Simonetta Ronco
Giuditta Bellerio Sidoli - Vita e amori

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Titolo Giuditta Bellerio Sidoli - Vita e amori
Autore Simonetta Ronco
Genere Narrativa - Storico      
Pubblicata il 20/10/2010
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Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Il libro si libera  N.  100
ISBN 978-88-7388-293-0
Pagine 130

Prezzo Libro
14,00 € PayPal

 

La meMoria dei giorni felici

I

 

Non c’era quasi più nessuno. Il custode prese l’orologio dal taschino del panciotto e gli diede un’occhiata, poi guardò in giro e decise che era il momento. Si avvicinò alla donna che da più di un’ora stava inginocchiata accanto a una tomba e le posò una mano sulla spalla.

- Madame, - disse, - mi scusi, ma devo chiudere il cancello. Non può più rimanere qui…

Lei si voltò e lo guardò come per chiedergli di poter restare ancora. Era giovane e molto graziosa. Aveva i capelli raccolti in un cappellino nero, gli occhi scuri e pensosi e un viso dolce, quasi infantile.

Casella di testo:  Giovanni Sidoli- Sono desolato… - insistette lui. - L’orario di chiusura è alle cinque, e sono già passate.

Allora lei si alzò, senza distogliere lo sguardo dalla lapide e accarezzò l’effigie del giovane uomo che la ornava e la sua mano poi scese a sfiorare i caratteri dell’epitaffio inciso sul marmo: “Jean Sidoli, né a Reggio, dans le Duché de Modene. Décedé à Montpellier le 3 février 1828 à l’âge de 33 ans”.

In silenzio si avviò verso l’uscita mentre il custode la guardava impietosito. Giuditta, così si chiamava, era andata a salutare, per l’ultima volta forse, suo marito, il suo Giovanni, l’uomo che l’aveva travolta con la passione, l’entusiasmo delle idee, dei sogni. L’eroe, l’idealista di cui aveva seguito tutte le imprese, anche le più rischiose. Ora erano separati per sempre, ma non era stata la violenza a troncare la vita di Giovanni Sidoli, bensì una malattia grave, impietosa. Allontanandosi da quella tomba, Giuditta conservava dentro di sé un sentimento grande e bello, la consapevolezza che Giovanni poteva vederla e seguire lei e i loro quattro bambini con l’amore di sempre. Rasserenata si guardò intorno e le sembrò che gli alti alberi e gli angoli silenziosi non fossero più così tristi. E camminando nel viale del cimitero, ripensò al passato, alla strada percorsa e a quanto si era lasciata alle spalle.

Casella di testo:   Giuditta SidoliEra nata a Milano, il 6 gennaio del 1804. La città in quegli anni era animata da una ventata di novità e di grande fermento politico e intellettuale, grazie al ruolo di primo piano che stava assumendo nei progetti di Napoleone Bonaparte. Dopo la vittoria di Marengo del giugno 1800, e la pace di Lunéville nel febbraio 1801, Napoleone aveva dato un nuovo assetto territoriale all’Italia. Era stata proclamata la seconda Repubblica cisalpina ed era stata ricostituita la Repubblica ligure. Con il trattato di Sant’Ildefonso e Aranjuez, la Toscana era passata al figlio del duca di Parma, Ludovico di Borbone, e il ducato di Parma e il Piemonte alla Francia. La Consulta di Lione, poi, aveva deliberato la nascita della Repubblica Italiana, e Milano ne era stata proclamata capitale.

Nella politica, nelle scienze, nelle lettere, nelle arti, le personalità milanesi di spicco non mancavano. Ugo Foscolo, Appiani, Bossi, Plinio e Fontanelli, erano alcuni dei nomi più noti in quel periodo. A Pavia, l’Università stava crescendo in fama e prestigio, con grandi personalità della cultura accademica a reggere cattedre umanistiche e scientifiche, come Antonio Scarpa ad anatomia, Lorenzo Spallanzani a Scienze naturali e Vicenzo Monti a Eloquenza Italiana.

La famiglia Bellerio era benestante ma non di origini nobili: il padre di Giuditta, Antonio Andrea Gaspare Santo Bellerio, nel 1802 era procuratore nazionale della Repubblica Italiana ed era poi divenuto procuratore regio presso il Tribunale d’appello di Milano. L’8 ottobre 1809 Napoleone I gli aveva accordato il titolo di barone del regno d’Italia per sé e per i discendenti maschi legittimi. La sua vita era tranquilla e ricca di soddisfazioni e la condivideva con la moglie e due figli, Carlo e Giuditta. La moglie, Maria de’ Sopransi era una bella ed elegante signora, apprezzata come discreta pittrice, tanto che nella “Raccolta dei Ritratti degli Illustri Italiani” pubblicata dal Bettoni, vi è un ritratto eseguito da lei del medico milanese Paletta.

Casella di testo:   Bonaparte Generale in Capo dell’Armata italianaGiuditta si fermò un momento, con le lacrime agli occhi: le tornavano in mente i suoi giochi di bambina, le corse nei lunghi corridoi del palazzo di famiglia, la vitalità che animava lei e suo fratello in ogni cosa che facevano. Sognavano un futuro ricco di avventure, e lei, già da piccola aveva in sé, seppure in embrione, quelle idee di libertà e indipendenza che ne avrebbero fatto una donna di grande forza morale. Suo fratello Carlo non le era da meno. Carlo aveva quattro anni più di Giuditta, era nato il 28 gennaio 1800 ed era di carattere impulsivo: il giorno prima salvava la vita a un compagno che stava per annegare e il giorno dopo affrontava in duello alla pistola un suo coetaneo, stando entrambi in una barca, uno a prora e l’altro a poppa, perché il ferito avesse immediata sepoltura in acqua. Un giorno rompeva il ghiaccio delle acque del lago di Zurigo per nuotarci e un altro regalava la sua sciarpa a un povero che tremava di freddo. Tempra di poeta bellicoso, di cavaliere romanzesco, di eroe byroniano, le vicende avventurose della sua vita, si intrecceranno spesso con quelle di Giuseppe Mazzini, di cui fu sempre un fervido ammiratore e un appassionato seguace.

Ma già mentre Carlo e Giuditta facevano i primi passi nel mondo, le speranze di molti milanesi nel potere di Napoleone di garantire stabilità e benessere, venivano deluse. Ad accrescere il distacco tra il popolo da una parte, irritato da un fiscalismo sempre più pesante, e il governo e la classe dirigente dall’altra, era intervenuta la coscrizione obbligatoria, introdotta con una legge del 13 agosto 1802. Giuditta ricordava il dolore della sua governante che aveva quattro figli maschi e se li vedeva portare via dalla leva, solo perché, diceva, “non avevano i soldi per pagare dei sostituti”.

Un altro ricordo che conservava, confuso e vago come tutti quelli che appartengono alla primissima infanzia, riguardava una grande cerimonia, con centinaia di persone vestite a festa. Lei stava in braccio alla sua mamma e osservava con interesse lo snodarsi del corteo che accompagnava Napoleone all’incoronazione a re d’Italia. Era il 26 maggio 1805, domenica. La cerimonia era stata in origine fissata per il giovedì 23, ma quel giorno su Milano era caduta ininterrotta una fitta pioggia accompagnata da forti raffiche di vento, per cui si era dovuto rinviare tutto.

Domenica invece c’era il sole. Napoleone, sotto il peso dell’ampio manto di velluto verde cupo, sembrava ancora più basso e tarchiato. Impugnava lo Scettro della Mano di Giustizia d’Italia e, cingendo la corona ferrea, simbolo dei re longobardi, aveva esclamato: “Dieu me l’a donnée, gare à qui y touchera!”. Subito dopo l’incoronazione alle quattro del pomeriggio, le Loro Maestà Imperiali si erano recate alla chiesa di Sant’Ambrogio per rendervi grazie. I sovrani erano sul settimo equipaggio con tiro a otto dei tredici che componevano il fastoso corteo. Sul retro del cocchio imperiale vi erano otto Livree di Corte a tre ordini, vestite di panno “verde dragone”, con ricche gallonature d’oro in cintura.

I bambini, però si erano presto annoiati e la partecipazione a quella festa, era diventata per loro un peso.

Degli anni successivi Giuditta non ricordava quasi nulla, fino al momento in cui aveva dovuto lasciare la famiglia per entrare in collegio. Era il 1815 e lo scenario politico era decisamente cambiato. Il piccolo uomo dal grande mantello scuro era stato sconfitto, esiliato. Con lui era finito il Regno italico, ed erano rimaste deluse le speranze di indipendenza che avevano spinto uomini come Ugo Foscolo a riprendere spada e divisa.

L’Austria, con la Lombardia e il Veneto, aveva dato vita a un regno che non assomigliava per nulla a quello scomparso. Gli austriaci erano governanti sospettosi, pedanti, che si servivano di spie per sorvegliare tutto e tutti, ma non riuscivano comunque a controllare il fenomeno dilagante dell’aggregazione segreta. Le sette si formavano ovunque, legate le une alle altre da un filo sottile ma tenace, da un unico scopo, quello della libertà della patria dall’oppressore straniero.

Queste sette, tra cui quella dei Sublimi Maestri Perfetti, erano tutte propaggini della Massoneria. Promulgavano leggi, decretavano sommosse, salvo sparire in seguito a un tentativo fallito e alla conseguente feroce persecuzione, per poi ricomparire e riconquistare il terreno perduto con nuove lotte, con nuovi sacrifici.

Quando ebbe undici anni, nel 1815, Giuditta fu mandata nel Collegio delle Fanciulle Civili di Milano. Fu per merito di suo padre, che ottenne un posto nell’istituto di educazione, dove la ragazza rimase dal 1815 al 1820. Quegli anni furono sereni. Giuditta li ricordava con tenerezza, con struggente malinconia. Quanti sogni, quante speranze, quante risate con le compagne. Però, la spensieratezza della adolescenza lasciò presto il posto a un sentimento diverso e più serio, più intenso, l’amore. 

Opera n°160039 di Liberodiscrivere


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