Fabio Di Benedetto
Nun c’é chiú nenti

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Titolo Nun c’é chiú nenti
Autore Fabio Di Benedetto
Genere Narrativa      
Pubblicata il 29/03/2010
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Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Il libro si libera  N.  84
ISBN 978-88-7388-266-4
Pagine 134
Prezzo 10,00 €
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È una tipica giornata siciliana di fine giugno. Il profumo dell’estate è nell’aria e si confonde con la fragranza inimitabile delle alghe scaricate dal mare durante l’inverno, ora arse da un sole abbagliante.

Fa caldo. Un caldo che fa sudare. Ancor più chi, come me, porta sulle spalle il figlioletto di tre anni e mezzo, che non ha mai visto Siracusa e la Sicilia.

Nel cuore di ogni emigrante, un angolo è sempre dedicato ai propri ricordi, alle proprie radici. Esiste una voce che sembra rievocare, come le sirene di Ulisse, immagini di luoghi e scenari di vita lontani.  Ne scaturisce una strana sensazione che li rende ancora più vividi nella memoria.

Il mercato del pesce di Siracusa, in Ortigia, è per me uno di quei luoghi sacri, un posto che meriterebbe di figurare tra i patrimoni dell’umanità protetti dall’Unesco. Ma sono quasi certo che così appare solo ai miei occhi.

Coi suoi banditori, in dialetto vanniaturi, che gridano con voce rauca ma assordante “pisci friscu… pisci bellu…”…“accattativi ‘u masculinu!”, rivolgendosi ai clienti abituali, a quelli saltuari come me, che ci ritornano un paio di volte l’anno, ai turisti che vi accedono per la prima volta, tenendosi strette le borse per timore di subire uno scippo. Tutti ascoltano e guardano lo spettacolo estasiati. Ci sono anche le tradizionali vedove siciliane; quelle signore vestite di nero anche quando ci sono quaranta gradi all’ombra.

Sembriamo tutti personaggi di altri tempi, in bianco e nero, incantati da un’atmosfera surreale, rimasta immutata nel tempo. Perché luoghi come questi sembrano non cambiare mai.

Ci ritorno volentieri per questo motivo. E ogni volta con eguale piacere. Per provare sempre le stesse emozioni. Nonostante manchi ormai da oltre vent’anni e viva e frequenti la Milano bene, quella che una volta era anche da bere.

I miei quarant’anni, il mio status sociale e un figlio che parla con l’accento da polentone sulle spalle, dovrebbero farmele rivivere con inevitabile distacco. Ma non è così. Certe esperienze, certi odori e profumi, come quelli dell’origano selvatico, delle zagare, ti entrano nel sangue. Puoi provare a seppellirli con i titoli, il successo professionale e il rispetto sociale raggiunti, ma ti rimangono dentro. Perché loro sono lì, in te, per sempre!

Dopo aver acquistato un chilo di pomodori secchi del cosiddetto “dattarino” di Portopalo, meno famoso del rivale e limitrofo “ciliegino” di Pachino, ma altrettanto profumato e due mazzi di origano, mi fermo davanti alla pescheria di Tito.

Lo ammiro tagliare il tonno con ineguagliabile maestria. Tra un cliente e un altro che aspettano in coda prima di me, quando il tonno arriva al punto che lui sa io preferisco, ovvero tra la fine della pancia e l’inizio della coda, ne taglia due fette e si rivolge a me con lo sguardo amorevole di chi mi ha visto crescere.

“Due fette bastano, professore?”

“Sì, grazie Tito.”

La signora che doveva essere la prossima da servire, accenna una cortese protesta a cui lui risponde sorridente.

“Mi deve scusare signora, sto diventando anziano, ma non si preoccupi. Se dovesse finire questo, taglio un nuovo tonno per lei e si sceglie la parte che più le aggrada…”.

Noto esposte le alici, che a Siracusa chiamano masculinu. Chiedo di prepararmene un chilo aperte e spinate. Anche dette a linguada, perché una volta pronte assumono la forma della lingua. Tale termine siciliano ha in realtà anche un collegamento antico col nome spagnolo delle sogliole, lenguados. Ciò deriva dalla circostanza che, nel passato, erano i ricchi a mangiare le sogliole e così coloro che potevano permettersi solo le acciughe e le sarde, per darsi un tono, se le facevano preparare richiedendole a mo’ di sogliola. Da cui deriva appunto il termine linguada. Chiedo anche se per caso si può trovare una pescatrice, ossia quel pesce che al Nord chiamano coda di rospo e lo paghi anche cinque volte di più. Tito ascolta la mia richiesta mentre continua a tagliare il tonno. Mi risponde che la pescatrice per me oggi non c’è, ma nei prossimi due o tre giorni me la farà recapitare direttamente a casa.

Prima di rientrare faccio l’ultima sosta al Bar di Piazza Pancali. Ordino al cameriere un caffè e chiedo se fanno ancora l’Iris con la ricotta, un dolce che non mangio dai tempi delle scuole elementari.

Con mia grande gioia, mi risponde: “certamente!”.

L’Iris è una palla di pasta fritta ripiena di ricotta e ricoperta da uno strato croccante che la differenzia sostanzialmente dal krapfen. Viene servita su un piattino da caffè, dalla cui circonferenza, con mia grande soddisfazione, la vedo leggermente debordare. Peserà circa duecento grammi.

Quando il cameriere la appoggia sul tavolino e annuso il suo profumo, mi viene già l’acquolina in bocca. Al primo morso centro in pieno il punto dove è stata farcita. La ricotta schizza fuori da entrambi i lati. È tiepida e grumosa…, ovvero lavorata ma non troppo. Il suo gusto è ancora più squisito di come lo ricordassi. Avverto, dall’odore e dal suo sapore inconfondibile, la presenza della ricotta di pecora, abilmente miscelata con quella di vacca e la scorza d’arancia. Un connubio perfetto come solo in Sicilia riescono a realizzare.

Socchiudo gli occhi e, mentre ne assaporo il gusto sulla lingua, rifletto su cosa risponderei in questo istante a una bella donna se mi chiedesse di scegliere tra quello che sto provando, ossia il vero orgasmo orale, e quello che potrebbe regalarmi lei con la sua bocca. Sarei in seria difficoltà… ma non perché non saprei cosa scegliere, bensì per l’incredulità e l’offesa che le arrecherebbe la mia scelta.

Al Nord, se hai i soldi, puoi avere le migliori arance, i limoni, i pomodori, il pesce fresco, ma una cosa non puoi mai permettertela: il piacere di gustare la vera ricotta. È un piacere che puoi concederti solo nella madre terra di Sicilia!

Dopo il terzo morso, asciugo la ricotta, che ha ormai oltrepassato il labbro superiore e punta minacciosa ad ostruire le mie narici, e decido, con immenso dolore, di non finire l’altra metà.

La offro allora a mio figlio, pensando di compiere un gesto di profondo altruismo e di grande amore nei suoi confronti.

“No… grazie papà. Sai che la ricotta non mi piace!!”

Accuso la pugnalata al cuore appena ricevuta dalla carne della mia carne in religioso silenzio e mi avvio a ripercorrere a ritroso l’ultima parte del mercato, sempre con mio figlio sulle spalle, in direzione del parcheggio.

D’un tratto, un tizio dai modi ambigui mi si avvicina.

“Mi scusi professore, ci sarebbe un suo vecchio amico che avrebbe piacere di salutarla, se per lei non è troppo disturbo, visto che ha le mani ‘mpacciati e u picciriddu supra li spaddi, intendo..”.

“Roberto? Roberto? Lui? Lui… è qui?”

Il tipo mi osserva con l’aria tra il sorpreso e il soddisfatto, accenna un sorrisetto poi dice con voce compiaciuta: “sì… cà è!”.

Mi giro d’istinto verso un punto preciso dell’affollato mercato. Quel posto dove lo avevo lasciato l’ultima volta. E lo ritrovo lì. Esattamente dove lo vidi un quarto di secolo fa, con lo stesso fatiscente chiosco di frutta e verdura da gestire. Perché, come dicevamo, il tempo ha una sua dimensione in Sicilia. Una dimensione che lo rende spesso immutabile.

“Mi fa piacere che vossignoria non ha dimenticato chi gli vuole bene, avvicinatevi… vi sta aspettando!”.

Ed è sempre lui, vent’anni dopo, ormai prossimo ai cinquanta. Sempre distinto e curato, più degli altri venditori che gli stanno intorno. I capelli non sono più lunghi come da giovane. Adesso sono corti, radi e bianchi. Lo sguardo appare segnato dalla vita, ma è ancora vispo. È lui, il mio padrino di un tempo, il primo e unico “uomo d’onore” che io abbia mai conosciuto. La persona che tanti anni fa ammiravo e ascoltavo più di quanto ammirassi e ascoltassi mio padre.

Mi avvicino impacciato, per la spesa e per Andrea che si muove freneticamente sulle mie spalle intento ad osservare tutto, eccitato dalla vista dei pesci e dagli ortaggi mostrati con orgoglio dai vanniaturi.

Mi osserva un paio di secondi, poi sorride e batte due volte con l’indice sulla sua guancia destra, come si fa quando ci si rivolge al proprio figlio per chiedere un bacio. Ma questo gesto ha un altro significato, vuol dire “fammi vedere se ti ricordi che sono ancora il tuo padrino”.

I baci che ci scambiamo sono due, sulle reciproche guance, come prevede il codice. Il successivo abbraccio invece è un fuori programma, quello è come si fa tra vecchi amici e basta.

Mentre lo stringo forte a me, mi sussurra in un orecchio: “ti voglio bene, Giulianuzzo mio!”.

Poi, terminato l’abbraccio, rivolge la sua attenzione verso Andrea.

Beddu stu picciriddu, iavi l’okki vispi ri so’ padri…”

“Grazie! Ne è passato di tempo eh… pare un secolo!”.

“E sì, ni stama facennu vecchi. Ma finché u signuruzzu ni runa a razia di susirini a matina e na minchia cà funziona a sira tiramu avanti… e nun si pensa a vicchiania…”

“Papà scusa, cos’è la minkia? Si dice con la “kappa”, vero?”

Oddio, mio figlio Andrea mi chiede cosa sia la minchia! Impallidisco, terrorizzato dall’idea che possa ripetere la domanda a sua madre oppure alla sua maestra nel collegio svizzero a Milano. Oddio… nooo… se lo sente la mia ex moglie perbenista del Nord, sono fritto!

Incrocio per un attimo lo sguardo di Roberto e aggroviglio le sopracciglia, quasi a chiedere aiuto. Scoppiamo entrambi a ridere, poi gli rispondo io.

“Niente, Andreuccio, è un pesce. Un pesce locale.”

“Sì, è un pesce, con la “kappa”! Un pesce senza spine!”

Aggiunge Roberto, mentre tratteniamo a stento la nostra risata commentando a bassa voce il battesimo della minkia con la “kappa”.

 

Opera n°159496 di Liberodiscrivere

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