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Da bambina avevo due sogni.
Un principe qualunque, non necessariamente azzurro, che soddisfacesse la mia sete di romanticismo senza scomode intermediazioni equine e poi, essendo sempre stata più ambiziosa che romantica, desideravo trovare il lavoro dei miei sogni, quindi diventare una persona realizzata. Oggi, a trentasei anni compiuti, fedele a quella regola di esclusione che fa scegliere il male minore, ho cambiato più lavori che fidanzati e posso affermare senza ombra di dubbio di non essere riuscita a realizzarne alcuno.
Nel corso dell’ultimo anno, gli avvenimenti che hanno caratterizzato la mia vita hanno avuto una portata talmente devastante da meritare di non svanire nell’oblio del tempo, ma di essere fissati nella memoria di un passato ancora troppo attuale. Scrivo con la consapevolezza di vivere un presente incerto nel suo divenire futuro, vivendo e percependo la non padronanza del mio esistere. Da tempo infatti non gestisco più la mia vita, ma vengo gestita dagli eventi - politici - che vi si sono intromessi, che hanno trasformato il mio ieri, decidono il mio oggi e determineranno il mio domani. È strano come il lavoro e la professione possano influire sul privato - modificandolo - e come le persone riescano, facendo o con il semplice non fare, a costruire tutta una rete di condizionamenti freddamente studiati a tavolino come merce di scambio, per avanzare di un passo sulla scacchiera del potere.
Di donne e cavalieri se ne è già parlato abbastanza; di armi e di amori ancora di più, sulle cortesie e le audaci imprese il campo forse si restringe, ma purtroppo non sarà neppure la cornice di questo libro, il cui argomento, per continuare con il sistema dell’esclusione, non potrà che essere il tradimento. Non quello amoroso, comunque immancabile in ogni storia che si rispetti, ma il sottile e pungente tradimento dell’uomo verso l’uomo e la donna naturalmente, perché la falsità non guarda in faccia nessuno. Tutti in questa storia, chi prima e chi dopo, chi per scelta e chi per forza, abbiamo tradito qualcuno, ma il ribaltamento del lieto fine, al quale non siamo ancora arrivati, si avrà con l’assennata consapevolezza del poi, fra le cui trame scorgeremo il tradimento verso noi stessi e quello che eravamo.
Questo viaggio comincia per mare, con una gita fuori porta fra colleghi che, riuniti dalla paura di naufragare, decidono improvvisamente di cambiare rotta e, quasi senza rendersene conto, lo fanno. Immediatamente si accorgono di trovarsi non su una solida barca, ma su un’instabile zattera che, a seconda degli SOS del momento, incrocerà pescatori e cacciatorpediniere trasformando quella semplice gita in un periglioso circumnavigare dal quale, a giorni alterni, si intravede l’ombra dell’isola che non c’è, che ancora non è stata scoperta ma esiste. Piccola, accogliente e confortevole, adatta al sostentamento della sola flotta vincitrice, per arrembaggio, sui pirati vecchi e nuovi. Al termine di questo viaggio le perdite saranno state immense. Qualcuno sarà naufragato, ma tutti avremo vinto e perso qualche cosa, ognuno a proprie spese e finalmente scenderemo valutando l’entità del danno o l’ammontare del bottino. Come chiunque altro io remo per andare avanti, guardandomi continuamente le spalle e aspettando di riscuotere la mia parte.
In quanto parte lesa mi aspetto una generosa ricompensa, non quantificabile in un mero valore economico e per questo apparentemente inutile; l’apparenza però ha uno strano fascino, cela gelosamente il proprio contenuto per poi renderlo improvvisamente manifesto e sgretolare in un attimo il velo dell’illusione. Da mesi sono stata costretta a incarnare l’ingrato ruolo della primula rossa. Ho mentito, tradito, schernito, ingannato chi, per ingenuità o semplice errore, si è fidato di me che, a mia volta, sono stata derisa, ingannata, circondata ed esclusa dal gioco delle parti che ha fatto e disfatto mille partite, usando tutte le riserve, sostituendole e adattandole al risultato, sempre lo stesso, da sempre. L’apparente, bugiardo e scontato lieto fine. Questa storia è infatti destinata a finire bene, perché unica può essere la conclusione di una squilibrata politica degli equilibri, incapace di adagiarsi a lungo in una situazione di stallo alimentando false speranze, nutrite di falsi presupposti, basate su false ideologie, rubate a falsi protagonisti, attori incipriati di belle parole per nascondere la vera falsità dello spettacolo della vita e sempre in viaggio sul gran carrozzone della menzogna. Questa storia è già finita bene in quanto gestita politicamente. Avrà i suoi trionfatori che edificheranno il proprio futuro sulle macerie di quello dei perdenti, già declassato a passato prossimo, remoto, concluso, da archiviare.
Ma passato significa anche vita, potere, sentimenti, felicità, passione, desideri, odio e vendetta. Sarà la vendetta a fare la voce grossa fra le innumerevoli righe che seguiranno, ergendosi a regista e protagonista di un’avventura come tante sulla quale nessuno, fra protagonisti e spettatori, avrebbe scommesso qualcosa.
C’era una volta una barca in mezzo al mare con a bordo tre marinai, due uomini, una donna e un Capitan Uncino, ognuno con i propri difetti ormai arrugginiti dal tempo e dalla salsedine. Proseguiva diritta il suo viaggio del quale nessuno, tranne l’arcigno Odisseo, conosceva la rotta e soprattutto la destinazione. Ogni giorno era uguale all’altro, i marinai pescavano uomini, la donna ne curava le ferite mentre il Capitano li ammaliava con le gesta delle sue passate imprese per farsi paladino delle loro disavventure.
Ognuno aveva il proprio ruolo e difficilmente avrebbe trovato il tempo e la voglia per aggiungerne un altro, così che fu necessario arricchire la ciurma.
Qui comincia la mia storia: io sono il mozzo.
Sono salita sulla Farsa il secondo giorno di aprile di tre anni fa e già dall’ironica coincidenza datale avrei dovuto sospettare qualche cosa, ma io no, io ero felice. Dopo anni di gavetta a bordo di squallidi e mediocri galeoni privati finalmente un imbarco decente in un pubblico yacht tirato a lucido nel suo aderente abito di rispettabilità, apparentemente perfetto, ma le cui cuciture, troppe volte rammendate, erano ormai sul punto di cedere svelando, dietro la falsa parvenza, un corpo squallido e deforme. Inizialmente non notai nulla. Certo, un po’ di cattivo gusto nel vestire ma avrei fatto da contrappunto io con la mia innata, semplice e adeguata eleganza.
Il cambiamento fu totale. I primi giorni mi sentivo a disagio e fuori posto; mi mancavano i miei vecchi compagni di ciurma e l’intima confidenza che ci aveva unito per tanto tempo. Queste nuove persone che mi circondavano mi sembravano diverse, pur non sapendo dire in che cosa e pensai di sbagliarmi. Purtroppo non mi sbagliavo affatto: presto sarebbe tornato il disagio dell’alterità e quell’amara sensazione di essere una mosca bianca in mezzo a tante mosche nere non mi avrebbe più abbandonata.
Che sarebbe stato un viaggio movimentato mi fu chiaro da subito, nonostante l’apparente cordialità dimostratami dall’ignavo di cui presi il posto al timone del reparto amministrativo della Farsa e dalla cagna malefica che occupava la cabina accanto alla mia. Non mi piacque, da subito, né io piacevo a lei. Nulla di personale naturalmente, si trattava piuttosto di una semplice questione di spazi. Dopo una quindicinale leadership incontrastata un’altra donna aveva osato invadere parte di quello spazio che ormai considerava completamente suo e del quale non possedeva più l’esclusiva. Con la mia sola presenza rappresentavo infatti una minaccia al suo troppo facile ruolo da primadonna, benché la femminilità sia l’attributo fisico di cui è maggiormente sprovvista. Temeva per il suo ruolo e temeva soprattutto che una qualunque, venuta dal niente, potesse rubarle il posto nel cuore e nella fiducia del Capitano.
Venni a saperlo molto tempo dopo, ma davo fastidio a tutti lì dentro.
In verità Uncino fu l’unico che dimostrò un sincero e disinteressato interesse nei miei confronti. Gli ero simpatica. Benché nei primi tempi tale trasporto fosse dovuto alla falsa cortesia prevista dal CCNL per dirigenti e operatori, in seguito, conoscendomi, dimostrò di apprezzarmi per il mio aspetto e la mia ingenua semplicità, condite da un’elaborata retorica. In pochi mesi feci breccia nel suo cuore a fisarmonica capace di spalancarsi come di chiudersi a riccio secondo le circostanze e, per quanto la parola fiducia appaia calzata addosso quanto inappropriata, fu proprio ciò che lentamente conquistai: la fiducia del timoniere e, di conseguenza, la sfiducia del resto dell’equipaggio.
Capitan Uncino era un uomo potente. Gode tutt’ora di discreta salute ma il potere lo ha ormai abbandonato da tempo, insieme a tutti i vecchi amici sui quali contava e che, per non affondare con lui, gli hanno prudentemente voltato le spalle.
Nell’elegante e sfarzoso mondo della politica, se ancora qualcuno non lo sapesse, funziona così. Eccoci dunque al nocciolo della questione, in media res, nell’ombelico del mio nuovo mondo. Stavamo viaggiando su un mare calmo e silenzioso per trovare la nostra rotta, un nuovo passaggio a nord ovest verso una destinazione già scoperta, si trattava soltanto di arrivare prima di altri. Tutti, tranne me, sapevano dove stavamo andando, ma solo al Capitano erano state fornite le coordinate politiche e lui soltanto disponeva degli esatti punti cardinali necessari per approdare alla meta e conquistare il bottino. Fu questo che gli altri non digerirono, mai. Il Capitano trattava l’equipaggio come una misera ciurma da osteria, non si fidava di loro e il tempo gliene avrebbe dato ragione. Non che quest’ultima stesse completamente dalla sua parte, ma riflettendo a posteriori credo che la sua smisurata presunzione non avrebbe mai potuto aiutarlo ad aprire gli occhi e, soprattutto, a compiere meno errori. La fama di cui ormai disponeva e il potere legato ad essa gli avevano fatto dimenticare il suo status primario di essere umano. Fama, potere, denaro. Lussuria, superbia, cupidigia. Quali altre molle per l’agire umano? Poneva fra lui e gli altri quella annoiata distanza che separa il ricco dal povero, il nobile dal villano, il re dal suddito, il potere di pochi dalla indifesa minoranza di molti, non sollevando distinzioni fra naufraghi ed equipaggio. Credeva di essere intoccabile e così è stato per molto tempo, ma i tempi cambiano e i re taumaturghi hanno tutti quanti dovuto posare lo scettro.
Se i peccati sono dunque stati la causa del suo declino, allora è a essi che spetta la parola in questa profana e sfortunata variante commediografa, con niente da ridere.
Per il suo sottile ruolo di abile stratega e manipolatore di anime non è possibile paragonarlo a una sola fiera, poiché Uncino le incarna perfettamente tutte e tre.
Agile e rapido nelle mosse come una lonza leggiera e presta molto[1], superbo come un leone che avanza a testa alta e avaro, una lupa insaziabile, destinata a mietere vittime, che di tutte brame... molte genti fé già viver grame.[2]
Quest’ultimo peccato è stato forse, se non il più grave, quello più stupido.
Aveva i mezzi economici per tappare la bocca a chi aveva appena cominciato ad aprirla, ma la cupidigia lo aveva ormai avvolto fra le sue braccia lussuriose che non gli fecero scorgere alcuna possibilità per un’equa ridistribuzione del bottino.
Non ha voluto comprare i suoi nemici e questo è stato il suo errore più grande.
Non c’è altro modo di dirlo: Medusa è una puttana.
Mi perdonino i lettori per il necessario sfoggio di maleducazione, ma prima ancora di loro mi perdonino le professioniste di un tal nobile, antico e faticoso mestiere; peculiarità queste che non contraddistinguono l’ “ars prostitutio” della volgare meretrice cui mi riferisco.
Volgare non per la presenza di lussuria nel suo aspetto, semplicemente goffo e trasandato da donna frustrata; e meretrice non perché venda il proprio corpo che, dal marcato aspetto mascolino dei tratti somatici fino al fisico sgraziato e pedante, potrebbe farla sembrare qualsiasi cosa fuorché una donna. Non c’è uomo che la vorrebbe neanche regalata, figurarsi pagare per averla e lei, sperare in un guadagno economico riuscendo finalmente a rimediare qualcosa... no, non è decisamente questo il caso.
Se nel corso di una qualunque transazione cerimoniale tra popoli cosiddetti “primitivi” un capo tribù la offrisse in dono come merce di scambio verso una proficua e duratura alleanza, il povero destinatario non avrebbe altra scelta che renderla indietro senza neppure scartarla, dichiarando altresì aperte le ostilità per la spaventosa offesa ricevuta. La sua peculiarità di prostituta risiede nella cattiveria gratuita che sancisce ogni suo gesto, nella costante gelosia verso chi si trova più in alto di lei, nella ignorante pretesa di avere dalla vita soltanto da riscuotere. Una piccola, squallida invidiosa.
La sua cattiveria è pari solo alla sua bruttezza. Per anni, appesantita dal giogo unciniano, ha vissuto invidiando, giorno dopo giorno, ora dopo ora, attimo dopo attimo, covando vendetta verso chi aveva ormai smesso di apprezzarla, ma la considerava talmente mediocre da sottovalutarla e accecato dall’effimero bagliore del potere non ha saputo riconoscere, al di là di quei minuscoli occhi da vipera, la pericolosa gelosia che la stava divorando. Il girone degli invidiosi non è però il suo meritato posto. Troppo alto il cerchio per una come lei che del genere umano rappresenta solamente il fondo. Ho pertanto voluto riconoscerla in Medusa, la più piccola delle Gorgoni, invocata dalle fiere alle porte della città di Dite. Secondo la mitologia rendeva di pietra chi incrociava il suo sguardo, ma in questa contemporanea rivisitazione delle tipologie dantesche l’inevitabile adattamento è dettato dalla sola coincidenza con il suo, tanto spaventoso quanto minuscolo, cuore di pietra. Medusa stessa, sovrana incontrastata delle fiere si presenta all’ingresso degli inferi in tutta la sua maestosità e potenza, con la fierezza tipica di chi sa farsi precedere dal nome che porta. Vuole essere temuta la mitologica figlia del dio marino Forco e ricordata proprio per l’impietosità, fine solo a se stessa, della propria fama, non celata dietro un aspetto rassicurante ma esternata in una raccapricciante realtà, affatto superiore alla più accesa delle fantasie. Sapesse dunque la povera Gorgone, protagonista di tanti fantastici racconti d’avventura, di essere stata accostata a un tanto misera figura così lontana dall’eterno limbo dei miti e degli eroi si sentirebbe in un sol colpo come raggiunta e soverchiata da tutti i mali del mondo, spettatrice impotente alla fine di un tempo, quello della giustizia e dell’obbedienza, nel quale il Male si schierava contro il Bene, degni l’uno soltanto dell’altro. Tanto amara sarebbe la delusione da frantumare per sempre la durezza del suo sguardo dalla cui profondità non potrebbe che farsi largo un oceano di lacrime, destinato a trasformarsi in torrenti di umiliazione pronti a straripare nel mondo provocando un esagerato numero di inutili stragi, mentre alla poverina, abbandonata sia dalle sorelle maggiori che dalle ancelle fiere, non rimarrebbe che ritirarsi attapirata nei propri alloggi, fino a sprofondare nell’immensità lasciandosi annegare nel suo sconsolato dolore.
Dovendo invece tornare alla mediocre copia, nostra contemporanea, non resta che proseguire con l’infelice descrizione della sua arida personalità, priva di eleganti voli pindarici come di onorevoli bassezze, ma costellata di piccole e gratuite cattiverie da quattro soldi, tramate dietro a un velo bucato che dissimula soltanto, ma non nasconde. E tutto per rubare il pane quotidiano, ben ripieno però di gustoso e salato companatico. Una persona inutile che sporca la vita degli altri, vivendo senza infamia né lode un destino che presto o tardi le si rivolterà contro, pretendendo indietro quanto preso senza domandare. Sgraziata nel fisico, male assortito anche quello, racchiude in effetti il peggio della popolosa feccia infernale tanto da riuscire a garantire al suo personaggio una presenza costante negli iperbolici e sovraccarichi gironi. Scendiamo quindi fino alla sesta bolgia dell’ottavo cerchio per farla stare in compagnia dei suoi amici ipocriti, aggiungendo al cuore di pietra e al minuscolo sguardo la più indecente delle carenze, quella che veste l’abito chiaro dell’apparenza per meglio ferire nella penombra della nuda realtà. Cresciuta a pane e falsità ha rinunciato ben presto ad adottare un sano regime alimentare. La parola sincerità non è stata abolita dal suo dizionario, soltanto ammucchiata in un piccolo e logoro baule, sempre fuori posto, sul quale è incisa l’etichetta “buoni sentimenti”. Nella sua sgradevole goffaggine vi inciampa ogni volta che si muove, andando a cozzare con ciò che più la infastidisce: la bontà e i principi. Virtù fuori moda forse, ma utili nell’elegante ambiente ecclesiastico del quale ama fare parte. Perché Medusa crede, profondamente, di avere addirittura un’anima e prega, costantemente, perché i nemici si facciano volontariamente da parte per cederle il passo oppure perché il Signore le conceda la forza di far loro uno sgambetto, tanto ormai hanno tutti il cellulare e c’è sempre qualche sciocco disposto a chiamare un’ambulanza. Oh sì, è talmente grande la sua fede da farle scegliere vacanze alternative in compagnia di sperdute comunità di montagna che vivono ancora senza luce e acqua calda, per condividere con loro la gioia di un ritorno alle origini, un dolcissimo e tenero mondo antico nel quale ognuno partecipa dando il proprio contributo attraverso ciò che sa fare bene. E così, mentre suo marito sta in casa a cucinare lei si muove sicura fra i boschi, a tagliare legna e cacciare animali.
Questa è Medusa, misterioso e fraterno boscaiolo che si preoccupa affinché tutti abbiano un posto intorno al fuoco e al ritorno dall’agreste parentesi mette per sempre da parte quanto imparato, continuando ad essere ciò che le riesce meglio: una comunissima stronza. Bisognerebbe chiederle se è stato nel corso di quella bucolica esperienza che - mossa dal solo fine nutrizionale - ha necessariamente dovuto conoscere e voluto apprezzare la violenza verso il mondo vegetale e animale, imparando ad esercitare così bene anche quella psicologica verso gli esseri umani. Fortunatamente Dante aveva previsto per gli ipocriti una duplice pena e, di conseguenza, un doppio contrappasso, altrimenti avrei dovuto pensarci io...
Alcuni di loro camminano infatti lentissimamente con il capo basso e le lacrime che gli solcano il volto coperto da cappucci di piombo, come le cappe che indossano, pesanti come il peso che fecero gravare su chi ebbe la sfortuna di incontrarli; altri invece - e fra questi mi piace riconoscerci Medusa - sono crocifissi al suolo, calpestati dai primi che nel loro lento ed eterno movimento gli camminano ininterrottamente sopra.
Ipocrita è colui che nasconde qualcosa sotto un’aurea apparenza anche se, nel nostro caso, più che aurea sarebbe più corretto definirla bronzea. Sotto quella cupa, monotona e bronzea immagine ermafrodita che la fa assomigliare a una banale infingarda, si cela dunque e invece una grandissima puttana. L’ipocrisia è infatti soltanto una faccia della volgare medaglia di cui l’invidia rappresenta l’altra, mentre il diametro dello spessore è riempito dalla cupidigia. Medusa è un’ipocrita. Perché sotto un’inadeguata apparenza altruista si lascia consumare da un perfido egoismo che la porta a giustificare l’eliminazione di chiunque si trovi - per scelta o puro caso - sulla sua strada e, per questo, rappresenti un ostacolo.
Inoltre è invidiosa: delle donne, del cui genere incarna soltanto un esperimento mal riuscito, così come degli uomini ma, soprattutto, del potere al quale questi ultimi sembrano essere stati destinati dalla storia. Infine è avida, perché non soltanto non le è sufficiente dividere con gli altri ma, oltre a volere tutto per sé, vuole sempre di più. È come se la ripugnanza del suo aspetto esteriore si fosse materializzata in un modo di essere che ne contraddistingue l’ambivalenza. Non possiede meriti per i quali farsi conoscere e nessuno la ricorda per qualcosa in particolare. È soltanto la cagna bastarda che ha tramato nell’ombra per distruggere Uncino e, alla fine, ci è riuscita. Certo ha dovuto impegnarsi come mai in vita sua, lavorando sulle debolezze umane e l’ignoranza altrui, grazie alle quali ha facilmente potuto guidare la zattera senza mai toccare il timone. È stata lei a scegliere i ruoli e distribuirli, come il pane agli affamati, dicendo e non dicendo, al solo fine di indurre l’uomo all’azione, tanto che infine quegli sventurati uomini agirono. Ha fatto nascere l’ambizione nei loro cuori, ne ha nutrito ed esasperato il rancore, ha costruito e guidato le loro azioni mettendogli le proprie parole in bocca fino a farne ridicole marionette delle quali tiene in mano le fila. È lei a comandare e decidere ogni cosa, previo essere stata ben attenta a nasconderlo e dopo aver fatto credere a ognuno di aver collaborato alle delibere conclusive. Per questo ama circondarsi di incapaci, dai quali può facilmente farsi rispettare e temere, secondo una metodologia che potrebbe definirsi machiavellica, se solo la poverina conoscesse l’esistenza di quel furbo toscanaccio. Più che al temerario precursore della filosofia politica il suo agire è infatti riconducibile al filone barbaro dei predatori d’oltralpe i quali - privi di raffinatezza culturale, saccheggiavano e uccidevano nella totale ignoranza del significato della parola pietas. Nel dubbio, quindi, eliminazione. Degli uomini, che potrebbero ostacolarla, e delle donne che, per il solo fatto di essere tali, potrebbero far leva proprio su quegli uomini, regalando loro nuovamente una dignità. Qualsiasi uomo che fosse tale e dotato di sufficiente raziocinio se la mangerebbe in un sol boccone mettendola a tacere una volta per tutte per poi rigettarla nell’angolino dei perdenti, dove ha soggiornato per tutta quanta la sua precedente esistenza e che teme più di ogni altra cosa al mondo. Ha avuto paura di me, perché in qualsiasi momento avrei potuto condurre Uncino dalla mia parte in cambio di generosi favori, che ho invece preferito concedere gratuitamente ad altri. È la paura che la spinge ad agire contro, la paura che qualcuno possa fare a lei ciò che lei ha sempre fatto ad altri. Ma la legge del contrappasso non perdona e presto o tardi se la andrà a prendere.
Filippo Argenti era un iracondo.
Se l’ira non è comunque il peggiore dei peccati non è neppure qualcosa di cui andare fieri.
Dante la punisce nel quinto cerchio dell’inferno dove i peccatori si trovano immersi nel fango della palude Stigia, alle porte della città di Dite. La loro punizione è ovviamente commisurata alla colpa. Per non aver saputo trattenere la propria folle collera sono condannati a percuotersi e dilaniarsi l’un l’altro con ogni mezzo, accanendosi anche contro se stessi.
L’ira è quindi la colpa di cui si è macchiato il nostro uomo, discendente dell’Argenti e destinato per questo a non sfuggire alla spietata legge del contrappasso. Confesso con una punta di rammarico che non mi riempie di gioia non trovargli altri spregevoli difetti, ma l’ira è di fatto quello che meglio lo rappresenta. Naturalmente è anche un maleducato caprone ignorante, incapace di chiudere una frase con la stessa forma verbale con cui l’ha aperta, ma questa è soltanto una grossa lacuna che non costituisce difetto. La sua ignoranza lo ha però fatto diventare quello che è adesso: uno pseudo burattino manovrato da Medusa, che lo ha trasformato nel suo alter ego. Ogni giorno, infatti, lo stesso teatrino. Lei parla e lui ascolta; lei spiega - secondo il suo comodo e personale punto di vista - e lui comprende; lei ordina e lui obbedisce. Di fatto non sa dirle di no e la compiace, nella sola volontà di evitare lo scontro. È proprio questo che nessuno, me compresa, è mai riuscito a capire. Non ha avuto paura di scontrarsi con Uncino, sfidandolo in un lungo e penoso duello all’ultimo sangue nel corso del quale si è esposto totalmente rischiando addirittura il naufragio; non ha temuto di mettersi in gioco, né si è fatto spaventare dalle possibili conseguenze di un forzato cambiamento di rotta del quale si è volontariamente posto al timone, non ha avuto remore di fronte al pericolo di annegamento, ma tradisce evidente paura, una fottutissima paura di lei. D’accordo, è spaventosamente brutta, ma da qui al non riuscire a tenerla a distanza...
C’è addirittura chi sostiene che siano invece piuttosto vicini, ma io non ci credo e per quanto lo detesti spero per lui che il prezzo del suo successo non sia stato tanto alto. Benché il suo albero genealogico si dirami infatti alla perfetta opposta estremità di quello del Valentino, cadere così in basso non è decisamente facile per nessun uomo dotato di elementare intelletto, a meno che non discenda direttamente dal pianeta delle scimmie e debba ancora scoprire ciò che distingue l’homo sapiens dal rude australopiteco.
La cornice del racconto potrebbe quasi chiudersi qui, poiché il prode Filippo di contenuti ne ha veramente pochi, ma vale comunque la pena di coglierne le sfumature. La prima volta che ho messo piede sulla nave, pronta a salpare per il mio movimentato viaggio, è stato lui ad aprirmi la porta facendomi entrare nella cabina di comando e, per una strana ironia della spietata sorte, è stato ancora lui, dalla stessa porta, a farmi uscire. Non mi ha ispirato fiducia fin da subito per il suo aspetto strafottente e pretenzioso, per quell’aria canzonatoria di chi sì è arrogato il diritto di giudicare senza sapere e, peggio ancora, non intende neppure scoprire se ci sia poi qualche cosa da sapere. Molto più facile rifugiarsi invece nel rassicurante egocentrismo e decisamente più comodo puntare il dito contro la differenza e chi la incarna intravedendo, oltre l’apparenza dell’alterità, soltanto un pericolo.
Come al solito e grazie a Dio, fedele alla storia della mia vita, io ero ovviamente la diversa. Nonostante percepissi questa profonda dicotomia di vedute fra me e il resto dell’equipaggio ho fatto di tutto, inizialmente, per integrarmi. Ridevo delle loro mediocri battute e ne raccontavo a mia volta, ben attenta a non alzarne il livello; cercavo di trovare e quando non ci riuscivo li inventavo, punti in comune fra le nostre generali vedute, ma poiché l’arte della diplomazia non è mai stata il mio forte mi è capitato troppo spesso di spogliarmi del mio pesante abito d’ipocrisia indossato per dovere e tuonare contro le loro stupide e offensive asserzioni. Se gli altri, totalmente privi di una qualsiasi ideologia in cui credere, se ne infischiavano apertamente, a Filippo - maschio latino e uomo del sud tutto d’un pezzo - (quello sbagliato) non piacque e, in quanto dotato della capacità di vedere e stravedere, intravide la possibilità che potesse finire “a schifio”. Non gli piaceva in particolare il mio rapporto con Uncino il quale, forse solo per esclusione, pareva riporre briciole di fiducia in me.
Facciamo qualche passo indietro e serviamoci della struttura tripartita che funziona sempre: pace iniziale, conflitto centrale, risoluzione del conflitto e pace finale; adesso dimentichiamoci il terzo punto, che nel nostro caso non si raggiungerà mai. Inizialmente abbiamo quindi convissuto pacificamente, andando addirittura d’accordo. È infatti capitato spesso che dopo aver imbarcato Uncino verso rotte esplorative, pranzassimo tutti insieme a bordo vagheggiando tempi migliori e ritagliando una porzione di serenità laddove non c’era motivo di farla esistere. Il tempo però, maturo per nuove scelte politiche, fece cambiare le cose e la pace scemò lentamente, da un progressivo allontanamento fino a completa dissoluzione. Era anche accaduto in passato che, terminato il lavoro a bordo, io e Filippo percorressimo la stessa rotta e lui mi offrisse un passaggio sulla sua zattera per raggiungere la terraferma, ma queste brevi traversate diventarono col tempo sempre più pesanti e interminabili.
Non so dire cosa provocò la rottura, né individuare l’elemento scatenante che separò le nostre vedute, comunque destinate a scindersi per sempre. Poco per volta i suoi atteggiamenti iniziarono a infastidirmi, soprattutto quelle continue battute sulla loro qualifica di “ufficiali in seconda” destinati da un fato propizio a prendere in mano quei remi che Uncino non aveva nessuna intenzione di abbandonare. Se avessero impostato fin dall’inizio quella freddezza di rapporti alla quale repentinamente mi abituarono, forse adesso non sentirei il bisogno di sprecare tante parole, ma il falso dare per poi togliere senza volersi preoccupare di capire, questo mi ha indebolita e procurato nausee d’ogni sorta, condannandomi a soffrire per sempre di mal di mare. Filippo era praticamente sicuro che, per il fatto di avere iniziato a navigare giovane e dalla gavetta, fosse uno dei pochi - se non l’unico - ad essersi guadagnato meritatamente qualcosa dalla vita. Ogni sera, dal mare aperto fino al molo, filosofie sui generis andavano sprecandosi senza alcuna pietà.
Io, occupandomi della gestione amministrativa della nave, avevo come tutti la mia cabina nella quale svolgevo tali mansioni comodamente seduta al riparo da pioggia, freddo e bufere d’ogni sorta e questa apparente condizione di agio contribuì a screditare le mie credenziali di professionalità. Dal momento che non mi ero “spaccata la schiena” come aveva fatto lui per tanti mari e tanti porti, il mio lavoro non poteva neppure ambire a una qualsiasi dignità categoriale, qualificandosi semplicemente come necessario, ma non produttivo.
Più capiva di avere colpito nel segno, ferendomi, più affondava la lama in profondità per il solo gusto di divertirsi nel vedermi sanguinare.
Ricordo quel giorno come fosse ieri; era un periodo nel quale i conti mi impegnavano parecchio e una sera terminai di lavorare pochi secondi prima della libera uscita. Il resto dell’equipaggio, dagli ufficiali all’arpia, stavano ammazzando il tempo in futili conversazioni a poppa, mancavano soltanto i pasticcini e lo champagne perché fosse una vera festa. Infilai frettolosamente la giacca e uscii dalla mia cabina, che si trovava a prua.
Li vidi, la luce d’emergenza era accesa e Filippo sedeva accanto all’interruttore. Per non attraversare la nave gli domandai, per favore, di spegnerla. Rivolse lo sguardo verso di me e sorrise beffardo, rispondendomi che non era compito di un ufficiale spegnere una stupida luce, ma del mozzo. Gli andai incontro decisa ad investirlo di parole per la sua inettitudine, ma qualcosa mi fermò. Mi avvicinai all’interruttore e lo spensi mentre gli altri, in branco, uniti e fieri, stavano già attraversando la passerella.
Non misi mai più piede sulla sua maledetta zattera.
I ruffiani albergano a prua di Malebolge. Prima bolgia, ottavo cerchio, dove diavoli cornuti li puniscono a colpi di frusta, sulla schiena e all’improvviso, con inganno, come in vita ingannarono, facendoli correre senza sosta nel tentativo di mettersi al riparo ed evitare nuove e sempiterne percosse. Qui, perfettamente a proprio agio in questo eterno girovagare, ciondola il principe dei buffoni. Troppo ignorante per vestirlo dei panni del Caccianemico[3], troppo banale per meritarsi un posto all’ingresso di Malebolge, troppo inutile per disporre di uno status proprio.
Difficile interpretarlo in chiave dantesca calandolo in una delle ignare vittime dell’Alighieri, che nel suo ruolo sociale e politico di guelfo bianco fu ostacolato da avversari degni di citazione in quanto, sebbene agenti del maligno comunque agirono e, se pur sbagliato, qualcosa fecero.
Il nostro marinaio invece non fa nulla. Se esiste alcunché di adatto a contraddistinguerlo è proprio questo, il non aver voglia di fare niente; seguono la carenza d’intelletto e la povertà interiore. Nonostante tali enormi limiti è comunque riuscito a capire che trovarsi nel posto giusto al momento giusto è l’unico modo per mantenere un tenore di vita che non gli spetta, causa di conseguenze fortuite e non fonte di meriti, bensì semplicemente rubato in virtù di una parlantina da strapazzo e di una sfacciata falsità, che poche volte ho avuto la sfortuna di incontrare lungo il frastagliato periplo della mia esistenza. Definirlo una baldracca è ancora una volta un insulto alle professioniste del mestiere che credono in quello che fanno e agiscono con la indigente consapevolezza di aver scelto una vita dissoluta e in balia delle variabili occupazionali, anziché inoltrarsi in un più periglioso cammino, apparentemente tranquillo ma incredibilmente noioso. Quello percorso dalla stragrande maggioranza delle persone che, sotto false sembianze di gente comune, si comporta esattamente, quando non peggio, come loro. Lui, il nostro ufficiale di marina, è una di queste.
Per denaro si venderebbe. Non una, ma dieci, cento e mille volte. Per denaro si fingerebbe amico di tutti e di nessuno. Non una, ma dieci, cento e mille volte.
Per denaro cambierebbe bandiera, vestendosi di bianco, verde, nero e rosso. Non una, ma dieci, cento e mille volte e ancora tutte quelle si rendesse necessario per rimanere a galla anche solo con una mano, spingendo magari qualcuno sotto con l’altra, per aiutarsi a riemergere, unico sopravvissuto a fianco dell’occasionale pirata. Nuovo pirata, nuova vita. Si dice così, no? Tutto quello che gli interessa sono i soldi. Potere, notorietà, parvenza signorile, fanno solo da contorno, sfumature necessarie a incarnare il ruolo di borghese, del quale si sente investito. Non è in grado di attribuire un valore che sconfini dalla tipologia economica a niente e nessuno. Fatti, cose, persone, tutto ammucchiato nella stessa sacca che riempie e vuota in ogni porto, prima che si trasformi in fardello, dove invita chiunque a salire offrendogli i posti davanti per remare più forte e insieme a lui, che del vogare finge il solo movimento.
Lavorare significa stancarsi e lui non ama farlo. Significa anche alzarsi presto la mattina e lui adora indugiare a letto, magari rotolandosi sotto le lenzuola con la consorte, dalle innate capacità riproduttive, che non sa coniugare un verbo ad un soggetto ma conosce bene i trucchi di un’antichissima professione per tenersi un marito che nessuna, prima di lei, ha voluto. Lavorare significa altresì sporcarsi le mani, magari sudare, ma è compito dei proletari quello e non dei borghesi, ai quali potrebbe sgualcirsi la camicia o sciogliersi il gel nei capelli, svelando la banalità da uomo comune. Che alla semina pensino gli altri; anche alla raccolta dei frutti rinuncia volentieri, lui - i frutti - è nato per mangiarli! Sostiene infatti di ammazzarsi di lavoro ergendosi a esempio da seguire; dice che ogni mattina alle otto è già in porto, per salvare naufraghi e imbarcare feriti; asserisce che in ogni taverna, malfamata e non, nella quale si ferma per nutrire le sue stanche membra, le cameriere fanno a gara per servirlo. Sostiene - in pubblico - di credere in quello che fa e di farlo per migliorare le condizioni di chi è meno fortunato di lui, angelo del proselitismo, ma - in privato - tutti lo abbiamo sentito rinnegare ogni ideale e visto chiudere la porta in faccia a poveri mendicanti d’attenzione, delegando il servizio al pubblico a chi gli è gerarchicamente inferiore, per potersi consumare gli occhi davanti a colorati siti internet, creati ad uopo per mariti sessualmente insoddisfatti. Dice tante, inutili cose e parla sempre, troppo e a sproposito. Ignora il valore del silenzio e perde continuamente ottime occasioni per stare zitto. Mendica con la facilità e l’insolenza di chi lo fa per sopravvivere, mentendo in maniera offensiva per inscenare un presunto stato di bisogno e rubare, a chi bisogno ne ha veramente, soltanto per il gusto di essere riuscito a portarsi a casa qualche cosa “gratis”. È infatti attaccato al suo lavoro più per le occasioni ufficiali che offre che per il suo essenziale significato. Occasioni di incontri e conoscenze, gesti simbolici e strette di mano, di sguardi e intese, frasi lasciate cadere perché qualcuno le raccolga, occasioni di svago nelle quali si ride e si scherza, si mangia e si beve insieme e tutte le spese sono rimborsate.
È incredibile come più gli esseri umani siano favoriti nella mobilità sociale e maggiore diventi il fascino che riveste ai loro occhi tutto quanto non gli fa spendere soldi propri, configurandosi come assolutamente e completamente gratis; una sorta di rivisitazione monetaria e inversamente proporzionale della teoria dell’utilità marginale[4]. Secondo l’opinione di un sociologo francese, il potere economico non è altro che il potere di distanziarsi dallo stato di necessità,[5] di allontanarsi da una vergognosa situazione di normalità che apparentemente accomuna le persone qualsiasi, condannandole a una vita in potenza ed escludendole di fatto da un mondo di possibilità. Un po’ come avanzare dalla casta degli agricoltori e commercianti a quella dei nobili e guerrieri, creando una specie di ponte fra ciò che si appare - grazie ad abiti nuovi - e ciò che realmente si è. Personalmente, avendo vissuto questa storia prima di scriverla, non mi interessa puntare il dito contro qualcuno ergendomi a giusto giudice per emettere facili sentenze. Dico soltanto che il povero ruba per fame mentre il ricco - o borghese che sia - perché con i suoi soldi ha comprato il diritto di farlo e dico che il povero crede ancora in qualcosa, mentre il ricco ha smesso di credere tanto tempo fa.
Un episodio finale, ultimo non per importanza, ma per il disgusto che mi provoca ricordare e raccontarlo. Alcuni mesi fa, quando ancora eravamo colleghi, si presentò nel mio ufficio Filippo Argenti chiedendomi a quante scodelle di rancio avrebbe avuto diritto essendo sbarcato alcuni giorni per malattia. Lo accompagnava il borghese mendicante.
Il tono della voce e l’aspetto del viso avevano quel che di canzonatorio che mi fece tremare. Risposi dicendo che la gratifica mensa sarebbe stata trattenuta in periodi differenti coincidendo la malattia con la fine di un mese e l’inizio di un altro, trovandosi quindi a cavallo fra questi. Dimenticando per un momento la scandalosa ignoranza di chi avevo di fronte me ne ricordai un istante dopo e mi interruppi di colpo, rendendomi conto di avergli offerto una stupida opportunità per approfittarsi di me e della mia infelice situazione. Non bisognerebbe mai permettere agli altri di tessere la loro tela intorno al nostro spazio, perché per quanto sottile possa essere, presto o tardi finiremo comunque per restarci intrappolati dentro.
Mi sono domandata un’infinità di volte se sia stata soltanto colpa mia e fosse per caso trapelata la sola ambiguità di un’espressione fra le cui parole potesse essere intravista una ricercata provocazione. Sta di fatto che il borghese mendicante, rallegrato da qualche bicchiere di troppo, non si fece scappare l’occasione:
“Ti piace andare a cavallo, eh? Quando vuoi ti ci porto...”
“Ti piacerebbe...” gli risposi d’istinto, in un disperato tentativo di ricondurre la conversazione su un tono professionale
“No, a te ti piacerebbe... che ti cavalchiamo, io e Filippo... dillo, dai...che ti piacerebbe”.
Sentendosi coprotagonista in una così nobile azione, Filippo non disse nulla e iniziò a ridere insieme all’amico compagno di merende, lasciandomi annegare nel mio oceano di umiliazione.
Finsi di avere del lavoro da terminare per non dover andare via con loro al momento dello sbarco. La mattina seguente telefonai per avvisare che non stavo bene e mi finsi malata per alcuni giorni.
L’inadeguatezza della sintassi sopra utilizzata è dovuta alla sola esigenza di veridicità dell’accaduto.
Malatestino è una persona mediocre.
Questa è l’unica connotazione personale acquisita per nascita, la disordinata rimanenza delle ulteriori componenti caratteriali l’ha ricevuta in eredità dalla biennale esperienza di pescatore di uomini, maturata sotto la stretta e costante sorveglianza del Capitano e della sua ciurma.
Mi riferisco alle spontanee doti di falsità e ipocrisia, assolutamente indispensabili in questo mestiere, che plasmano ogni misera azione della sua vita professionale dal giorno in cui - non volendo rinunciare a una delle tante parti da protagonista accanto ai quattro personaggi[6] in cerca d’autore - ha sacrificato per sempre ogni residua fonte di umanità in virtù di una spietata e gratuita cattiveria da quattro soldi. Nonostante questo arricchimento economico e comportamentale rimane comunque e resterà sempre una persona mediocre.
Immeritato addirittura il suo spazio su questo foglio, nel quale trova posto in virtù del solo legame “peccatorum” con un tal Malatesta[7] esiliato per sempre nella nona bolgia dell’ottavo cerchio, dove mi piace pensare che presto o tardi troverà il suo alloggio anche il verace Malatestino di casa nostra, raccoglitore dei frutti del peccato di entrambi, seminatori di discordia. È presente, nel suo caso, l’aggravante della premeditazione che lo porta a fingersi amico di tutti senza essere in realtà amico di nessuno, perché di nessuno gli importa e di niente, tranne che di arrivare a ottenere ciò che altri già possiedono: denaro, potere, notorietà. E anche qualche donnina allegra e generosa, ma solo se compresa nel prezzo. Lo salva l’aspetto bonario da contadinotto e quella faccia da stupido che lo fa sembrare incapace di fare del male, mentre ne è invece capacissimo.
In rare occasioni è capitato che mi chiedesse di non rivelare indiscrezioni su di lui e non l’ho fatto. L’unica volta che glielo ho domandato io, mi ha tradita.
Certo, la posta in gioco era alta e tradire me significava guadagnarsi l’illimitata fiducia del nuovo equipaggio, che avrebbe certamente saputo essergliene riconoscente. Dunque mi ha tradita, meschinamente e senza vergogna, svelando qualcosa sul mio conto, appena pochi secondi dopo averla scoperta. L’errore certo è stato innanzitutto mio che glielo ho rivelato in un momento di sconforto e solitudine, sperando scioccamente in un amichevole incoraggiamento, dal momento che il coraggio lo avevo ormai già svenduto tutto.
Uncino era da poco stato defenestrato, i successori appena eletti nel corso delle regate portuali, la nuova ciurma da confermare. In questo incerto transitare verso il futuro attendevo una risposta da Filippo in merito a una mia domanda di avanzamento, non economico, ma professionale. L’unica mia richiesta era non occuparmi più di una parte del lavoro che detestavo, inadeguata alle mie competenze e assolutamente incapace di motivarmi. In cambio, oltre alla gestione contabile e amministrativa, mi sarei gravata di qualsiasi altro onere professionale avessero voluto scaricarmi addosso. Filippo era l’unico a conoscere la pingue entità delle mie folli richieste, non svelate erroneamente nel corso di una ufficiale riunione di lavoro, ma in un informale colloquio a due nel quale mi aveva domandato che cosa avrei desiderato per non abbandonare la nave. Questo era il nostro segreto, conservato per troppo breve tempo, fino a quando non decise di condividerlo con Medusa. La sua vendetta, che non costituisce argomento di questo capitolo, fu naturalmente spietata. Le mie richieste non soltanto non furono accolte, ma cacciate come eretiche e infondate, assolutamente inaccettabili e fuori luogo.
Prima di procedere con il racconto si rende necessario precisare che le ripugnanti mansioni dalle quali intesi liberarmi erano quelle che competevano alla figura professionale di Medusa la quale, eletta ormai sola e unica regina di spade in mezzo a due incapaci, re del niente, ritenne assolutamente logico e naturale sbarazzarsene per sempre, abbandonandole dietro di sé, lungo la scia del suo ripugnante odore di carogna.
Nonostante sia opinione di Wilde[8] che sarebbero molte di più le cose gettate via se fossimo certi che nessuno si fermasse a raccoglierle, per niente al mondo avrei raccolto qualcosa che le era appartenuto, se non altro per il fatto di costituirsi come la sola e unica che fosse in grado di fare. A distanza di mesi e con mente sgombra da quotidiane violenze, non so dire se avessi mai veramente creduto a una possibile pacifica risoluzione dell’affare “Uncino”, se per davvero pensassi di poter continuare a lavorare a bordo, in mezzo a persone che avevano sempre e comunque dubitato di me - sempre e comunque sbagliando - e scelto per questo di farmela pagare. Resta il fatto che rimanere a mani vuote non mi andava e per quanto minime fossero mai state le mie certezze sapevo di essere l’unica persona ad avere fatto soltanto il proprio lavoro, sentendomi quindi sicura di meritare qualche cosa di più.
Dato il negativo esito delle mie richieste, manovrato dall’arpia, non rimaneva che giocarmi l’ultima carta. I miei contatti con Uncino erano sporadici, ma non persi. Dunque lo chiamai supplicandolo, in nome di antiche promesse da marinaio, di trovarmi un altro imbarco. L’errore non fu questo, l’errore fu lasciarmelo scappare con Malatestino. A ventiquattr’ore dal mio deludente colloquio con la coppia più brutta del mondo, ci sentimmo telefonicamente e nel corso di quella banale e privata conversazione gli raccontai l’accaduto, lasciandomi sfuggire il nome di Uncino. Pochi minuti dopo Filippo era già stato avvertito, Medusa aveva puntato il suo velenoso dito contro di me e il Malatesta seminato la sua discordia.
I traditori, merce eccedente del genere umano già all’epoca dell’Alighieri, sono suddivisi da Dante in due branche: i traditori verso gente scaltra, sfiduciata nel prossimo e i traditori verso chi si fida. Malatestino appartiene alla seconda specie.
Filippo, Medusa, il borghese mendicante, Capitan Uncino. Un tradimento da parte loro sorprenderebbe quanto un portachiavi dentro a un uovo di Pasqua, lo butti via e ti consoli con la cioccolata, ma essere traditi da qualcuno in cui si ripone fiducia non è una brutta sorpresa, è soltanto inaccettabile.
Quello che maggiormente mi disgusta ancora di lui è l’indifferenza con la quale ha continuato a rapportarsi nei miei confronti. Dopo essere magicamente venuti a conoscenza di un perdurare di rapporti fra me e Uncino, gli ufficiali in comando e la soldatessa del terzo Reich, hanno immediatamente congelato i nostri rapporti, ma lui no. Lui ha continuato a comportarsi come se nulla fosse accaduto, come se fossimo legati da amicizia e solidarietà, come se ignorasse di avermi servita su un piatto d’argento a chi non aspettava altro che sbranarmi in un sol boccone, masticando selvaggiamente la carne dopo averne sputato via le ossa. Se Malatestino non avesse parlato, forse in questo momento neppure io lo starei facendo e gli avvenimenti avrebbero semplicemente seguito il loro naturale corso. Certo, avrei avuto uno sconto sulla pena, mentre gli inutili mesi di spietato, deleterio e gratuito mobbing mi sarebbero, forse, stati risparmiati. Chiunque di loro al mio posto sarebbe crollato, ma io ero sola e non potevo permettermi di farlo. Più volte ho rinfacciato al Malatesta la meschinità del suo tradimento e se ne è mostrato risentito, sollevando l’aureola sul capo nel sostenere di avere agito da paciere. Una volta conclusi i giochi e assegnate le parti, tra cui la mia, una delle sue battute migliori, tra le più alte e appetibili del suo livello, è stata:
“Vai a fare un cazzo...”
Ho sempre guardato con ammirazione al personaggio di Francesca da Rimini per la cornice di disperato romanticismo che la circonda e la tentazione di interpretarne il ruolo è stata quindi troppo forte. Non certo per l’impeto di lussuria che trasforma una tenera passione adolescenziale in un peccato capitale, bensì per l’innocenza e l’intensità di un sentimento di fronte al quale Dante stesso - episodio unico in tutta la Commedia - prova sincera compassione, turbandosi emotivamente fino al punto di svenire.
Colpevole del peccato di avere amato e scelto di abbandonarsi alla dolcezza di emozioni sconosciute, Francesca è di fatto una lussuriosa insieme all’amato Paolo, “che mai da lei non fie diviso”. Nella piena consapevolezza che l’unico modo per resistere alle tentazioni è cedervi anziché frenarle - e in netto anticipo sulla saggezza wildeana - Paolo e Francesca sono condannati all’eterno movimento in un rincorrersi senza sosta, eternamente sbattuti nello spazio del cerchio a loro destinato, in balia del vento. Ecco finalmente il parametro identificativo: in balia del vento. Tale e altrettanta movimentata è sempre stata la mia posizione nell’incerta traversata verso il potere che altri anelavano, intrapresa dal malandato naviglio sul quale mi sono trovata indesiderata ospite di passaggio. Ospite ma con un ruolo ben preciso, quello di mozzo, fanalino di coda in una fila nella quale tutti si accalcavano cercando di rubare il posto a chi stava loro davanti. Indesiderata e per questo irrimediabilmente esposta agli imprevisti di una dispettosa brezza marina, levatasi giorno dopo giorno per gonfiare i possenti polmoni di Eolo fino a farli esplodere. L’esplosione c’è stata ed è stata come un tornado che mi ha sollevata in aria e poi ricacciata violentemente a bordo, troppe volte per poterne uscire illesa. Una volta placata l’ira dei venti mi sono dunque ritrovata a terra, ferita, in mezzo allo squallore del porto, con un ufficiale che era ormai capitano e il vecchio equipaggio tirato a lucido, pulito e lustrato nel suo nascente ruolo di comando; tutti pronti a salpare di nuovo verso orizzonti sconosciuti che si schiudevano davanti ai loro piccoli occhi, nei quali intravedevo soltanto il mio nulla. Il tentativo di scappare fu forte, ma non sapevo dove andare: intorno solo una gran confusione e tutti gli equipaggi erano al completo. Non mi rimase dunque che curarmi le ferite, prevenire il mal di mare e riprendere il mio posto sulla Farsa.
[1] Dante, Divina Commedia, Inferno, canto I, vv. 32
[2] Ibidem, vv. 51
[3] Venedico Caccianemico, guelfo di Bologna che fece prostituire la sorella con un esponente della casa d’Este
[4] Teoria secondo la quale il consumo (utilità marginale) di un dato bene accresce la soddisfazione (utilità totale) ma sempre più lentamente, fino a che non viene raggiunto il punto in cui il consumo di una quantità addizionale dello stesso bene non darà più alcuna soddisfazione.
[5] Pierre Bourdieu, La distinzione critica e sociale del gusto, Bologna, Il Mulino, 1983 in Peter Burke, Storia e teoria sociale, Il Mulino, Bologna, 1992, p.86.
[6] Medusa, il borghese mendicante, Filippo Argenti, Celestino I
[7] Malatestino Malatesta
[8] Oscar Wilde
Opera n°160109 di Liberodiscrivere