Isabella Amendolia
Sizigia

Vedi
Download Copertina Hi-resDownload copertina in alta risoluzione
Titolo Sizigia
Autore Isabella Amendolia
Genere Narrativa      
Pubblicata il 15/07/2011
Visite 3289
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Il libro si libera  N.  116
ISBN 9788873883319
Pagine 150

Prezzo Libro
12,00 € PayPal

Faceva ancora freddo e la necessità del momento era un tè caldo bevuto a piccoli sorsi intingendovi, con segreto piacere, i biscottini freschi.

Il tempo aveva compiuto il proprio lavoro e la pelle stava progressivamente cedendo parte della luminosità a un non ben identificato destino.

Luce.

Ci voleva tanta luce.

Si vergognava dei suoi pensieri, le apparivano sempre eccessivi, carichi di un desiderio di assoluto, che mal si coniugava con la realtà.

Stese il corpo sulla poltrona allungando le gambe sul panchetto e chiuse gli occhi.

 

La luce arrivò e la trapassò tutta. 

Al risveglio Pietrina non ricordava nulla. Stava benissimo. Se la sua cara vicina le avesse chiesto spiegazioni dell’improvvisa serenità, le avrebbe sicuramente raccontato di un fascio di luce che le si era conficcato dentro il petto, nel pomeriggio precedente, ed era diventato energia interiore.

Le avrebbe detto che era nata in quel preciso istante e stava indagando per conoscere l’origine del proprio nome così duro e piccolo. Nessuna domanda.

Senza neppure accorgersene, da quel momento, Pietrina iniziò ad eliminare i rapporti inutili.

Le persone che si informavano del suo passato, rappresentavano i rapporti inutili, le persone che la coglievano nel presente erano giuste.

Il passato lo aveva perduto durante il trascorrere del tempo.

 A differenza degli altri che sbiadiscono con gli anni e si afferrano ai ricordi, lei compiva il percorso contrario e dall’informe procedeva verso il definito.

Non ricordava nulla ma sospettava molto sulla propria natura e iniziò a cercare, tra le mura domestiche, tracce di tale intuizione.

Dai fogli sparsi per casa ne deduceva un intelligente disordine. Erano segni grafici incomprensibili, frantumate informazioni quelle che trovava sulla carta. Ogni pagina condensava spicchi di vita. Erano stralci d’attualità, erano appunti di viaggio, erano orari senza riferimento, erano nomi, numeri telefonici, elenchi di spesa e infinito altro, spesso, tutto racchiuso in una pagina, sfruttata nei minimi spazi, resi sempre prioritari da riquadrature, sottolineature, capovolgimenti di prospettiva. Tutto appuntato per essere trascritto in un immaginato futuro a breve termine, nulla era però a documentare gli sviluppi di quei pensieri, probabilmente subito sopraffatti da nuove esigenze esplorative dell’anima.

Pietrina ripercorreva parte della giovane esistenza, osservando i suoi stessi appunti. Tanto disordine, tanta forza, tanto intuito.

A quell’ora del giorno non le interessava più indagare. Sapeva. Era appagata dai piccoli ritrovamenti cartacei, dalle piccole spie che indicavano quanto tutto, nella vita, fosse urgente e contemporaneamente inutile.

 

Lo squillo del campanello modificò i suoi pensieri, si precipitò alla porta con la consueta infantile curiosità.

“Ho procurato i biglietti per il teatro.” disse Giovanna, senza salutare.

“Che fila siamo?”

“La terza, lato sinistro.”

 

Mentre parlava Pietrina spalancava la porta e faceva cenno alla vicina d’entrare.

Giovanna era sola anche lei. I famigliari superstiti le giravano attorno senza vederla. Lei ostinatamente procurava loro quel piccolo benessere di cui era capace, poi, perennemente delusa dalla disattenzione altrui, si infilava in casa di Pietrina e si accoccolava sulla poltrona, come i gatti che curava amorevolmente.

Si erano conosciute così, sulla soglia del pianerottolo, con i sacchi della spesa che legavano le dita e la stessa espressione sul viso. 

I discorsi della quotidianità si erano espansi fino a sfiorare pensieri filosofici e sensazioni profonde, quel tanto da consentire di riconoscersi e lasciare affiorare la tristezza in totale libertà.

Quando la donna piangeva diventava più bella, gli occhi tremolavano e le guance si arrossavano dando all’incarnato aria di salute.

Giovanna ammirava profondamente la giovane vicina. Di lei sapeva che la casa era arrivata dall’eredità della nonna. I genitori erano scomparsi prematuramente e si intuiva con indubbie sofferenze. Pietrina, ancora ragazza, si era voltata e di colpo si era trovata sola. Bellissima e non sapeva di esserlo. Usava i suoi tre decenni come antidoto contro le avversità della vita. A volte li spostava come si fa con un mobile per guadagnare spazio, per rendere il passaggio dell’aria più fluido. A volte li rimetteva in mezzo alla vita per prendere respiro e darsi speranza.

 

Quel giorno però era accaduto qualcosa di inconsueto. Giovanna guardava Pietrina e la vedeva luccicare. Non osò chiedere nulla, era evidente: Pietrina si era innamorata. Di chi e quando era un mistero. Sarebbe stato sufficiente domandarglielo, ma aveva paura della risposta. Una storia d’amore, considerata la loro differenza di età, era comunque imbarazzante sia da raccontare sia da ascoltare. L’amore è per i giovani, non per gli adulti come lei.

Per la prima volta Giovanna fece finta di nulla e si concentrò sull’evento teatrale. Il miracolo c’era e accuratamente non se ne faceva cenno.

“Sono stata illuminata, Giovanna. È stato come risorgere. Gli organi hanno iniziato ad accelerare e non ho più paura.”

“Lo vedo.”

“Mettiti sulla poltrona, può essere che la luce ritorni.”

“No, Pietrina. Queste cose accadono a chi sa sognare, io non sono tra gli eletti.”

“Sbagli. Tutti siamo eletti. Ho catalizzato l’energia che transitava a folle velocità davanti al balcone, è stato come accogliere qualcuno dentro di me.”

“Le persone non sono scintille.”

“Eppure è proprio di una scintilla che parlo. Subito dopo ho iniziato a desiderare un risottino coi funghi.”

“Pietrina, Pietrina…”

Giovanna uscì tirandosi dietro la porta. Al suono sordo della serratura iniziò a piangere, così senza motivo o forse perché la sua amica credeva nelle scintille e lei aveva una gran paura di perderla. 

 

 

 

 

II

 

 

Il teatro era semivuoto. I biglietti facili erano quasi sempre sintomo di scarso entusiasmo della critica e il piccolo popolo degli abbonati declinava l’invito. Quella sera per di più c’era un freddo polare e il foyer del teatro aveva un aspetto malinconico, polveroso. Gli occhi di Pietrina intercettarono il bimbo seduto sui divani rossi. 

Il piccolo, immobile, lo sguardo nel vuoto in attesa di un cenno da lontano, ingannava l’attesa tormentando i calzoni scuri, proprio nell’angolo dove termina la tasca e il tessuto si fa consistente e rigonfio delle cuciture. Sembrava tutto gli stesse stretto, in particolare quell’abbigliamento lontano dalla sua fisicità. La pelle scura del volto raccontava più di qualsiasi documento.

“Malcolm!”

Al richiamo, gli occhi ancora assorti in un girovagare vuoto si erano fatti attenti, ingordi di riferimenti. Una voce. Uno sguardo. Un sobbalzo. È altra scena. È altra vita.

“Malcolm, vieni. Inizia lo spettacolo”. 

La donna, non più giovanissima, aveva pelle chiara e capelli castani, lisci, raccolti dietro la nuca come si usava dopo la guerra. Il corpo leggermente sovrappeso si muoveva con singolare morbidezza, forse un poco dinoccolato, un incedere vicino a quello di Malcolm. 

La manina di lui scomparve risucchiata da cappotti e sciarpe trascinati dalla donna, con disinvoltura tra la gente.

Di tutto questo a Pietrina rimase impresso il contrasto: il bianco con il nero, il morbido con l’esile, il leggero con il pesante. Una percezione che tre ore dopo si sarebbe trasformata in un colloquio breve e intenso.

 

All’uscita dal teatro l’attesa del taxi fu complice di un rapido gioco di sguardi tra Pietrina e il bimbo, poi il sorriso di Pietrina e l’attenzione della donna, infine un banalissimo:

“Ciao, io sono Pietrina, come ti chiami?”

“Malcolm e ho sette anni e tu?”

“Io alcuni di più.” Pietrina aveva risposto con un enorme sorriso.

“Non si chiede alle persone quanti anni hanno.” intervenne la donna dai capelli castani, strattonando amorevolmente il braccio del piccolo.

“A me lo puoi chiedere. Ho sempre la stessa età da quando sono nata. Ho sempre avuto l’età di oggi, anche da piccola.”

“Hai sentito Malcolm. La signorina ti ha detto una cosa molto importante.”

“Quale?” 

“Lo capirai da grande.” rispose la madre.

Le due donne risero. Le presentazioni furono conseguenti.

 

Lo stesso taxi per un pezzo di strada comune. Una piccola storia prendeva vita nella serata gelida dopo teatro.

Giovanna non era contenta di condividere il taxi, le piaceva essere sola con la sua amica e parlottare, tra gli sbadigli, dello spettacolo. 

Non si poteva sbadigliare davanti ad estranei; avere quella donna con bambino seduti accanto, le dava l’idea del furto di intimità.

Pietrina avrebbe invece voluto che il viaggio non finisse mai.

 

 

 

III

 

 

I colleghi bisbigliavano da tempo. Il dirigente non interveniva, per comodità personale e perché è difficile stabilire il confine tra le cose. Le cose dette, quelle intuite, quelle riportate, quelle millantate, quelle inespresse. 

Marco Poletti era un bravissimo medico, forse un po’ troppo schivo e con una moglie eccessivamente esuberante, in particolare coi colleghi più alti in grado del marito.

Marco brancolava nella nebbia della propria esistenza. Apparentemente non c’erano soluzioni. Capiva di essere ad un passo dalla svolta, ma razionalmente non riusciva a trovare il collegamento, forse ci voleva un po’ di coraggio, molto coraggio per dare un calcio a tutto il mondo preordinato e concedersi il lusso di se stessi.

Marco diede finalmente la sua festa.

Decise che quel 30 novembre sarebbe diventato ufficialmente pazzo.

Un giorno senza virtù, pensava, equilibratamente lontano da eventi di rilievo. 

Il dottor Marco Poletti entrò in reparto e iniziò a srotolare le bende del paziente numero 18.

Una cartella clinica insufficiente a giustificare un ricovero così lungo. Beppi Trovato giaceva, secondo il pensiero di Marco, da troppe settimane in reparto. Le teorie mediche, affinate negli anni di studio segreto, suggerivano al dottore un decorso molto più rapido.

“Signor Trovato, lei è libero”. Srotolava le bende e allentava contemporaneamente la trazione agli arti.

“Libero da cosa?”

“Dal dolore”.

Il paziente 18 stentava a credergli.

“Il primario è appena passato…”

“Lo so. Oggi decido io. Ha fiducia Trovato?”

“Ho paura.”

“Questo è il problema dei malati, la paura. Eppure il cognome Trovato è rivelatore.”

“Cosa fa? Dottore!”

 L’infermiera cercava di ostacolare l’inconsueta procedura in tutti i modi possibili. Marco lottava e spintonava l’infermiera, la gamba del numero 18 era crollata sul materasso, pesante dello spesso gesso e dell’imbragatura di sostegno. Trovato urlava e imprecava in dialetto, l’infermiera scalciava, la padella si era infossata al centro del letto e il comodino di ferro urtava contro la spalliera e faceva cadere la bottiglia di minerale. L’acqua disgustosamente svanita e calduccia colava in un rivolo inesorabile lungo il fianco del mobile, giù, giù, fino al cuscino ormai intriso.

Marco resisteva agli attacchi della donna, ma lei non cedeva e mordeva dove capitava.

Da bambino, Marco era stato morsicato da un pesce, mentre giocava sulla riva. Sua madre spaventata dagli urli, lo aveva portato subito in ambulatorio. Il bagnino lo aveva accolto il mattino seguente dicendogli che lui, il piccolo Marco, era stato più forte e avevano trovato il pesce, la sera stessa, morto avvelenato.

Questa frase entrò nella testa di Marco per poi discendere nel cuore. Era convinto di essere invincibile. Per moltissimi anni credette all’autenticità delle parole del bagnino e a quelle si attaccava nei momenti di sconforto.

Ormai aveva raggiunto l’età della ragione, il bagnino aveva scherzato, ma la ragione gli si stava restringendo, per lasciare posto ad una strana verità, che solo lui conosceva e incredibilmente non lo aveva mai tradito.

La donna agiva come un mastino, non mollava. Lui la scansava con gesti decisi e mai violenti. Trovato era senza bende, era scivolato lungo il letto guadagnando la sedia. Agiva d’istinto, solo per salvarsi dalla rissa e intanto guardava. 

L’arrivo dei sorveglianti lo sorprese in piedi, appoggiato alla sponda del letto, assolutamente divertito. 

Durante il trambusto era guarito. Forse riusciva solo a stare diritto, ma aveva Trovato la soluzione.