Freddie del Curatolo
GENOA CLUB MALINDI

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Titolo GENOA CLUB MALINDI
Cronaca di una stagione indimenticabile dall’Africa all’Europa
Autore Freddie del Curatolo
Genere Narrativa - Comico      
Pubblicata il 23/10/2009
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Punteggio Lettori 10
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Il libro si libera  N.  73
ISBN 978-88-7388-253-4
Pagine 176
Prezzo 10,00 €
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MAL D’AFRICA E MAL DI GENOA
DUE “BENI INCURABILI”


Mi darete del matto, e forse non avete tutti i torti, se affermo che il Continente Africano e il Genoa hanno molte cose in comune.
Beh, prendetela come una provocazione, se vi pare, ma considerate che, nel caso dell’Africa, stiamo parlando della culla della civiltà, della terra che ha dato i natali al primo homo habilis di cui siano stati trovati e datati reperti fossili.
Sembra infatti che il primo essere umano fosse una donna e che vivesse con parenti e amici nell’altopiano al confine tra Kenya e Uganda.
Dai resti di Lucy (così è stata ribattezzata la presunta signora), in particolare da una tibia e un ginocchio, gli antropologi sono riusciti ad andare a ritroso nella preistoria fino a due milioni e duecentomila anni prima di Cristo, a calcolare l’elasticità ossea di un animale quasi totalmente eretto e ad immaginarne l’intelligenza.
Qualsiasi altro ominide del mondo avrebbe dunque imparato da Lucy come comportarsi.
I nipoti di “nonna habilis” sarebbero poi emigrati in Asia Minore, in India, in Cina e, infine, attraverso gli Urali e il Caucaso arrivati in Europa, per istoriare graffiti e stagionare bresaole nelle grotte dell’alta Val Camonica.
Beh, anche il “Continente Genoa” può vantare una primogenitura fondamentale, nel suo ambito.
La compagine rossoblu è infatti la prima squadra di calcio fondata in Italia, ovvero la “culla della civiltà” pallonara del nostro Paese.
Non servono scienziati e non ci sono tibie di terzini fluidificanti, ginocchia di centromediani metodisti o altri resti nobili da esaminare, è sufficiente sfogliare un album, guardare centinaia di fotografie d’epoca e leggere altrettanti articoli di giornale, per rendersene conto: l’homo pedatorius della nostra Penisola vestiva una camicia bianca con cravatta blu, prima casacca ufficiale del Genoa Cricket & Football Club.
Epiche ed inedite gare e lo scudetto del 1899 vinto in un solo giorno di torneo, testimoniano come Genova fosse lo scenario delle prime gesta calcistiche italiane.
Senza Lucy-Genoa la nostra storia non sarebbe la stessa, i trionfi mondiali, i bar dello sport, il tredici alla schedina, Diego Armando Maradona, le malefatte di Franco Carraro e Luciano Moggi.
Riassumendo: dall’Africa, attraverso l’Asia Minore e poi la ridiscesa dall’Est Europeo, ecco l’umanità. Dalla Liguria, attraverso cinque scudetti e la formazione del torneo unico, la storia del calcio di una delle Nazioni che ne hanno fatto sport nazionale e stile di vita.
Sto esagerando?
Allora entriamo nello specifico, ovvero parliamo del Paese in cui l’autore del libro vive, il Kenya.
In questo caso possiamo aggiungere che entrambe le realtà, il Paese sopracitato e la formazione calcistica più antica d’Italia, sono state create dagli inglesi, per poi raggiungere l’autarchia.
Il primo presidente rossoblu, Charles De Grave Sells, era un pioniere, né più né meno come il Dottor Livingstone, Ottavio Barbieri storico giocatore e allenatore, è un simbolo di genoanità proprio come per i kenioti Mzee Jomo Keniatta, è il padre della patria (vabbè, qui ci siamo lasciati trasportare, ma il gioco lo permette…).
La storia di un’appartenenza è la storia di un popolo e come tale ha un peso specifico che si misura con l’orgoglio, l’attaccamento alle tradizioni e la strenua difesa delle proprie roccaforti.
La Repubblica Democratica del Kenya, in tempi recenti, è stata colonizzata economicamente dalle multinazionali della frutta, del tè e del caffè, il Paese è stato invaso dai turisti e da uomini d’affari di tutto il mondo, ma ancora oggi cerca di mantenere una precisa identità, spesso a scapito della sua stessa evoluzione. Limitando la costruzione di resort all’interno dei parchi nazionali, che sono una delle ultime oasi di pace e libertà per moltissime specie animali e difendendo la cultura delle proprie etnie e del kiswahili, una delle poche lingue madri del Pianeta.
Anche il Genoa è stato minato in passato da presidenti scaltri e opportunisti, preso in giro da calciatori mercenari o da turisti del pallone, ha rischiato di scomparire per colpa di uomini d’affari inetti e infine è stato condannato da giudici in malafede e accaniti sostenitori di un certo “sistema”.
Ma i suoi tifosi, come sacerdoti a guardia di una fede, hanno sempre lottato in difesa dei valori che il Grifone incarna, hanno protetto e proteggeranno il loro Tempio e tributano immortale gloria e memoria a chi ha saputo condividere con loro la filosofia rossoblu.
Così è, da oltre un secolo.
Gli africani e i genoani hanno la tempra delle cose ancestrali e preziose, pure ed eterne ed ogni volta hanno saputo rialzare la testa. Oggi, a fronte di una crisi economica mondiale, il Kenya sfodera un mercato in crescita e un Pil con segno decisamente positivo e il Grifone, negli anni del ridimensionamento del campionato italiano, raggiunge di nuovo l’empireo e sfiora la Champions League.
Fine del gioco, ma attenzione! Non è soltanto una questione di coincidenze storiche, di balzi a ritroso nei curiosi cunicoli comunicanti della memoria, la liaison che abbiamo creato ha lo scopo di introdurvi a una simbiosi ineluttabile, a un’esplorazione in profondità che rivela giacimenti ricchi dello stesso metallo nobile. Infatti, se accomuniamo il Kenya e il Genoa, quel che appare più chiaro e si fa sentire con forza dalle parti del cuore, è lo stato d’animo assolutamente simile che accomuna l’amore per l’Africa e quello per il “Vecchio Balordo”.
Più di un legame affettivo, più di un’amicizia eterna, quasi una malattia, una sindrome strana da cui non si torna, che abbraccia per intero la sfera dei sentimenti.
Insomma, ve lo assicura chi è stato colpito in tenera età da entrambi i “virus”: non è azzardato tracciare un parallelismo tra la fede rossoblu e il cosiddetto “mal d’Africa”.
Sono stati d’animo che è difficile spiegare a parole, e molto spesso è inutile. Tanto tra “malati” ci si capisce con uno sguardo, con un semplice accenno di sorriso o un sussulto del corpo. Però è appagante, talvolta, riuscire a esprimere a parole quel che si prova; la centrifuga, il groviglio, il gorgo che sale dal basso ventre all’esofago, l’anima che si fa in un sol colpo stomaco, fegato, milza e pancreas, creando uno stato fisico che a volte pare una congestione, altre ancora il principio d’un orgasmo, e trasmettendo al sistema nervoso reazioni non facilmente decifrabili, al cuore sintomi di ansia, eccitazione, trasporto, malinconia ed entusiasmo e infine alla mente il più totale abbandono.
Siamo certamente nel campo dell’irrazionale, dove l’estasi di un tramonto rosso fuoco in savana può valere come un colpo di testa di Skuhravy o di Milito, una nuotata lungo la barriera corallina alla stregua di una vittoria nel derby e il senso di pericolo nella notte buia del Masai Mara mette angoscia e adrenalina come al cospetto della roulette dei calci di rigore in uno spareggio per la retrocessione.
Chi non può fare a meno delle sensazioni che il Continente Nero sa riservare, coltiva vividi ricordi e nitide istantanee nella mente quando non ne è parte integrante; così accade per i fermo-immagine nei film collettivi dei tifosi rossoblu, che regalano emozioni forti al solo riviverli con il pensiero.
Mal d’Africa e Mal di Genoa.
Chi ne è stato intaccato non potrà mai fare a meno di veder correre la sua stessa esistenza su binari paralleli, di considerare le tappe fondamentali del suo percorso terreno senza esplorare quella parte della sua anima che chiede di essere soddisfatta in un unico modo, con l’appartenenza.
Essere genoano, appartenere all’Africa.
Sensazioni simili, battiti del cuore come zoccoli di animali gemelli che galoppano selvaggi in una savana di emozioni meravigliose.
Migliaia di persone (e anche di più, grazie alle diavolerie “sociali” di internet) mi hanno raccontato la loro saudade africana e fin dalla tenera età ho valutato cosa significa essere genoano, nei riti domenicali del Luigi Ferraris e in tantissime trasferte in giro per l’Italia.
Appartenere a un luogo, respirarne all’unisono il vento, coprire con lo stesso ritmo i passi della sua gente, svegliarsi con il medesimo umore del cielo e sciogliersi nel calore fino quasi a bruciare. Questo per me è vivere in Africa.
Appartenere ad un popolo, cantarne all’unisono la gioia anche nei momenti di sconforto, capirsi con un semplice cenno della testa, riconoscere nell’ansia, nella battaglia settimanale dei novanta minuti il segreto per affrontare le tappe del proprio cammino, e vincere il mistero della vita. Questo vuol dire tenere al Genoa.
Malindi, Kenya e Marassi, Genova distano tra loro ottomila chilometri.
La mia vita ha al suo fianco due binari paralleli, dentro il petto spesso sento battere due cuori.
Non potrò mai soddisfarli entrambi nello stesso tempo, non come desidererei fare.
Ci vorrebbe una finale di Coppa Intercontinentale giocata a Mombasa invece che a Tokio, o la Supercoppa Italiana a Dar Es Salaam, in luogo di Montecarlo o Pechino.
Ma questo non è nemmeno un sogno, è pura, malatissima fantasia.
A volte in Italia, più spesso all’equatore, mi alzo la mattina con il mio doppio battito, il mio doppio virus, la mia doppia appartenenza, il mio doppio amore.
Lo assorbo tutto ogni giorno, mescolandolo alle cose che mi accadono e a quelle che decido di farmi cadere addosso e grazie a ciò non mi sento mai solo.
Sono convinto che tutto ciò sia uno splendido regalo del destino, che abbia migliorato la mia esistenza e il rapporto con me stesso e con gli altri.
Per questo mi piace raccontarvi l’incredibile stagione che ho appena vissuto, da genoano, da africano e da uomo.
Per quanto riguarda i sogni, io so per certo che un giorno sarò seduto su una roccia in mezzo al silenzio assoluto della savana, dove il cielo non ti sovrasta ma ti attraversa e l’orizzonte ti abbraccia per intero come in nessun altro angolo della Terra. Quel giorno ci giureremo eterna felicità.
Io, i miei due cuori e una stella.
 

Opera n°158933 di Liberodiscrivere

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