazione catalana legata all’emigrazione del tango sperimentale, si chiama, per l’appunto, Horacio Fumero. Horacio Molina è cantante che ha collaborato sia con Salgán che con Piazzolla e Horacio Avilano è chitarrista solista dell’ultimissima generazione musicale.
È proprio in questo contesto di avanguardia che si colloca la figura del nostro, di Horacio. Horacio Ferrer. E non solo per la sua collaborazione con Salgán o per quella, ben più feconda, con Piazzolla stesso. Che furono gli unici esponenti dell’avanguardia a non disdegnare il tango-canzone. Ma perché, al tango, Ferrer ha dedicato tutte le proprie energie. Già da studente di architettura con il Primo Festival Universitario del Tango, e poi scrivendo libri e trattati (l’edizione del 1980 de El libro del Tango, Arte Popular de Buenos Aires è in tre tomi con più di duemila pagine), cura trasmissioni radiofoniche e televisive, fonda associazioni e persino l’Academia del Tango, nonché la rivista specializzata Tangueando. Oltre, naturalmente, ad avere scritto versi indimenticabili come:

 

Morirò a Buenos Aires, sarà verso il mattino
riporrò con calma le cose quotidiane

dove è impossibile non ricordare i profetici versi di Piedra negra sobre de una piedra blanca del poeta peruviano César Vallejo:

Io morirò a Parigi durante un temporale
un giorno di cui ho già il ricordo

Ma non si tratta, come proprio l’Orazio latino constatava: Pulvis et umbra sumus, perché Horacio Ferrer ama amplificare la citazione precedente attraverso l’incipit un’altra composizione Preludio para el año 3001, scritta anch’essa con Astor Piazzolla:

Rinascerò in Buenos Aires in un'altra mattina di giugno
con questa voglia tremenda di amare e di vivere

Contraddicendo proprio gli insegnamenti di Quinto Orazio Flacco evita ogni tentazione di aurea mediocritas promuovendo, scrivendo, recitando, cantando e raggiungendo, anche, inimmaginabili successi di pubblico come con La balada para un loco.
Ferrer impersonifica l’avanguardia letteraria: come questo libro mostra chiaramente, rompe gli schemi metrici e compositivi del tango-canzone tradizionale. Non è solo il linguaggio a distinguerlo da qualsiasi altro paroliere, ma anche l’uso di strutture insolite: scrive con Horacio Salgán Oratorio Carlos Gardel e, con Piazzolla, l’opera Maria de Buenos Aires.
Per tutta questa continua, indefessa e prolifica attività il Club Tenco gli ha assegnato il Premio Tenco 2009 per l’operatore culturale.
Volendo riassumere la sua dimensione poetica, ci piace citare quello che ha scritto di lui uno scrittore che, naturalmente non poteva chiamarsi che Horacio: “fanatico della metafora, sorprendentemente ricca di caratteristiche porteñe, di un avanguardismo ironico, è capace di mescolare l’immagine di taglio surrealista, con certa nostalgia di quartiere, in un puro gioco verbale sonoro, fuso con l’essenza del tango tradizionale”.
A scrivere queste parole è stato Horacio Salas, uno dei più noti studiosi di tango. Che a questo genere musicale ha dedicato più di un libro, nonché un dizionario. Ma la frase citata proviene da un libricino di intenzioni didascaliche, Tango para principiantes. Che è accompagnato, proprio per facilitare l’approccio, dai disegni illustrativi di Lato.
Lato, naturalmente, è uno pseudonimo, il suo vero cognome è Santana.
Il nome, va da sé, Horacio.

 

LA BALLATA DEL MATTO

I pomeriggi a Buenos Aires hanno un loro non so che, facci caso.... Esci di casa, in via Arenales; tutto è come sempre, per la strada e in me. Ed ecco che, all’improvviso, da dietro un albero, mi salta fuori lui… Curioso incrocio di penultimo vagabondo e di primo clandestino del viaggio su Venere: mezzo melone in testa, le righe della camicia dipinte sulla pelle, due mezze suole attaccate ai piedi e un segnale verde di taxi libero per mano. Che ridere! Ma lo vedo solo io. E i manichini gli strizzano l'occhio, i semafori hanno per lui solo luci celesti e le arance del fruttivendolo lì all’angolo gli tirano i fiori d'arancio... E così, un po’ ballando e un po’ volando, tira su il melone per salutarmi, mi regala un segnale da taxi e mi dice:

“Son fulminato, lo so, lo so, lo so...
Non vedi che la luna passeggia per Callao,
che un corteo di astronauti e bimbi balla il valzer
tutto intorno a me? Dai, balla anche tu, vieni con noi, vola!

Son fulminato, lo so, lo so, lo so...
Io guardo Buenos Aires dal nido di un uccello,
e da lì sembravi così triste... Dai, vieni, vola! Non senti...
il desiderio matto che provo per te!

Matto, matto, matto!
Quando farà buio nella tua solitudine porteña,
lungo l'argine delle tue lenzuola verrò a te
con un trombone e una poesia
per non lasciar dormire il tuo cuore.

Matto, matto, matto!
Come un acrobata impazzito mi tufferò
giù per l’abisso della tua scollatura, fino a sentire
di aver fatto impazzire il tuo cuore di libertà.
Vedrai che roba!

E mi invita a saltare sulla sua
illusione motorizzata sport e via
a tutta birra lungo cornicioni
con una rondine nel motore.

Dal manicomio ci applaudono: “Evviva, Evviva!”,
i matti che si sono inventati l’amore
e un angelo, un soldato e una bambina
ci offrono un valzerino da ballare.

Che bella è la gente che esce a salutarci;
e il matto, mio matto, chi lo capisce,
sfida i campanili con le sue risate
e poi mi guarda e intona a mezza voce:

Son fulminato, ma tu amami così, così, così
Scala la tenerezza da pazzi che c’è in me,
mettiti questa parrucca di allodola, e vola!
Vola insieme a me! Dai, vieni, vola, vieni!

Son fulminato, ma tu amami così, così così...
Spalàncati gli amori, che sperimenteremo
la magica follia totale di rivivere...
Vieni, vola, vieni! Trallà-lallero-là...!

Viva, viva, viva,viva...!
Matto lui, matta io.
Matti, matti, matti!
Matto lui, matta io...!

(Musica di Astor Piazzolla)