Simonetta Soldani Emily B.
FOTO DI GRUPPO CON PADELLA

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Titolo FOTO DI GRUPPO CON PADELLA
Autore Simonetta Soldani Emily B.
Genere Articolo - Critica, Opinione      
Pubblicata il 13/07/2010
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Estate, tempo di sagre. Chi è in grado di resistere al loro richiamo? Chi può sostenere di non aver mai ceduto alla lusinga delle infinite varianti sul tema “salsiccia” o su quello “patata” offerte dalle manifestazioni sorte ovunque negli ultimi anni? Insigni sociologi si sono scomodati per sviscerare l’argomento e dissipare ogni possibile dubbio in merito, sta di fatto che le sagre sono nate come funghi nelle annate buone e stanno riscuotendo un successo notevole. Inutile andare troppo per il sottile e sostenere che il livello igienico non è esaltante, la qualità dei cibi scadente, il prezzo sborsato per mangiare sul tavolaccio in un piatto di plastica dopo code estenuanti alle casse è esagerato, che in questo modo si danneggiano le imprese dedicate alla ristorazione, che non è giusto che queste manifestazioni siano pressoché esenti da tasse al contrario della concorrenza, che non si sa bene che fine facciano i soldi raccolti, che i volontari vengono sfruttati o sono complici di interessi occulti… Quante storie! Mangiate e tacete, come dicevano le nostre mamme!
 
Io sono stata recentemente alla “sagra del filetto di trota con le noci”, conoscete? Il filetto non era male se non si faceva caso al retrogusto di ecodiesel dissimulato nel fondo di cottura, cosparso senza parsimonia di cosine dure come pietruzze, il trito di noci, appunto. Ciò che mi ha colpita è stato il notevole progresso compiuto, in mia assenza, negli ultimi quindici anni. Un po’ a discapito di quel gradevole clima da festa paesana che ricordavo, il posto aveva assunto i connotati di un vero ristorante open-air. Ovvio, il tavolaccio rimane, le panche rovina-schiena pure, le zanzare pungono come hanno sempre punto, le tettoie non coprono tutti gli avventori e se piove te la prendi, ma l’organizzazione ha raggiunto livelli inauditi. Merito dei volontari, e di chi sennò? Una rigida pianificazione garantisce al cliente di ottenere in tempo ragionevole il suo piatto di plastica biodegradabile contenente l’agognata pietanza. Agli stand professionalità e sincronismo perfetto dei movimenti, roba che nemmeno nei box della Ferrari…
 
E l’abbigliamento? Proibito presentarsi a prestare la propria opera come ci si trovava in casa, bermuda strausati tinta canchescappa e maglietta col logo dell’ipermercato. Archiviato anche lo zoccolo multicolore taroccato Crocs, ogni sagra sfoggia una specie di divisa a tema, cucita dalle mamme e dalle zie, il cui modello è stato elaborato durante mesi di discussione, con bozzetti stile alta sartoria.
 
Al termine della manifestazione – un tour de force che dura in genere alcuni giorni – quasi ovunque è prevista la premiazione del migliore stand. Alla sagra del filetto di trota con le noci, la giuria, con giudizio non privo di contestazioni, ha conferito l’ambito premio al numero sei. Inevitabile la foto ricordo ai vincitori, da inserire poi in locandine e promo dell’anno successivo. Gli impavidi dello stand sei sorridono, distrutti dalla fatica, ma pieni di giustificato orgoglio. In prima fila le signore, che ancora brandiscono palette e forchettoni, defilati gli uomini, i “portatori d’acqua” della cucina da campo. Tra le mani delle volontarie, il trofeo, un’enorme padella decorata dall’artista locale.
 
Mi sorprendo ad osservare con attenzione i loro volti. Mi pare di scorgere, dall’espressione, dalla collocazione più o meno evidente, una sorta di gerarchia all’interno del gruppo. Ad esempio, quella che si abbarbica al trofeo con aria di possesso è indubbiamente la femmina alfa. Migliaia di anni di evoluzione non ci hanno schiodati dalla somiglianza con i lupi, nemmeno in occasione di sagre paesane…
 
 
 

Opera n°159824 di Liberodiscrivere

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