Mi è successo di tutto e sono solo le tre del pomeriggio. Ho deciso di uscire per fare due passi sul sentiero che percorro di solito ma più che una passeggiata mi sembra di compiere una maratona. Il passo è veloce e pesante, macino metri e chilometri quasi senza accorgermene. L’andatura veloce mi offre l’illusione di lasciarmi alle spalle la tensione causata dagli eventi accaduti oggi, in realtà mi causa solo respiro affannoso e un dolore alla milza. Se fosse inverno, a quest’ora avrei la gola in fiamme, invece fa caldo, sudo e ho sete. Tra poco sbucherò nella piazza del piccolo paese situato al limite del bosco, affiancata al muro di una casa c’è una vecchia fontana in pietra con il rubinetto in ferro da cui sgorga acqua freschissima anche d’estate.
So che dentro vi troverò uno strato di alghe verdi e viscide che mi evocheranno ricordi lontani di quando, bambina, venni convinta da mio fratello ad immergermi nella grande vasca dove un tempo le donne andavano a lavare i panni. “Ti rinfrescherai”, mi disse, “non è alta, l’acqua ti arriva al massimo fino al ginocchio”, quel sorriso sarcastico nascondeva il suo vero obiettivo, pienamente raggiunto di lì a pochissimo; quello di farmi spaventare a morte.
Mi lasciai attirare dalla frescura dell’acqua ma appena tentai di fare qualche passo mi sentii avvolgere le caviglie da quei fili verdi e scivolosi, urlai spaventata temendo di non riuscire a liberarmi da quelle dita che mi avvinghiavano, ma più mi agitavo e più scivolavo, finché persi l’equilibrio mancando la mano che mio fratello mi porgeva e che, a quel punto, aveva smesso di sorridere.
Finii sott’acqua e non sentii più nulla, venni avvolta da quella coperta d’alghe, un attimo dopo ero fuori afferrata alla vita da mio fratello. Tossii, sputai e non smisi di rincorrerlo e picchiarlo finché non raggiungemmo casa dove lo avrebbe atteso una punizione esemplare. Da allora vengo sempre percorsa da un brivido alla vista delle alghe ma mi nasce anche un sorriso perché mi tornano alla memoria le innumerevoli volte in cui la mamma obbligò mio fratello a pulire le gabbie dei conigli per punizione.
Ancora cinquanta metri, ancora non riesco a vederla ma già sento l’incessante gorgoglio dell’acqua in lontananza. Nella piazza non c’è nessuno, il grande gelso nell’angolo in fondo, espande la sua ombra avvolgendo le due panchine vuote posizionate intorno al tronco e la bacheca che annuncia a gran voce con colori fluorescenti gli sconti nel negozio del paese vicino.
Mi avvicino alla fontana, affronto le alghe e le guardo certa che quei fili non usciranno dall’acqua per afferrarmi, lancio una benevola maledizione a mio fratello, mi chino, piego la testa e aspiro avide sorsate. Mi appoggio con i palmi al bordo della fontana e incasso la testa tra le spalle.
Mi metto sempre in questa posizione quando penso e rifletto, in tanti me lo hanno fatto notare. Mai come oggi ho bisogno di riflettere. La giornata è iniziata male fin dalle prime luci quando, in cucina per preparare il caffè, ho camminato sulle acque riversate sul pavimento dal ciclo notturno del lavastoviglie. “Bene!”, ho pensato guardandomi i calzini inzuppati. E questo era solo l’inizio.
Stavo ancora ripulendo quando la voce di mia madre, rotta dal pianto mi informava che durante la notte era morta l’anziana prozia sofferente da tempo e a cui ero affezionata. Decido di andare in camera mortuaria prima di andare al lavoro.
In ufficio arrivo un’ora più tardi con gli occhi gonfi e rossi, intristita perché alla domanda sussurrata accarezzandole i capelli bianchi, “Nana, mi senti?” chiesta anche oggi come sempre quando la vedevo appisolata a letto o sul divano, non ho ottenuto la stessa risposta di sempre, “oh, ciao cucciolo”.
Sapevo che questo momento sarebbe arrivato presto e il mio animo materialista aveva sempre tenuto a bada i ricordi, i nodi in gola, i rimpianti. Oggi tutto questo sembra liberato dalle corde che li tenevano issati.
Dalla scrivania opposta mi sono arrivate occhiate di fuoco. La collega, ignara del motivo del mio ritardo, ha dovuto sobbarcarsi il peso di ben tre telefonate arrivate alla mia linea durante la mi assenza. Gestualità e sguardi mi hanno fatto capire quanto poco avesse gradito la cosa.
Non avevo voglia di dare spiegazioni. Perché avrei dovuto? Per vederla arrivare di lì a poco con le braccia aperte dispensatrici di falsi abbracci consolatori e con le labbra rosa confetto arricciate in un piccolo broncio? Già immaginavo il sottotitolo muto di quella scena: “cara mi dispiace infinitamente capitino tutte a te ma non pensare che ti faccia da segretaria; oddio.. devo stare attenta a non sfiorarle le guance altrimenti il rossetto si sbava!”.
Sinceramente ne avrei fatto volentieri a meno, ma mezz’ora più tardi è stata proprio questa la rappresentazione teatrale che mi si è materializzata davanti. Informata da altri, la pigolante collega mi ha stretta in un abbraccio ipocrita adducendo scuse e condoglianze dal sapore insipido.
Bevo ancora un sorso di quest’acqua gelida prima di far ritorno a casa ripercorrendo lo stesso sentiero. Mi avvio a passo lento, sento le gambe pesanti e stanche, “appena riprenderò il ritmo..” penso, ma non termino il pensiero che dalla mia destra mi giunge una voce di donna un po’ nasale, “mio cognato mi porta sempre le caramelle all’anice”, mi giro e vedo una donna anziana seduta sul tronco di un grosso abete, anziano pure lui, che non ha retto all’abbondante nevicata dello scorso inverno. Mi guarda sorridendo strizzando gli occhi, le mancano tutti i denti sopra, gliene è rimasto solo uno sotto, il sorriso è però molto solare, cordiale, allegro.
Faccio qualche passo verso di lei, “mi scusi?” le chiedo, lei distende il viso, si alza in piedi a fatica. Indossa un paio di pantaloni neri, delle scarpe sformate dall’alluce valgo e una maglia rosa polvere, ha i capelli raccolti in una crocchia, sono ancora neri ma striati d’argento, si avvicina e alza la mano di scatto. Sembrava volesse colpirmi, mi scanso e schivo lo schiaffo. Mentre ancora cerco di capire quella reazione lei si mette ad un palmo dal mio naso e la voce nasale mi ripete che suo cognato le porta le caramelle all’anice. “Sono buooooone”, mi dice.
Ancora lo scatto della mano, schivo anche questo, “oddio”, penso, “ora anche la pazza che vuole menarmi”.
“Ah”, le dico, “davvero?”.
“Sono buooooone”, piega la testa di lato e mi sorride, “hanno un potere”.
“Quale potere?”, le chiedo, ma lei non mi risponde, si gira e torna a sedersi.
Nella mia memoria, nel frattempo, si è aperto un cassetto che contiene informazioni su quella donna. Improvvisamente mi è tornata in mente una storia che mi raccontò mia madre. Non ne sono del tutto sicura ma credo si tratti proprio della stessa persona.
Ricordo che mi raccontò di una cena fatta qualche anno prima per gli anziani del comune, erano circa trenta persone provenienti anche dai paesi vicini. La cena fu organizzata nel ristorante più bello della zona che li accolse con una sala finemente addobbata, con le tovaglie eleganti e le posate lucide, candele e fiori freschi. Tutto proseguì nei toni tranquilli di una cena elegante fino all’arrivo del risotto con i frutti di mare.
Il piatto era decorato con tre cozze aperte e cosparse di prezzemolo. Fu a quel punto che l’atmosfera tranquilla si trasformò in un unico darsi di gomito e in un vano tentativo di contenere le risate. Il rumore del guscio della cozza che tentava di resistere alla forza mandibolare della donna fu il sottofondo musicale per diversi minuti. La mandibola alla fine ebbe la meglio, ridusse in piccolissimi frammenti mollusco e guscio e li spedì a fare il viaggio all’interno del corpo umano.
Fu in questo modo che la donna fece la sua prima conoscenza con il mitile. Questa storia me la raccontò mia madre molto tempo fa quando incontrammo questa signora (ormai sono sicura si tratti proprio di lei) durante una passeggiata. Ricordo che non la smettevo più di ridere e anche ora fatico nel trattenermi.
“Che potere hanno”, le chiedo avvicinandomi.
“Sono buoooone, mangiane una, succhiala così”, stringe le labbra mimandomi il gesto, “gusta il sapore dell’anice che ti fa dimenticare tutti i problemi”.
“Magari signora!”, le dico gettando gli occhi al cielo, “magari bastasse una caramella”.
“Prova”. Mette la mano in tasca e la toglie stringendo nel pugno una decina di piccole caramelle azzurre avvolte nella carta trasparente, con la mano sinistra ne sceglie due spostandole nel palmo, mi porge le prescelte tra tutte.
“Sono all’anice, sono buoooone”, mi ripete avviandosi, poi si ferma, si gira, ritorna sui suoi passi e mi dice sorridendo, “ricorda…, mangiale e i tuoi problemi spariranno”.
Due giorni dopo, facendo ritorno dal cimitero dopo il funerale, rabbrividii un po’ come conseguenza al pianto e un po’ per l’aria premonitrice d’acqua che si era alzata durante la funzione. Presi sottobraccio mia madre e infilai la mano nella tasca dei pantaloni.
Sentii le due caramelline all’anice dimenticate quasi nel momento stesso in cui mi venivano regalate. Mi sentii in colpa nei confronti di quella generosità mal riposta. Le mostrai a mia madre e le raccontai l’intera vicenda.
“Fanno dimenticare i problemi”, le dissi porgendogliene una.
Mi svelò cosa fosse celato dietro al mistero dell’anice. Quei movimenti rapidi del braccio erano dovuti ad una rara malattia degenerativa che aveva colpito quella donna qualche anno prima. Non esisteva cura che avrebbe potuto fermare il decorso e lei aveva sviluppato la convinzione che quelle caramelle l’avrebbero guarita. Le centellinava, le custodiva gelosamente, le contava e ricontava, e se erano meno rispetto a quante avrebbero dovuto essere, tornava sui suoi passi e controllava la strada che aveva appena percorso temendo di averle perse camminando.
“Davvero a te le ha date così, con facilità?”, mi chiese mia madre stupita.
“Sì, mamma”, le dissi guardandola, “e ora che conosco la sua storia mi sento ancora peggio. Praticamente quella donna, che poco altro ha nella vita, si è privata di due momenti di conforto, di due attimi in cui il suo corpo e la sua mente avrebbero potuto sentirsi liberi oltre quei confini inflitti dalla malattia; per donarli a me”.
Trascorsero mesi, intere stagioni durante i quali mi trovai spesso a fare il percorso di quel giorno d’estate. Sempre con la speranza di trovare quella donna. La incontrai qualche volta sempre seduta sullo stesso tronco. Mi avvicinavo, le prendevo la mano e lasciavo cadere qualche caramella all’anice, poi gliela chiudevo a pungo e la avvolgevo nelle mie, la ringraziavo e lei mi rispondeva sorridendomi.