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Alghenor
Chi è Alghenor?
Alghenor non è sole vento, vino o fiume.
Io non so esattamente chi sia Alghenor. E' difficile capire se questa specie di eclissi che m’ha oscurato sia dovuta alla proiezione della sua ombra sulla terra oppure da torce e lampade accese e puntate sulla rete dello spazio libero.
Ma potrebbe anche essere che Alghenor abbia poteri divini.
Tutto quello che so è che una sorta di luna mi sta progressivamente annerendo tranne quando cambia colore e assume una tinta rossastra.
Fossi in grado di prevedere il ritorno di quell’ombra , le griderei : “guariscimi!”
II parte
Sono molte le credenze che si tramandano sul fascino dell’ombra.
Quando ero bambina, credevo che la luna fosse una ruota di un carro e l’oscuramento sulle cose dipendesse dal girare della ruota lassù.
Invece mia nonna sapeva tutto sulla luna. Diceva che le ombre della luna erano la parte opaca degli specchi. Grandi specchi rotondi voltati verso altri pianeti che ad ogni giro della terra alternano luce ed ombra.
Non ho mai creduto alla relazione tra specchi e ombre secondo la spiegazione di mia nonna. Però certe notti mi alzavo di nascosto per accompagnare la luna mentre si mangiava a pezzi. Era sorprendente l' abbagliare anche di una parte infima del disco lunare caduto sull’occhio d’acqua del nostro orto.
III parte
Mia nonna era così felice di insegnarmi le cose che sapeva e spesso aggiungeva sempre qualche cosa di sua invenzione.
Ricordo bene la verbosità nella spiegazione della nonna per le mie continue domande. La più ricorrente era per me fonte di mistero : non capivo perché gli animali domestici nonostante avessero sempre la stessa quantità di razione di cibo tutto l’anno non davano latte in alcuni periodi ed in altri invece si doveva ricorrere alla medicina con le erbe per ammorbidire il seno dell’animale tanto era carico.
Poi non so come le sia venuto di dirmi che nel cielo c’era una via che si chiamava Lattea.
IV parte
Mia nonna era una donna molto graziosa, con ossa minute, lineamenti piccoli e grandi occhi frangiati da lunghe ciglia. Di sera attraverso i suoi occhi le finestre del crepuscolo s’aprivano per me. Raggrinzita dall’età, mi raccontava dei misteri che nascondevano certe vecchie credenze.
Aspettavamo in silenzio fino quando la luna diventava lattiginosa e le foglie dal verde si coloravano di rosso. Sembrava quasi che fosse mia nonna ad avere cinque anni ed io il viso del dopo amore e cioè l' istinto della nostra specie risvegliato per catturare l’essenza in pochi minuti!
Per mia nonna pochi attimi erano sufficienti per predire il futuro. Lo faceva guardando la quantità di foglie cadute nel nostro grembo oppure moltiplicando gli uccelli per ogni paio di ali!
Quella sera abbiamo avvistato solo qualche ombra tracciata dagli alberi. Un po’ più in là alcuni volatili si alzarono in volo impedendo alla nonna di pronosticare quante giornate sarebbero passate leggere su di noi.
Ma la cosa che metteva di buonumore la nonna era la vista di qualche farfalla. Dalla forma delle nuvole intuiva che ci sarebbe stato qualche imprevisto.
Amava prendere manciate di terra per poi lasciarle cadere in polvere. Nel gioco d' ombra lei m' invitava ad infilare le mani.
In questo sacro rituale, la nonna immaginava di identificare volti familiari che predivano il futuro attraverso le orbite del cielo.
Il pensiero che ci fosse nel cielo una strada di nome Lattea mi combinava un turbinio nel cervello da impazzire. La nonna era stata sempre capace di soddisfare tutte le mie curiosità.
Ebbe cura ad insegnarmi un po’ di inglese mentre ricamavamo piccoli pesci e minuscoli insetti sulla biancheria del mio corredo. Come tutte le bambine della mia età, ero sempre impegnata, avida e testarda.
La via Lattea l’immaginavo come un cannocchiale dove il mio sguardo sarebbe riuscito a risalire alla legge che rende possibile l’ingrandimento! Credevo pure che la via Lattea avrebbe poi replicato di stella in stella la faccia di Dio piena di grandi occhi.
Era l’unica possibilità per permettermi di contemplare dal cielo le migliaia di anni che avevo davanti fino all’abbraccio finale con la resurrezione!
V parte
Era mia abitudine comportarmi da bambina solo negli intervalli appena la nonna smetteva di lavorare. La mattinata iniziava con mille scadenze e la fretta di vivere come se il tempo fosse al termine per una di noi due.
Tra le occupazioni da compiere con rigorosa obbedienza e il tempo per dormire poco altro mi rimaneva. Intervalli di tempo nella mia vita non c' erano tranne quando avevo la febbre alta. Con riserbo tipico della mia famiglia mi si rinchiudeva per non contagiare nessuno!
Nei momenti febbrili le cose brutte si trasformavano in cose belle.
Mia nonna, tra le tante cose, mi raccontava che anche lei da piccola raccoglieva gemme di fiori sbocciate negli anni a venire in lacrime di gioia. Gemme che nell'infanzia generavano lacrime e bruciore agli occhi. Come dire : soffrire oggi per essere felice domani.
Con la stessa facilità di mia nonna a conservare gli intervalli di tempo, anch'io origliando dal buco della serratura ero partecipe dell'angoscia per la mancata pioggia malgrado i riti propiziatori.
A quel tempo il pavimento della nostra casa era di terra battuta. D' estate si spruzzava acqua per togliere la polvere.
Chiusa nella camera il mio unico passatempo era contare le formiche e accompagnarle fino alla fessura nel muro.
Dopo aver capito che si passavano un messaggio mentre s’incontravano ne uccidevo una per capire la reazione delle altre.
La prima formica che incontrava la sorella morta cambiava direzione avanzando velocemente.
Un giorno le ho uccise tutte lasciandone viva una sola.
La formica superstite si fermò tra le altre già morte e si lasciò morire.
L’ho vegliata per tanto tempo e ho pregato. Alla fine era inesplicabile la conoscenza diretta che ricavai da questa morte.
Era come se qualcosa di loro si rivoltasse nel sonno contro di me. Non so quante volte nei sogni la trama del lenzuolo
assumeva nodi di piccole formiche e migliaia di occhi ad osservarmi.
I miei momenti felici in seguito hanno avuto altre sembianze. La felicità è fatta di simboli ed io dal dolore che ho inflitto agli animali da piccola ho imparato ad arrampicarmi con coraggio
tra il rosso e il verde delle colline.
VI parte
Forse se non avessi avuto fin da piccola questo incontro con quella nonna non sarei oggi qui ammucchiata e unta tra gli schedari dei suoi ricordi. Sulla mensola alcuni oggetti sono segnati “non toccare”. Parlo a bassa voce e non batto forte sulla tastiera del pc.
Tutto spira una fiducia che è allegria, un’autorità che è necessità e visito, visito e visito ancora fra scrivania e carte l’ufficio emigrante di mia nonna. Terreno duro finché non mi cacciano via.
Era convinta di morire prima di me e ripeteva spesso : “quando morirò?”. Io domandavo con l’innocenza dei miei cinque anni : “quando morirai nonna?”. “Presto” mi diceva .
Il tempo che è intercorso tra la sua risposta ed il morire è stato così breve che la distanza nello spazio tra ieri e oggi è così grande da farmi desiderare di morire sotto il peso di questa mia mancanza di lei.
Mi diceva sempre che dopo la sua morte il fiume che da nord scendeva verso il mare sarebbe tracimato e lavato la mia memoria di lei.
Mi piaceva la sua compagnia come chi mangia speciali dolci della luna. I dolci che lei sfornava caldi al sabato sera per fare festa.
Ho paura di diventare muta.
VII parte
L’afa azzurrata colorava di riflessi d’oro il muretto che limitava la strada. Aggrappandomi pericolosamente alle sporgenze sono arrivata al laghetto del nostro giardino.
Era la sera giusta per prendere in mano pennelli e scrivere poesie. Invece fui sviata da alcuni animali che non avevo mai visto e che bevevano nell'occhio d’acqua. Non si accorsero che li vedevo a causa dal biancore che mi avvolgeva.
Dopo che gli animali se ne furono andati, rimasi ancora un po’.
La mia idea di quanto avevo visto era approssimata alla follia.
Credevo allora che la luna stesse versando del latte nel laghetto e questa mia stupida idea trovò conferma nei giorni che seguirono.
Condividevamo una specie di euforia con tutti i vicini di casa.
Tutti abituati a raccogliere pochi litri di latte dalla mungitura di pecore e vacche, ora riempivamo anfore di dieci litri cadauna.
L’audacia di mia nonna superò ogni mia fantasia. Una sera abbiamo inseguito il battito d’ali del morente giorno vicino al ritmare di un regolo contro le pietre. Solo i passeri notturni cinguettavano indisturbati e qua e là si sentiva il crepitio dei ramoscelli secchi. Mia nonna dopo uno dei miei sbadigli decise di svegliarmi sventolando sotto il mio sguardo la sua mano aperta.
Attirò la mia attenzione con le scintille azzurrine che si sprigionavano strofinando il palmo uno contro l’altro. Infine accese fiamma con un mucchietto di ramoscelli per tenermi sveglia.
Questo ricordo mi riporta a quando gettavo manciate di sassolini nell’acqua ed alle migliaia di piccoli cristalli di luce disseminati come i miei pensieri governati dagli impulsi e permeati di illusioni disonorevolmente onorabili.
L’assenza di luce quella notte era totale. Non c’era alcuna distanza tra luce e spazio.
Il fossato dove stavamo era colmo dalla geometria dei nostri pensieri e parole. Pensati ed espressi e di nuovo indietro nel pensiero e ancora espressi a voce alta usando concetti nuovi per poi ripensarci su tutto ciò che sapevamo fino a quel momento sull’ombra e sulla distanza.
Ancora oggi esiste una curva, solo una curva dal corpo sferico. Una linea d’ombra, segmento nel mio cerchio che si chiama felicità.
Breve nenia di cicala sebbene io aneli di vederti ancora Alghenor.
Fine
Non sono vento ne sole per inverdire il tuo cammino
Non sono freddo ne caldo per modificare il divenire
Non sono pietra ne acqua per farti abbandonare il cielo
Non sono squame o ala oppure stella per farti quantità
Non sono amata non amo per non rovesciare la felicità
Opera n°159823 di Liberodiscrivere