Download copertina |
|
Era un piccolo locale di un vecchio caseggiato. Conteneva un letto, una cassettiera e un attaccapanni. Le pareti disadorne erano state tappezzate ma, sia per la scarsa accuratezza del lavoro, sia per l'umido, la carta tendeva qua e là a staccarsi dal muro. Le persiane polverose non venivano certamente aperte da molto tempo. L'aria che penetrava attraverso le loro fessure non era sufficiente a portare via l'odore sottile di muffa che si sentiva, nonostante fosse estate e le finestre, all'interno delle persiane, fossero spalancate. Oppure l'odore di muffa proveniva dal vicolo o dai vecchi muri che ne erano impregnati. Sulla parete sinistra della stanza si apriva la porticina del servizio con doccia. I sanitari erano puliti, ma piuttosto vecchi, in cattivo stato di conservazione. Ida si stava chiedendo come avessero potuto attribuire a quell' alberghetto le tre stelle che esibiva accanto all'insegna. L'ambiente, nel complesso, era piuttosto squallido e umido; l'edificio intero inserito nella zona più degradata della città. Economicamente le andava bene, non poteva permettersi di più, ma le tre stelle le sembravano davvero eccessive. Due sarebbero state più che sufficienti.
Il suo sguardo si posò sul soffitto bianco, discretamente pulito, che stava sopra di lei. D'un tratto le sembrò troppo vicino, troppo basso e provò un senso di oppressione.
Attraverso le persiane giungevano grida di bimbi che giocavano, l'abbaiare di un cane e voci di donne che chiamavano e rimproveravano.
Ida avvertiva un indefinito malessere serpeggiare in lei, un misto di amarezza, di inquietudine, di ansia, di avvilimento che non avrebbe saputo descrivere, ma che conosceva bene, perché la assaliva ogni volta che faceva l'amore e lei lo attribuiva a quello stramaledetto disturbo psicologico che aveva segnato tutta la sua esistenza.
Per l'ennesima volta nella sua vita, si trovava in uno squallido alberghetto scelto da lei e pagato da lei (perché non voleva niente in regalo dagli altri), lontano dal quartiere in cui abitava, per rischiare meno di incontrare persone che conosceva, rintanata in una stanzetta altrettanto squallida, coricata in un letto vecchiotto con un uomo con cui le sarebbe piaciuto avviare un rapporto duraturo. Ma ormai stava perdendo le speranze di riuscire a farlo.
- Sei mia, vero? - esordì Enrico - Io sono tutto tuo, davvero.
- Io sono tua, tu sei mio, noi siamo nostri: quante stupidaggini! - rispose lei con tono aggressivo.
- Forse hai ragione, mi scappano delle stupidaggini - rispose lui risentito - e tu me le fai notare brutalmente. Non sei mai dolce, neanche in certi momenti. Non so se sei arrabbiata con me o con tutto il mondo. Se non mi sopporti, perché continuare? Oggi, poi, che cosa ti ho fatto? Veniamo qua per stare insieme, per fare l'amore e poi tu ti estranei, mi ignori, pensi ai fatti tuoi... Può anche darsi che io non sia abbastanza intelligente, come mi fai sentire tante volte, ma forse dovresti darmi una mano a capire. Può darsi che io non sia abbastanza interessante, ma potrei migliorare se tu mi aiutassi o mi stimolassi...
- Scusami, scusami; a volte sono aggressiva, ma non so neppure io perché. Perché ho un brutto carattere. Tu non mi hai fatto niente di male, anzi. Ce l'ho con me stessa e con tutto il mondo, ma non con te.
- E posso sapere perché?
- È una storia lunga e contorta. Non ho mai voglia di parlarne. Almeno non oggi; forse un giorno...
Ida sapeva bene il perché di questi suoi atteggiamenti scostanti.
Non era stata la banalità della frase di Enrico, ma piuttosto il fatto che quelle parole erano state come il famigerato coltello che gira nella piaga.
Il caso aveva voluto che lui pronunciasse l’espressione più infelice e inadeguata per quel momento e forse l’aveva proprio detta con l’intento di farle cosa gradita.
Quella frase ingigantiva la sua ansia e le comunicava un senso di paura e di solitudine: le aveva ricordato che lei non sapeva impadronirsi di un uomo. Avvertiva un moto di rabbia che si agitava e si gonfiava in lei come un mare in tempesta. Pensava e le sembrava che le sue storie d’amore si somigliassero tutte: si era sempre ridotta a una serie di incontri clandestini e fugaci come se fosse una colpa amare un uomo, come se lei non avesse il diritto di amare un uomo. Anzi le sembrava che non potesse esistere l’uomo per lei e, pertanto, fosse obbligata a portarlo via a un’altra donna. Fin da ragazzina, ogni volta che aveva avuto una storia, aveva vissuto la sensazione angosciante di compiere un’azione subdola e vile ai danni di qualcuna che niente le aveva fatto di male. Si era sentita una ladra ogni volta e aveva accuratamente nascosto il suo amore; ogni volta la storia era finita quando lei aveva ceduto all’inquietudine e all’amarezza che la situazione le lasciava dentro; quando aveva ceduto alla lotta fra la voglia di prendere e la paura di non dover prendere.
Si sentiva stanca e si sentiva derisa come se qualcuno o qualcosa la costringesse a ripetere all’infinito le stesse vicende, le stesse reazioni emotive, le stesse frasi.
Si sentiva non libera e, nello stesso tempo, incapace di affrancarsi e di lottare e allora si biasimava, perché avrebbe desiderato essere una donna sicura, coraggiosa, capace di effettuare scelte libere da condizionamenti e pregiudizi.
E, invece, ogni suo misero tentativo di crearsi uno spazio affettivo e sessuale restava intrappolato in un cerchio di ansie, di angosce, di dubbi, di colpe, di rabbie impotenti che lei non riusciva a interrompere e neppure a scalfire.
Aveva riflettuto a lungo su questo contorto meccanismo che, suo malgrado, le pilotava la vita e, facendo appello alle sue nozioni di psicologia, era persino riuscita a fornire a se stessa una spiegazione che le sembrava razionale: attribuiva il tutto al cosiddetto complesso di Edipo o, meglio, di Elettra, essendo lei di sesso femminile.
Se n’era a tal punto convinta che ormai le sembrava ovvio: in ogni uomo incontrato, lei aveva visto suo padre e ogni volta aveva vissuto quell’antico, represso, dimenticato rapporto di amore-desiderio-colpa che doveva aver turbato la sua infanzia. Ogni volta aveva rivissuto l’angoscia di sottrarre l’uomo a sua madre, la cui figura era rappresentata da quelle donne (reali o presunte) verso le quali si era sentita, di volta in volta, colpevole e meschina.
Di tutto questo non aveva mai parlato a nessuno, neppure a uno psicologo, tanto meno a uno psichiatra.
Non che non avesse mai considerato l’ipotesi di sottoporsi a psicanalisi, le era venuto in mente, ma poi aveva deciso di no. Non aveva alcuna voglia di parlare dei fatti suoi con una persona estranea.
E non le sembrava neppure il caso di parlarne con Enrico, a parte il fatto di non essere certa che lui potesse capirci qualcosa e che avesse una qualche conoscenza di psicologia. C’era il rischio che la considerasse matta e, comunque, era del parere che certi fatti propri ciascuno se li dovesse rimuginare fra sé.
Dovette convenire che, come al solito, si stava comportando da stupida. Se voleva quell’uomo non poteva aggredirlo verbalmente per ogni nonnulla e, tanto meno, doveva lasciarlo ignorato e trascurato in un angolino di letto, mentre lei tentava di autopsicanalizzarsi. Senza contare il fatto che quella stanza (accidenti!) la stava pagando e di sicuro non l’aveva presa per cercare, ancora una volta, l’origine dei suoi disagi pluriennali: questa indagine poteva svolgerla tranquillamente a casa sua senza pagare niente. La stanza l’aveva presa per fare sesso con un uomo che le interessava e che, goffamente, stava tentando di far entrare nella sua vita. Ma, per conquistarlo, doveva dargli affetto, gratificazioni, anche sessuali, farlo sentire bravo e importante; dargli certezze, costituire, per lui, un punto di riferimento.
Gli si rannicchiò contro e gli posò una mano sulla nuca per avvicinare il viso al suo.
- Scusami, scusami! Sono troppo stupida a volte. Avevo tanta voglia di stare sola con te e finisco sempre per trascinarmi nella vita privata lo stress del lavoro che mi rovina tutto. Dovrei imparare a chiuderlo fuori – disse, ricorrendo a una frase banale e consueta - Tu ci riesci, vero? Sei bravo tu. Ti vedo sempre sereno.
- Ho fretta di vederti.
- Bugiardo! Non ci credo: non ti sto dando molte gioie.
- In effetti sei di umore mutevole. Mi rendi la vita imprevedibile. Ma le poche volte che fai l’amore bene, lo fai davvero bene.
- Abbiamo ancora tempo per riprovarci - constatò Ida guardando l’orologio.
A un certo punto si trovò come immersa in uno spazio morbido e fluttuante, discretamente e dolcemente luminoso. Le sensazioni visive e uditive delle cose circostanti si affievolivano per lasciare posto a un’unica sensazione di contatto tenero, umido, tiepido che sembrava impadronirsi di lei. Le sue mani accarezzavano avidamente, le sue braccia stringevano. La pervadeva adagio adagio ma incessantemente, sempre più estesamente, un desiderio, una necessità di prendere, di avere, di impadronirsi. Tutto il suo essere e la sua coscienza si identificavano con la necessità di aspirare, risucchiare, impossessarsi.
Lo spazio si dilatava, il tempo si annullava e lei stessa si percepiva grande, ampia, accogliente. Aveva l’impressione di poter contenere tutto intero l’uomo che le sue braccia stringevano e che le sue mani esploravano. Desiderava risucchiare in sé tutta la materia di cui era fatto. Immaginava che di lì a poco si sarebbe afflosciato come un fantoccio vuoto perché lei si sarebbe impadronita di tutto quello che c’era dentro di lui. Immaginava le cellule di Enrico che diffondevano in lei e si confondevano con le sue. Avrebbe voluto assorbire persino il sangue, il cervello, la volontà, i ricordi, il passato.
Stava per impazzire…il passato di lui, inciso, classificato, catalogato, codificato nei recessi del cervello; il passato pronto a comparire, a scivolare con nitide immagini davanti agli occhi di lui per uno stimolo qualunque, per un richiamo, una parola, un gesto; i ricordi capaci di suscitare un moto di gioia, di rabbia, di rimpianto, di nostalgia e tutto questo a insaputa di lei, senza che lei se ne accorgesse, potesse interferire, potesse cancellare.
Stava per impazzire di piacere, ma era così poco ciò che poteva risucchiare di lui, era così poco ciò che poteva possedere di lui, era così poco, che non voleva più nulla.
Fu come se la luce si spegnesse all’improvviso. La sensazione che stava per attraversare tutto il suo corpo, si trasformò in un brivido momentaneo di freddo e svanì.
“Oggi non è la giornata” pensò fra sé e concluse che non le restava altro da fare che fingere un orgasmo.
La invasero l’amarezza e un sentimento di impotenza. Ripiombò nella realtà della stanza angusta, delle persiane polverose, delle voci che provenivano dall’esterno; sentiva persino l’odore di un soffritto di cipolle, tanto erano stretti i vicoli tra un edificio e l’altro.
Una donna apparecchiava nervosamente, sbattendo le stoviglie sul tavolo e gridando indecorosi epiteti all’indirizzo di qualcuno, probabilmente il marito.
Un’altra donna sgridava il figlio per aver versato una cucchiaiata di minestra e il bimbo frignava sommessamente; si sentì lo schiocco di uno ceffone e il bimbo pianse forte. Un cane abbaiò furiosamente, come disturbato dalle grida che aveva intorno.
Nell’altro appartamento, dove la donna apparecchiava, un uomo reagì altrettanto cortesemente alle parole che gli erano state rivolte.
Ida ebbe l’impressione che fosse appena entrato in casa, perché la sua voce, dapprima lontana, si avvicinò, per gradi, alla finestra. Sentì un rumore, come se qualcuno spostasse una sedia e pensò che si fosse seduto a tavola. Non aveva lasciato cadere nel vuoto la provocazione e, dopo aver risposto alla moglie, continuò insultando i parenti di lei, prendendo di mira soprattutto la sorella che, a parer suo, bighellonava tutto il giorno, anziché cercar lavoro. Si udì un suono di campanello e l’uomo che commentava: “Tua sorella è puntuale per mangiare” con un tono amaro e indispettito nella voce, come se mal sopportasse quella bocca in più alla sua tavola.
Intanto l’altra donna tentava di far tacere il figlio schiaffeggiandolo e il bambino urlava più forte, spalleggiato dal cane che abbaiava. Si sentì un guaito lungo e una voce di uomo che gridava: “Cuccia!”. Ida pensò che il cane avesse ricevuto un calcio e si stupì che l’uomo se ne fosse stato, fino a quel momento, in disparte, senza intervenire, mentre il figlio piangeva: evidentemente era troppo intento ad ascoltare il televisore acceso, nonostante il frastuono.
- Io non vorrei essere così, ma sono sulla buona strada, vero?
- Così come? – rispose Enrico.
- Così, come questa gente. Li senti?
- Sono un po’nervosi; fa caldo, saranno stanchi.
- Non sono solo nervosi; sono frustrati, demotivati. Non vivono, si trascinano. Sono delusi. Non trovano più spazio per gli affetti e la dolcezza. Anch’io sono così.
- Non dire fesserie.
- L’hai detto anche tu, prima, che non sono dolce neanche in certi momenti.
- Solo a volte. Tutti possiamo essere di umore nero, a volte.
- No: sto diventando delusa, frustrata e acida come quelli. Soltanto che loro hanno un’attenuante, io no.
- Se stai diventando frustrata e acida, facciamo l’amore più spesso; io ci sto.
- Perché la metti sullo scherzo? È un problema serio.
- Cerco di sdrammatizzare, quando cadi nella malinconia. E poi fare l’amore è una cosa seria.
- Quelli sono poveri, stanchi, probabilmente hanno un lavoro precario, vivono alla giornata o lavorano saltuariamente. Chissà quanti problemi devono affrontare! È giustificabile che non abbiano tempo per le tenerezze, che siano così astiosi. Ma io perché?
- Te l’ho detto: dobbiamo vederci più spesso. Vedrai che ti passa tutto. Ti sciogli un po’e ti passa questo atteggiamento strano che hai.
- Quale atteggiamento?
- Quando finisci di fare l’amore, anziché essere contenta e soddisfatta, tu diventi triste, pensierosa e ti chiudi in te stessa.
- È solo perché sono stanca – cercò di tagliare corto Ida.
- Tra l’altro è un atteggiamento che mi mette a disagio, perché penso di non essermi comportato bene e mi vergogno a chiederlo.
- Tu non centri niente: è perché sono stanca.
- Anche se sei stanca, potresti essere più partecipe, elargire qualche coccola, lasciartene fare…
Lei cambiò discorso:
- Ci frequentiamo da tanti mesi e non conosco ancora tua madre, la tua casa.
- Neanche io conosco la tua.
Si accorse di aver intrapreso una strada sbagliata.
- Non c’è niente da vedere in casa mia e non c’è quasi niente da mangiare, perché mi dimentico di fare la spesa e dentro non c’è nessuno, perché i miei sono morti. C’è il cane, ma lo conosci già.
- Ma se non c’è nessuno, perché spendiamo soldi in questi squallidi alberghi. Andiamo a casa tua.
- Ci sono vicini pettegoli.
- Cosa te ne importa dei vicini?
- Mi dà fastidio che caccino il naso nella mia vita.
- È una cosa stupida; non è da te. Mi fai venire dei dubbi. A volte non sono neanche certo del tuo nome. Non mi hai detto dove lavori e perché non posso venire a prenderti là. Ci sono troppi misteri intorno a te: nascondi qualcosa. A volte sembra che non ti importi niente delle opinioni del mondo e poi te ne esci con queste frasi. Avverto un’incoerenza, uno stridore. Hai l’età per farti una vita, per avere figli, se ancora non ne hai avuti. Perché ai tuoi vicini dovrebbe importare se ti trovi un uomo? Sarebbe la cosa più ovvia del mondo.
- Non c’è nessun mistero nella mia vita, a parte il fatto che sono introversa.
Lei cercò di cambiare ancora discorso, aggiungendo:
- Io ho fame. Andiamo a farci una pizza o qualcos’altro? Ci sono trattorie con cucina casalinga in questi vicoli: si mangia bene e si spende poco.
- Sì, ma bisogna conoscerle. Se entri nella prima che ti capita, potrebbe essere una fregatura. E alcune sono anche poco igieniche. Tu ne conosci personalmente qualcuna?
- No, non le conosco. Non sono mai venuta a mangiare in questa zona ma ho sentito parlare bene di queste trattorie.
- Ci andremo più tardi. Secondo me questa stanza non l’abbiamo sfruttata abbastanza, scimmietta misteriosa.
- Sto pagando io.
- Sempre soldi sono. E poi sono molto preoccupato dal fatto che tu stia diventando acida e frustrata.
Quando uscirono dalla stanza, anziché chiamare l’ascensore per la reception, Ida si incamminò su per una scala angusta.
- Dove vai? – chiese Enrico incuriosito.
- C’è una terrazza panoramica. Vedi il cartello? Voglio vederla.
- Ma non avevi fame?
- Ci vogliono cinque minuti – rispose lei e continuò a salire.
Girò una maniglia che cigolava e spinse con decisione una porticina che si apriva con difficoltà.
La investì una gradevole brezza vespertina che arrivava dal mare e smorzava la calura del giorno. Del sole non restava che un semicerchio arancione, velato dalla foschia dell’orizzonte. Il pavimento e i parapetti emanavano ancora calore. Sotto di lei si apriva una distesa di tetti, terrazze, finestre che da lì, dall’alto, sembrava ininterrotta, perché non si apprezzava l’esiguo spazio dei vicoli che separavano gli edifici.
Quel posto, stranamente, somigliava alla vecchia casa di sua nonna, in un altro luogo, distante da quella città in cui era venuta a vivere a un certo punto della sua infanzia. La casa, sul tetto, aveva un terrazzo che costituiva per lei una sorta di rifugio, quando era bambina. Col capo che sporgeva appena dal parapetto, osservava per ore la distesa di tetti, terrazze, finestre, finestrelle, abbaini e comignoli che degradavano verso la chiesa, i ruderi del vecchio cimitero e delle vecchie mura di cinta. Oltre c’era solo il mare, senza limiti, di un azzurro intenso, interrotto qua e là dalle crestine spumeggianti delle onde che si formavano sotto il vento pressoché perenne. C’erano tetti con le tegole nuove e con tegole sconnesse e ciuffi d’erba che crescevano qua e là e ben presto ingiallivano, non appena la stagione diventava più secca e calda; vi erano tetti pianeggianti con misere pianticelle coltivate dentro pentole vecchie; vi erano terrazzi con bucati variopinti agitati dal vento, con cassette adibite a nidi di piccioni; ma soprattutto vi erano finestre e finestrelle aperte, attraverso le quali vedeva brulicare la vita; ma avrebbe voluto vedere di più e più dentro e più lontano e vedere i giochi dei bambini e la minestra che mangiavano e sentire le voci delle madri.
Ricordò che le piaceva scappare di casa e scappava talvolta per le stradine acciottolate, rumorose e variopinte, incontro all’uomo con l’asino. Vi era l’uomo con l’asino che vendeva lumache, l’uomo con l’asino che vendeva pentole e tegami, che vendeva verdure; oppure correva incontro all’arrotino o al banditore che, di tanto in tanto, annunciava l’arrivo al mercato di un carico di pesce o, più raramente, di carne. Si cacciava in mezzo ai capannelli delle massaie che gridavano, discutevano sui prezzi, sulla qualità, sulla quantità, litigavano e spesso tornavano a casa senza comprare nulla. Oppure sedeva sulla soglia della bottega del falegname ad ascoltare il rumore della sega, monotono come una ninna nanna; a guardare le montagne di trucioli soffici e riccioluti che si formavano sotto la pialla. Poi correva sulla soglia della bottega del fabbro a guardare il fuoco e il metallo arroventato e stava attenta a come si applicano i ferri agli zoccoli dei cavalli e degli asini.
Le piaceva correre sul tetto di casa sua e accovacciarsi accanto al comignolo per aspettare il tramonto, perché sapeva che dopo il tramonto tornavano, a stormi, dalla campagna, le cornacchie verso i nidi nascosti fra le fessure delle rocce; ma prima di entrarvi volteggiavano a lungo intorno alla vecchia fortezza, empiendo l’aria del loro stridulo verso. Intanto si alzava la brezza profumata di mare, di alghe, di salsedine. Le piaceva aspettare che sorgesse la luna, scivolando sempre più su nel cielo terso, il cui colore diventava a mano a mano più cupo. Immaginava di toccare la luna con un lungo bastone per sentire che rumore fa quando la si tocca, per sentire se è dura o soffice come la panna; e immaginava file di gnomi con calze e pagliaccetti coloratissimi scendere sulla terra per una lunga scala d’oro appesa alla luna.
Talvolta la svegliava all’alba una voce di donna che gridava: “La volpe! La volpe! È passata la volpe stanotte! Ha ucciso tutte le galline!” A quella voce altre donne uscivano all’aperto e anche sua madre si affrettava e tutte correvano al proprio pollaio nella speranza che fosse stato risparmiato dalla razzia. Poteva succedere che un’altra voce si unisse: “Neanche una gallina è rimasta! Neanche i pulcini! La volpe! La volpe!”
Il paese, povero, viveva il passaggio delle volpi come una tragedia. Se ne parlava per giorni e le donne gridavano, quasi piangevano, e gli uomini promettevano battute di caccia per far piazza pulita dei dintorni dell’abitato. Ma lei non capiva. Immaginava. Immaginava di correre dietro alla volpe e di scoprire dove tenesse la tana. Immaginava di sgattaiolare dentro per vedere quanto fossero piccoli i cuccioli della volpe, come mangiassero e come giocassero i cuccioli della volpe.
Si alzava e correva fuori a fare il giro del paese e dei pollai, a guardare le galline sgozzate che le volpi non avevano fatto in tempo a portarsi via; guardava i cunicoli scavati sotto le porticine, attraverso i quali erano scivolate le predatrici; ascoltava i discorsi delle donne e le sembrava di capire che le volpi sono molto furbe e che trovano sempre la strada più breve per penetrare nel pollaio e, in un baleno, uccidono tutte le galline affinché non schiamazzino. Poi correva via e non le facevano pena le galline morte, ma si sentiva dalla parte della volpe che non aveva mai visto, che avrebbe voluto vedere e pensava anche di giocarvi, tanto più che un animale che mangia pollastri, certamente non può mangiare bambini.
Il padre tornava dopo il tramonto, dopo lo stormo delle cornacchie, con l’asino e un cane e, nella bella stagione, con un cesto di frutta. Allora doveva entrare in casa per mangiare e vi entrava generalmente recalcitrante; spesso sua madre andava a prelevarla sul tetto, mentre lei stava seduta accanto al comignolo fantasticando.
L’inverno era la cosa più triste che conoscesse perché doveva stare chiusa in casa. Non le restava che osservare come si impasta il pane e come si inforna; come si tagliano e si cuciono i vestiti. Poi sedeva in un angolo del pavimento e tentava malamente con ago e pezzetti di stoffa di confezionare abitini per una pupattola di pezza. A volte se ne stava in piedi su una sedia accanto alla finestra a guardare le stradine con i ciottoli lucidi per la pioggia e le sembrava che il bel tempo non volesse tornare.
Per quanto indugiasse fra i ricordi dell’infanzia non le riusciva di trovare in essi la chiave per capirsi e per spiegarsi. Soprattutto non le riusciva di trovare traccia del complesso di Elettra che era la cosa che più le interessava, poiché dal superamento di esso dipendevano, secondo lei, la sua libertà e l’aspetto sessuale-affettivo della sua vita che, fino a quel momento, era stata inquieta e tempestosa.
Nelle sue rievocazioni, per quanto cercasse di renderle minuziose, vi erano sempre ampie lacune; il padre, per esempio, non compariva quasi mai nei suoi ricordi d’infanzia, eppure era certa che tornasse a casa tutte le sere. Era come se si fossero ignorati o se lei lo avesse cancellato per sottrarsi, come aveva letto sul libro di psicologia, all’angoscia edipica.
Il fatto che avesse un buco nella memoria proprio sull’argomento cruciale la convinceva sempre più che le sue teorie erano esatte e che avesse represso nel più profondo dell’inconscio i contenuti e i sentimenti che avrebbero potuto turbarla.
A questo proposito c’era un solo ricordo che le si affacciava alla mente, sempre uguale, ossessivo: si svegliava sul letto grande, nella luce molto incerta del primo mattino; sua madre non c’era…vedeva il padre alzarsi, di spalle, prendere l’orinale dal comodino e fare pipì; poi il suo sguardo cadeva sulla bambolina di pezza tutta schiacciata, finita in quella parte di letto da cui il padre si era appena alzato; lei l’afferrava, scoppiava a piangere, usciva dalla stanza…trovava la madre in cucina che impastava. ”Guarda la mia pupattolina schiacciata!” diceva. “Non piangere - rispondeva sua madre – te ne faccio una di pane”. Prendeva la pasta, sagomava la bambolina, poi, con la punta del coltello incideva gli occhi, la bocca, il naso, le dita, le piegoline della gonnellina.
Nel complesso, i ricordi di infanzia le apparivano in lontananza, velati di dolcezza, come se niente l’avesse fatta soffrire. Sebbene, obiettivamente, fosse stata una bambina sola, non le sembrava di aver sofferto la solitudine. Forse soltanto perché la solitudine, come ogni altro dolore umano, pesa quando se ne prende coscienza, si sa valutarlo, proiettarlo nel futuro, prevederne le conseguenze; ma per tutto questo ci vuole un bagaglio di esperienza, ci vuole un passato sulle spalle. E poi la sua mente, allora, era troppo presa dalla voglia di imparare e di conoscere tutto ciò che vedeva intorno con sguardo meravigliato e curioso. E forse proprio questo l’aveva aiutata a vivere (o a sopravvivere), a dimenticare, a rimuovere, se qualcosa c’era stato da rimuovere.
- Sei di nuovo partita per il tuo mondo segreto? – la richiamò la voce di Enrico.
- No, no. Questo posto assomiglia alla casa di mia nonna. Ho rievocato qualche scena d’infanzia.
- Ma sei diventata triste.
- Triste no; ero assorta. Andiamo; consegniamo la chiave e andiamo a mangiare.
Opera n°159490 di Liberodiscrivere