Sergio Bossi
I miei tre uomini

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Titolo I miei tre uomini
Autore Sergio Bossi
Genere Narrativa      
Pubblicata il 23/10/2009
Visite 1067
Punteggio Lettori 10
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Il libro si libera  N.  72
ISBN 978-88-7388-248-0
Pagine 286
Prezzo 13,00 €
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A mio avviso, ed è anche il pensiero di mia moglie Anna, nella vita tutto ha un significato e nulla dobbiamo lasciare al caso, le decisioni che prendiamo durante la nostra esistenza, le portiamo con noi per sempre. Sono le scelte, giuste o sbagliate che siano, che condizionano la nostra crescita. Prendere una direzione anziché un’altra. Aprire una porta anziché un’altra. Scegliere un’amicizia, un amore, anziché un altro… Molto importante, anche se altrettanto difficile, è sicuramente la capacità di riuscire a fare la scelta giusta, quella determinante. Alcune volte sono addirittura gli altri a scegliere per noi, quando non possiamo farlo ed in queste circostanze bisogna affidarsi alla fortuna. Nei primi anni di vita, essendo totalmente in balia dei nostri genitori o di chi ci accudisce, accettiamo supinamente tutte le decisioni che altri prendono per nostro conto. Queste decisioni saranno i pilastri, i mattoni sui quali sarà edificata la nostra casa, la nostra esistenza. Per assurdo ancora incapaci di vedere, di parlare, di capire, al nostro primo respiro ci viene già chiesto di rispondere ad una condizionante domanda alla quale i nostri genitori o chi per essi sentenzieranno marcando in modo incancellabile il percorso della nostra vita. La prima scelta che ci viene richiesta quando nasciamo è quella del nostro nome, il marchio che ci porteremo addosso e che non ci abbandonerà mai, neanche dopo la nostra morte. Diventa importantissimo allora non sbagliare, fare la scelta giusta, trovare il nome che meglio si addice al nostro cognome onde evitare spiacevoli futuri inconvenienti... Quanti i casi oggetto di ilarità o di sfottò si possono citare, tra parenti amici o semplici conoscenti. Per me e mia moglie Anna la scelta è stata alquanto ponderata, affidandoci ad un non trascurabile aspetto religioso che non guasta mai, decidemmo di assegnare nomi importanti e pesanti nella speranza che qualche Santo possa un giorno seguire e proteggere i nostri rampolli nel loro cammino. E così invocammo i migliori santi in circolazione: Gli Apostoli, ma ci fermammo solamente a tre… e così dal cilindro uscirono Pietro, Giovanni e Andrea, con le seguenti interpretazioni:

Pietro, Santo della Chiesa, (Betsaida, ... – Roma, 67) è stato un apostolo ebraico. Fu uno dei dodici apostoli di Gesù, e viene considerato dalla Chiesa cattolica come il primo Papa.
Il suo nome originale era Simone, ma, secondo quanto affermato da Matteo 16,18 e Giovanni 1, 42, ricevette da Gesù stesso il nome di Kefa, che in aramaico significa "roccia", "pietra", e che in greco suona Petros; in latino Petrus. Anche San Paolo lo chiamava Kephas.
Il nome Giovanni deriva invece dall'ebraico Yehohanan, composto da Yoh o Yah che è l'abbreviazione di Yahweh (è il nome proprio di Dio nella tradizione ebraica), e da hanan che significa "ebbe misericordia", e vuol dire letteralmente "Dio ha avuto misericordia" o anche "dono del Signore". Anticamente veniva imposto ad un figlio lungamente atteso e nato quando ormai i genitori avevano perso la speranza di essere rallegrati dalla nascita di un bimbo.
Andrea deriva dal greco(aner), genitivo (andrós), che indica l'uomo con riferimento alla sua mascolinità, cioè in quanto contrapposto alla donna (corrispondente al latino vir, viri, mentre uomo nel significato di genere umano è homo, hominis in latino e , ánthropos, , anthrópou, in greco). Il nome greco originario, Andréas, rappresenta l'ipocoristico (vezzeggiativo), abbreviato al primo elemento, di nomi greci composti con andr- come Androcio, Androgeo, Andronico, oppure è un derivato di andreía: forza maschile, coraggio virile, virilità. Il significato è analogo a Mascula, che deriva dal latino.

Da buon figlio unico, sin da tenera età, ho sempre desiderato avere qualche fratellino e pertanto, forse ma non del tutto inconsciamente, ho deciso, di concerto con mia moglie, di provare ad avere almeno tre piccoli lupacchiotti che riempissero le nostre felici giornate, gli ultimi giorni che ci mancavano da vivere assieme. Per mia moglie questo non era certamente un problema, considerando il fatto che lei proveniva da una grande famiglia formata da ben cinque figli. Tre bimbe: Enrica, Anna, Alberta e due maschietti: Carlo e Lorenzo. Grande famiglia anche per il numero di parenti, considerato che da parte di mia moglie ho ereditato una schiera enorme di zie e di zii. Impressionante fu la differenza che potei toccare con mano nel giorno del nostro matrimonio, ma soprattutto qualche giorno dopo quando rivedemmo sviluppate le foto della bellissima cerimonia. Mi ricordò un poco l’invasione tedesca sui territori polacchi durante la devastante seconda Guerra Mondiale o la stazione di Tokyo durante l’ora di punta in contrapposizione a quella di Mulinetti in una triste e fredda mattinata del mese di novembre. Certo non voglio pensare a quei giorni, ma soprattutto a coloro che in quei giorni portavano un nome ebreo mentre fuggivano per le strade polacche pattugliate dai nazisti. Ma questo è solo un triste esempio di quanto precedentemente asserito. Eccoli i miei piccoli uomini, eccoli arrivare armati di verde genuina speranza in un futuro che sarà interamente il loro. Il primo a fare capolino fu Pietro, anzi Pietro Luigino, in quanto decidemmo, di comune accordo con Anna, di dare come secondo nome quello di mio padre scomparso circa due anni prima. Pietro arrivò quella bellissima mattina del 14 luglio 2003, esattamente nel mio primo giorno di ferie. Coincidenza? Non so, ero talmente emozionato che mi sembrò il mio ultimo giorno lavorativo. A predire l’arrivo del “Messia” fu una esageratamente bella luna piena che regalò a me ed a mia moglie un romantico momento di indimenticabile passione e tenerezza: Mano nella mano scendevamo, oscurando parzialmente la luna, dalla bellissima collina di San Bernardino sino alla passeggiata a mare di Finale Ligure per prendere una granita che mia moglie “vogliosamente” desiderava. Una passeggiata ingenuamente romantica contraddistinta da quella caratteristica falcata che accomuna il mio passo a quello di mia moglie e che forse ci fece capire già dal primo momento che eravamo fatti l’uno per l’altro… “Chi si assomiglia si piglia…” Questo era il consiglio che la nonna Alda, la mamma di mia moglie, aveva dato a sua figlia e che senz’altro aiutò quest’ultima a fare la scelta più importante della sua vita… “Moglie e buoi dei paesi tuoi”, fu invece il consiglio più ruvido e concreto, che spesso mi elargiva mio padre più previdente e cauto. Ricordo ancora quel gusto di menta fredda schiacciata avvolto dal tepore di una calda ventilata notte d’estate, il tutto si svolse semplicemente ed in modo riposante compreso il ritorno a casa, che ancor maggiormente ci aiutò a distenderci ed addormentarci dolcemente. Arrivò così come un fulmine a ciel sereno, facendomi letteralmente saltare dal letto alle quattro e mezza di mattina, quell’improvviso urlo di mia moglie Anna: “Sergio, svegliati è giunto il momento, dobbiamo andare all’Ospedale, mi si sono rotte le acque…” Fu certamente a causa del pesante sonno ma soprattutto dello spavento che l’espressione del mio volto rimase ancor più attonita ed incredula davanti a quella determinate affermazione di mia moglie che tuonò come un’assordante squillo di sirena d’emergenza di una qualsiasi stazione operativa dei vigili del fuoco. Accelerando lentamente le mie movenze cominciai ancora inconsciamente a muovere i primi passi senza proferire parola alcuna… Sapevo che dovevo fare… Fare qualcosa ma non avevo ancora capito bene né cosa fare né di cosa si trattasse tutto quel ambaradam mattutino. A rafforzare la mia rimbecillita perplessità rimase il fatto che sia io che mia moglie usavamo tenere sul comodino, accanto al letto, un bicchiere o una bottiglia d’acqua per dissetarci durante le ore notturne, pertanto pensai ingenuamente che inavvertitamente mia moglie avesse scontrato il mobiletto in modo maldestro facendo rovesciare l’acqua sul pavimento, ma la tesi fu immediatamente smontata con ferma voce esperta: “Sergio, sei mai stato una donna? Le donne sanno benissimo come funzionano queste cose, sbrigati e non fare domande sciocche, che non abbiamo molto tempo…” Non abbiamo molto tempo… Queste parole me le ricorderò sempre, e per me suonarono come una tromba dei bersaglieri al richiamo dell’adunata, fui pronto e vestito in tre minuti e dodici secondi. Capii immediatamente l’urgenza di coprire quegli ottantacinque chilometri che ci separavano dall’Ospedale Gaslini di Genova, pertanto mi affrettai onde evitare che il nascituro mi conoscesse subito per quell’imbranato di suo padre, anche perché sino a quel giorno l’unica mia esperienza in fatto di nascite risaliva a ben quarantun anni prima… Mangiai i chilometri di strada con la stessa intensità con la quale rosicchiavo le unghie delle mie dita, e più mi avvicinavo all’Ospedale Gaslini di Genova con la mia quasi puerpera, maggiore diveniva la tensione che cercavo con destrezza di mascherare affinché mia moglie non avesse a risentirne. Dopo una breve deviazione a casa, ad improvvisare una quanto mai rapida e disordinata valigia per recuperare alcuni indumenti d’emergenza necessari a quella che sarebbe stata la degenza di mia moglie in ospedale, ci proiettammo ad ali spiegate come siluri a volo di cicogna verso l’avventurosa scoperta di un affascinante nuovo mondo che ci stava aspettando. Il ricordo di quel viaggio, sotto le luci dell’alba, sapeva di magico incantesimo, una fantastica fiaba che riuscimmo a rivivere solo dopo alcuni anni con la nascita del secondo e del terzo figlio. Entrammo in ospedale quel 14 luglio 2003, ben un mese prima della scadenza del termine che il buon ginecologo Dottor Fabio aveva solo ipotizzato, storcendo il naso, avvisandoci di tenerci comunque preparati per un probabile parto prematuro. La sua esperienza era stata da noi forse un poco sottovalutata, fatto sta che ci trovammo a vivere con felice sorprendente anticipo quello che, dopo il recente matrimonio, poteva definirsi il giorno più bello, sino a quel momento, della nostra vita. Non fu quindi il caso bensì il destino che ci spinse, quasi otto mesi prima, a trascorrere le vacanze natalizie a Parigi e prenotare il nostro albergo a poche centinaia di metri dalla Piazza della Bastiglia… Si quello fu il magico giorno della presa della Bastiglia! Un altrettanto sanguinosa, ma vittoriosa battaglia fu quindi quella che ci vide protagonisti quel magico giorno nell’Ospedale per l’infanzia Giannina Gaslini di Genova, dove la nostra vecchia fiat punto grigia con tanto di borsa d’emergenza e due coscientemente pazzi passeggeri a bordo era ormai giunta al suo capolinea. Non ricordo esattamente dove parcheggiai l’auto, ma ricordo sicuramente quel lentissimo ascensore che non arrivava mai e finalmente terminò la sua travagliata corsa alle ore 06.24 spalancandoci la porta davanti alla sala medica dove un gentile sorriso di una caposala ci accolse benevolmente augurante. “Accomodatevi in sala travaglio”, fu la risposta che ci fu data dopo i brevi accertamenti ai quali fu sottoposta mia moglie in seguito al nostro scontato e quanto mai frenetico racconto. Da qui in poi capii che la mia figura di uomo doveva farsi da parte per dare spazio a quella che era e sarebbe stata la protagonista di questo lieto evento: Mia moglie, ma soprattutto la mamma. Al ritmo dei ripetuti intermittenti battiti cardiaci del bambino e delle monitorate contrazioni di Anna, capii anche, finalmente, il vero significato della parola travaglio. A quei battiti ed a quelle contrazioni sempre più intermittenti, cominciarono ad un certo punto ad aggiungersi anche le mie, e fu probabilmente a quel punto che, nel bel mezzo della tensione, un’infermiera sempre sorridendo, ci informò che l’ora era giunta e pertanto accompagnai Anna la quale, valorosamente non volendo essere sorretta, entrò sicura e fiera nella sala parto. Io fui subito imbavagliato e vestito di verde inoffensivo dalle previdenti infermiere e calzando delle improvvisate babbucce di plastica mi piazzai dietro a mia moglie che, in quel doloroso felice momento, trovò anche la forza di farmi coraggio… Confesso che ne avevo davvero bisogno.
Quanti uomini, ragazzi come me, hanno provato nella loro vita questa bellissima emozione? Quanti hanno deciso di assistere in prima linea alla nascita del loro figlio, accanto alla propria moglie? Quanti fieri leoni coraggiosi si sono trovati sul più bello al tappeto privi di sensi vinti dall’emozione e dalla suggestione, crollati davanti alla vista del sangue o di un camice verde oppure davanti ad un ago di una siringa? Noi uomini infondo siamo un po’ tutti uguali, spacconi e fanfaroni in alcune circostanze e coniglietti terrorizzati in altre… Ciò che invece ricordo di strano in quel bellissimo giorno fu il fatto che i dottori che si alternarono durante il parto furono addirittura tre. Il primo iniziò la pratica ma la passò immediatamente al secondo per fine turno, si trattava di un vecchio ginecologo di mia moglie il quale cognome assomigliava un po’ a quello di un animale la cui compagna sfornava giornalmente uova e pulcini. Il secondo ginecologo che proseguì la pratica non sorrise mai, concentratissimo nell’operazione, il suo cognome era simile a quelle cose secche che cadono d’autunno leggere dagli alberi dopo aver abbandonato i brillanti colori dell’estate ed essersi spente alle soglie dell’inverno. La parte del leone nell’operazione la fece invece il caro Dottor Fabio che, impassibile ma sempre sorridente con il sole negli occhi ed una particolarissima papalina arabesca in testa che ne riscaldava il sottile cuoio capelluto, alzò al cielo esattamente alle 07.55 il trofeo della vita, la gioia della nostra vita: Pietro Luigino Bossi. Ancora sporco di sangue lo abbracciai teneramente come un cristallo Swarowsky e per paura che mi cadesse lo cedetti quasi immediatamente all’infermiera di turno che tanto dolcemente me lo aveva consegnato… Pietro era bellissimo! Ricordo quei primi vagiti e quella copertina azzurra nel quale era avvolto, ricordo anche che stranamente non rimasi impressionato dal sangue che ricopriva il piccolissimo feto, benché ben noto fifone svenissi spesso alla vista dell’emoglobina. Davvero mi stupii anche quando, forse a causa di quel superficialmente maldestro intervento dell’impreciso assistente durante il distacco della placenta, non rimasi affatto impressionato da tutto quel sangue perso da mia moglie e schizzato sul camice di Jack lo squartatore che per hobby faceva il medico in seconda. Nonostante questi piccoli episodi negativi, non dimenticherò mai finché la mia mente sarà in ragione, quegli incancellabili stupendi momenti scolpiti nella mia memoria che determinarono meravigliosamente la nascita dei nostri tre piccoli figlioli. Ciò che però maggiormente mi stupì quel giorno fu la bestiale forza eroica con la quale mia moglie Anna affrontò la situazione. Benché ancora sofferente, non appena terminato il parto dopo le brutali laceranti grida, si alzò con disinvoltura dalla sedia ostetrica e tranquillamente, con le sue proprie gambe, raggiunse lentamente il letto della sua nuova cameretta in tenera attesa che le venisse consegnata la sua dolce creatura. Davanti a questa prova di forza e di carattere mi sentii davvero un vermicello, vergognoso al pensiero di come noi uomini viviamo così tragicamente ogni nostra difficoltà o malore fisico. In quel momento capii quanto importante e carismatica fosse la figura della donna, quanto importante fosse il suo compito, quello di donare la vita, di custodire un feto e portarlo alla luce dopo circa nove mesi. Davanti a quella che definii la più grande impresa della storia, la più grande invenzione, il fenomeno naturale più entusiasmante, l’opera più colossale costruita dall’uomo, anzi dalla donna, proprio davanti alla nascita del mio primo figlio, quel magico giorno decisi anch’io di fare qualcosa d’importante… Decisi pertanto di diventare donatore di sangue, sfatando un vergognoso tabù che per ignoranza e paura durava ormai da troppo tempo. A coronamento di questa speciale giornata non poté mancare la presenza della sempre presente novella nonna Anna, che, vestita di verde marziano indossando camice, cuffietta e pantofole del personale infermieristico, ci venne incontro congratulandosi sorridente. Per lei l’emozione fu tanta, lei che batté ogni record di ascolto del travolgente passionale film romantico Via col Vento, quel bramato giorno diventava nonna e puntualmente pianse. Pianse come le capitò di piangere quel giorno in cui mi fu recapitata la fatidica cartolina blu della chiamata al servizio militare, pianse come quando nacqui e come quando mi portò all’altare nel giorno del mio matrimonio. Furono lacrime di felicità, questa volta, e altre ne vennero versate successivamente con l’arrivo degli altri paracadutati nipotini…
 

Opera n°158938 di Liberodiscrivere

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