Carlo Menzinger
LA BAMBINA DEI SOGNI Cap 1 Underground Baby

Titolo LA BAMBINA DEI SOGNI Cap 1 Underground Baby
Autore Carlo Menzinger
Genere Narrativa      
Dedicato a
L´immagine è di Angelo Condello
Pubblicata il 30/07/2011
Visite 3187
Note Si accettano (e cercano) consigli per migliorare il testo

 

Siamo fatti della stessa materia di cui son fatti i sogni.
(La Tempesta – William Shakespeare)
 

CAPITOLO PRIMO 

UNDERGROUND BABY
La vita è sogno
(Calderon del la Barca)
 

Le porte della metro erano aperte. Appoggiato al palo, mi reggevo con la mano sinistra, tenendo nella destra “Lolita”, il romanzo di Vladimir Nabokov. Con il libro appiccicato al viso, mi ostinavo a leggere nonostante la folla, che mi premeva da più parti. La lettura mi aveva preso e non badavo a chi mi stava attorno. Dalle pagine del romanzo, il protagonista Humbert Humbert stava mostrandomi la sua predilezione per quelle che definiva ninfette, la sua passione malata per le ragazzine di dodici anni o poco più.

Due occhi infantili, riflessi nel vetro, mi fissarono, costringendomi a sollevare verso di loro lo sguardo. Un attimo dopo erano scomparsi, nascosti dal movimento della gente.

Alla fermata stavano salendo le ultime persone. Stavamo sempre più pigiati, al punto che la borsa mi premeva ora fastidiosamente sullo stomaco. Notai una donna con due bambine che si divincolò per passare in mezzo alla folla e si lanciò verso la porta ancora aperta, cercando di uscire. Riuscì quasi miracolosamente a scendere, ma una delle bambine, all’ultimo, forse bloccata dalla calca, lasciò la sua mano e si fermò all’interno della carrozza. La donna la chiamò, protendendo le dita, ora vuote:

- Scendi, forza! Stanno per chiudere.

La piccola rimase impassibile a guardarla. Dimostrava quattro anni. Grandi occhi leggermente tristi, ma determinati. Le labbra lievemente imbronciate.

- Vieni! – le urlò di nuovo la donna, con tono perentorio, il braccio ancora paralizzato nel gesto di prenderle la mano.

Fu questione di pochi secondi, poi la porta si chiuse indifferente.

La donna, dietro il vetro, sempre immobile nel suo gesto inutile, pareva arrabbiata, piuttosto che in ansia, come mi sarei aspettato. La cosa mi stupì ma, preso dal problema immediato, avvicinatomi al vetro, le gridai muovendo le labbra come se parlassi a un sordo:

- La porto io alla prossima stazione... venga a prenderla alla prossima stazione. Alla prossima!

La donna annuì. Non ero certo che avesse sentito le mie parole, ma il senso immaginai dovesse averlo intuito. Al posto suo, mia moglie sarebbe entrata nel panico. Lei invece pareva piuttosto serena, a parte quello sguardo rabbioso. Mentre il treno si allontanava, riuscii a vederla tornare a sedere tranquilla per aspettare la metro successiva. Credo che, anch’io, mi sarei agitato molto più di lei. Persino la bambina rimasta a bordo non pareva un granché preoccupata. Si reggeva con la manina paffuta al sostegno vicino all’uscita.

Ero il solo a preoccuparsi. Gli altri passeggeri non parevano far caso all’episodio. Giusto qualche occhiata distratta. Il treno scivolò via nell’oscurità.

Mi rivolsi alla bambina.

- Ciao.

- Ciao – mi rispose educata.

- Quanti anni hai?

Sollevò la manina morbida con il pollice piegato.

- Hai quattro anni?

Annuì.

- E come ti chiami?

- Elena.

- Adesso la tua mamma viene a prenderti. Scendiamo assieme alla prossima fermata e la aspettiamo.

- Non è la mia mamma – rispose, rimanendo sempre calma. Qualcosa dentro di me sobbalzò. Cercai di  non farlo vedere, ma i miei sospetti si erano rafforzati.

- È la zia? – le chiesi, continuando a chiacchierare per non farla agitare, temendo che potesse mettersi a piangere da un momento all’altro.

- No.

- Come si chiama quella signora con cui stavi?

- Non lo so. È cattiva. Mi ha portato via. Io voglio tornare dalla mamma.

- Ti ha portato via da dove? – le chiesi, domandandomi se la bambina fantasticasse o se ci fosse della verità in quello che diceva.

- Via da mamma.

L’aveva rapita?

- Dov’è la tua mamma ora?

- Non so.

- Come si chiama?

- Mamma.

- Papà come la chiama?

- Non ho papà, io.

Uhmpf!

- Gli altri come chiamano la tua mamma? – le mie domande non sembravano condurre da nessuna parte.

- Mamma.

- Okay – sospirai rassegnato. La fermata si avvicinava e non riuscivo a capire la situazione. Era stata rapita da quella donna? Mi sembrava improbabile, però non era da escludersi in un mondo come il nostro. La donna non mi pareva una Signora Humbert Humbert, ma ci sono purtroppo molti altri motivi per rapire bambini, persino peggiori della pedofilia. Dovevo aspettarla e cercare di capire chi fosse o andare subito alla polizia con la piccola? Se la donna era la madre o una persona di famiglia, non trovandola alla fermata si sarebbe spaventata e, magari, mi avrebbe persino denunciato per rapimento. Poteva essere semplicemente una tata o una baby sitter cui la bambina ancora non si era abituata, pensai.

- Perché sei rimasta sulla metro? – ripresi la mia piccola indagine.

- Perché è cattiva. Non voglio stare con lei.

-  L’altra bambina è tua sorella?

-  No.

-  È la figlia della signora?

-  No.

-  Sai chi è?

-  Luisa.

-  Da dove viene?

-  L’ha portata via la signora.

-  Da dove?

-  Dalla sua mamma.

-  Cosa ti ha detto quella signora?

-  Che andiamo in un bel posto. Io non voglio.

Arrivammo alla fermata. Ero combattuto. Non sapevo cosa fare. Decisi di scendere. La donna doveva ancora arrivare. Avevo ancora un po’ di tempo per decidere, mentre aspettavo il prossimo treno. Pensai che fosse il caso di avvertire la polizia. Intorno non c’erano agenti.

- Aspettami – dissi – devo fare una telefonata. Non ti allontanare mentre parlo.

Chiamai la polizia con il cellulare. Cercai di spiegare la situazione. Mi dissero di portare la bambina al commissariato di zona. La piccola mi guardava parlare tranquilla.

- Non so se quello che la bambina dice è vero. Vorrei aspettare qui la donna, ma gradirei ci foste anche voi – spiegai all’agente in linea. Mi chiese che motivi avevo per considerare la situazione sospetta. Mi confusi e non seppi spiegarmi. L’agente mi parve perplesso.

Mi rispose di parlare con la donna e di richiamare nel caso non fosse veramente la madre. Non mi stava prendendo sul serio. Forse faceva bene: ero io a preoccuparmi troppo. Avevo fatto la figura del paranoico.

Riattaccai di malumore, ma riuscivo a capirli, non potevano certo stare dietro alle preoccupazioni di ciascuno. La bambina per fortuna era rimasta accanto a me. Sembrava fidarsi.

Pensai di chiedere aiuto al personale della stazione, ma non vidi nessuno. Salire verso l’ingresso e cercare aiuto mi avrebbe fatto perdere troppo tempo e non sarebbe servito a molto. Provai a fermare una signora di passaggio, ma m’ignorò come un mendicante inopportuno. Provai ancora con un tale dall’aria da uomo d’affari ma, quando cominciai a spiegarmi, mi guardò come se fossi pazzo e se ne andò senza una parola, scuotendo la testa, come per dire di no.

– Non voglio i tuoi soldi! – gli gridai alle spalle, ma non si fermò.

La bambina mi dava la mano. Avevo solo pochi minuti. Il prossimo treno stava per arrivare.

Decisi quindi di affrontare la donna da solo. In fondo eravamo in un luogo pubblico e uno contro uno! Che cosa poteva mai fare questa fantomatica Signora Humbert Humbert? Il problema, piuttosto, era riuscire a capire in che rapporti fossero veramente la piccola e la sua accompagnatrice.

Feci ancora alcune domande a Elena, per poter contro-interrogare la donna.

- Come si chiamano i tuoi nonni?

- Nonno e Nonna.

«Alleluia! Questa sì che è un’informazione».

- Ti ricordi dove abiti?

- Cosa?

- Dov’è che dormi?

- Nella stanza brutta delle bimbe. Non ci voglio andare. Voglio tornare a casa.

Stava per mettersi a piangere. Capii che non era il caso di insistere con le domande, ma decisi di correre il rischio di scatenare le lacrime. Dovevo scoprire qualcosa di più.

- Il tuo giocattolo preferito come si chiama?

- Lolla.

«Oh! Finalmente un’informazione che una madre dovrebbe conoscere e, forse, una rapitrice no».

- La signora ha preso Lolla e l’ha messa nella stanza brutta. Ho detto «Voglio Lolla» e ha detto «No». È cattiva.

Inutile: anche la donna conosceva il nome della bambola! Che cosa sapevo alla fine di questa bambina? Che aveva una mamma di nome Mamma, due nonni di nome Nonno e Nonna e aveva una bambola di nome Lolla! Perché la bambina avrebbe dovuto mentirmi, dicendo che quella donna non era sua madre e l’aveva rapita? I bambini possono raccontare bugie, ma Elena mi pareva troppo piccola per averne inventata una così grossa, senza che le fosse capitato realmente qualcosa.

Dalla galleria m’investì fumoso il vento del treno in arrivo. Il tempo a mia disposizione era esaurito.

 

La metro aveva aperto le porte e stava vomitando il solito carico di passeggeri in corsa. Vidi la donna venire tranquilla verso di noi, trascinandosi dietro l’altra bambina. Aveva meno di trent’anni. Forse poco più di venti. Capelli scuri. Occhi chiari. Un bel fisico atletico. Nessuna deformazione tale da preoccupare il signor Lombroso con le sue teorie pseudo-scientifiche sui criminali brutti e cattivi, anzi. Anzi! L’altra bambina dimostrava cinque anni o poco più. La seguiva con aria annoiata.

- La ringrazio tantissimo – mi salutò cordialmente, venendomi incontro con un bel sorriso rilassato – Temevo di averla persa. Senza di lei sarei stata nei pasticci.

Nei pasticci? Che razza di modo di esprimersi! Una madre, che ha perso la figlia, dovrebbe essere disperata, non nei pasticci.

Non corse ad abbracciare la bambina. Qualunque madre l’avrebbe fatto, pensai. Cominciavo a convincermi che la bambina non stesse fantasticando.

- Sua figlia è stata bravissima – cercai di sondare - è davvero una bambina coraggiosa.

- Oh sì. È una brava bambina, ma non è mia figlia.

Ero convinto che avrebbe finto di essere la madre. Non mi aspettavo ammettesse subito di non esserlo. L’interrogatorio per cui mi ero preparato vacillava già ai primi colpi. Dopo un attimo di smarrimento chiesi:

- Non è sua figlia? Allora come mai è con lei?

- Sono un’assistente sociale.

La guardai con curiosità e la donna allora aggiunse:

- Lavoro all’orfanotrofio - guardò verso la piccola che non pareva ascoltarci e abbassò la voce - Elena è arrivata solo ieri. La sua mamma, poveretta, ha avuto un brutto incidente ed è morta. Non ha nessuno che si occupi di lei.

Ero spiazzato. Se era una storia inventata, era ben congegnata. Ogni cosa aveva un senso. Mi sentivo un idiota.

- Non ha un padre o dei nonni? – chiesi.

- Il padre è sconosciuto e i nonni sono molto anziani, vivono in una casa di riposo.

- Capisco – tutto tornava. Mi resi conto che muovevo impercettibilmente il piede sinistro per il nervosismo. Lo fermai.

Nonostante la spiegazione, continuavo a sentirmi turbato. Sapevo che non poteva essere così, ma l’idea del rapimento non mi abbandonava.

Approfittando del silenzio creato dalla mia esitazione, la donna mi salutò.

- Allora, arrivederci e grazie.

Stavano già per andarsene. La bambina si protese verso di me.

- Vieni - implorò.

Esitai perplesso. La piccola mi fissava. Le fermai con una domanda.

- È lontano l’orfanotrofio?

- Oh no! È poco distante dall’altra fermata.

- Le dispiace se vi accompagno?

La bimba sorrise illuminandosi. La donna mi guardò un po’ perplessa. Annaspai alla ricerca di una scusa.

- Mi piacerebbe sapere dove vive. Le sembrerà strano, ma anche se tutto è stato così veloce, ora mi sento, come dire? Coinvolto. Sì, credo sia questo.

Ero ancora poco convinto, anche se non capivo più perché. Sentivo che la mia risposta era debole, ma la donna parve credere che fossi sincero e, un po’ titubante, annuì.

- Venga pure. Si chiama L’Isola dei Bambini Perduti – mi sorrise – Lo conosce?

Non lo conoscevo.

__________________________________

 

Cominicia così il mio nuovo romanzo "La bambina dei sogni". Cerco lettori molto critici che mi vogliano e sappiano segnalare refusi o consigliare miglioramenti al testo, in vista di una prossima pubblicazione.

Grazie in anticipo a chi vorrà collaborare. Questa è la versione del 20 agosto 2013

 

Non ci sono commenti presenti.

Pubblica il tuo commento (minimo 5 - massimo 2.000 caratteri)

Qui devi inserire la tua Login!

Nascondi Qui devi inserire la tua password!

Hai dimenticato la password?

Qui devi inserire il tuo nickname!

Qui devi inserire la tua email!

Nascondi Qui devi inserire la tua password!

Hai dimenticato la password? Inserisci il tuo indirizzo email e riceverai i dati di accesso.

Qui devi inserire la tua email!

Ritorna alla login

Chiudi