Carlo Menzinger
LA BAMBINA DEI SOGNI Cap 8 A casa

Titolo LA BAMBINA DEI SOGNI Cap 8 A casa
Illustrazione di Angelo Condello
Autore Carlo Menzinger
Genere Narrativa      
Pubblicata il 29/09/2011
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Note Fatemi sapere cosa ne pensate e, per favore, segnalatemi tutto quello che non vi torna. Grazie

Capitolo 8

 
A CASA
 
C'è nei sogni, specialmente in quelli generosi, una qualità impulsiva e compromettente
che spesso travolge anche coloro che vorrebbero mantenerli confinati nel limbo innocuo della più inerte fantasia.
(Alberto Moravia)
 

- Verrai a stare un po’ da noi – dissi a Elena il giorno dopo, quando andai a prenderla. La bambina ne fu felicissima. Le avevano già preparato la valigia. Raccolse la sua Lolla, la bambola ad assetto orizzontale, e mi diede la mano, fiduciosa e serena. Non credo avesse afferrato il significato della delimitazione temporale un po’. Per una bambina di quell’età il tempo è ancora un concetto vago e io ero stato piuttosto impreciso. Io stesso non sapevo per quanto sarebbe rimasta da noi. Il futuro era una nebulosa indistinta e lontana.

Andando via, la piccola accettò persino un bacio da Maria, la donna cattiva, che volle baciare anche me sulla guancia. Ricambiai con tutto il trasporto che un simile bacio può consentire. Un attimo dopo mi sentii molto stupido per l’emozione provata.

Caricai la valigia della bambina nel portabagagli, misi a sedere Elena sul seggiolino posteriore e avviai il motore. Maria ci salutò dal marciapiede, incorniciata dallo specchietto retrovisore, quasi fosse già diventata una foto ricordo. Probabilmente non l’avrei più rivista per molto tempo, pensai. Poi mi ricordai delle visite che aveva promesso di fare per controllare la bambina. Probabilmente, però, le avrebbe fatte in orari in cui io sarei stato al lavoro. Storsi la bocca, con il sapore amaro dell’addio. Ci allontanammo. La sagoma di Maria che agitava la mano verso di noi, mi rimase a lungo impressa in mente, come l’ombra di un logo che abbia segnato lo schermo del televisore.

La piccola canticchiava a bassa voce una canzoncina senza parole e guardava fuori dal finestrino la strada che le scorreva accanto in una lunga teoria di palazzi, lampioni, insegne pubblicitarie, auto in sosta e in movimento: la nostra giungla quotidiana.

Avevamo deciso di farla entrare in casa in un momento in cui Laura fosse stata a scuola. In questo modo avremmo potuto gestire separatamente il momento dell’ingresso in casa e quello dell’incontro con nostra figlia. Due momenti ciascuno con le proprie problematiche, che volevamo tenere separate.

Giovanna venne ad aprire la porta, si chinò a baciare la bambina, che le gettò le braccia al collo, come se l’avesse sempre conosciuta. Mia moglie si emozionò, anche se cercò di non farlo vedere. La soccorsi, portando via la piccola, mentre lei si asciugava una lacrima.

- Ti va di vedere la cameretta dove dormirai?

- Sì.

Il nostro era solo un normale appartamento, ma abbastanza grande da poterci permettere due stanze per i bambini. La casa ci costava due mesi di stipendio per ogni metro quadro, sborsati in rate di mutuo semestrale a tasso variabile. Senza la sovvenzione familiare dei rispettivi genitori, con gli attuali prezzi di mercato, staremmo a dormire sotto un ponte. La sua stanzetta valeva quasi due anni di stipendio: un piccolo lusso, di questi tempi!  E  poi dicono che gli italiani non fanno più bambini!

C’eravamo chiesti se non mettere Elena in camera con Laura, ma non volevamo invadere subito il suo spazio. Decidemmo così di aggiustare la stanza in cui, fino a quel momento, avevo una sorta di piccolo studio per me. Quando comprammo la casa, avevamo pensato che potesse essere la stanza per un secondo bambino. La ripristinammo, dunque, al suo scopo originale. Io avrei trovato altri spazi per le mie cose. Del resto lavoravo sempre fuori. Quello studio mi serviva solo per sbrigare la gestione della casa e poco altro.

I tempi erano stati stretti, per cui la camera l’avevamo aggiustata come si poteva. Cercammo di ingentilire la stanzetta con un paio di poster e qualche peluche che Laura non usava più. Giocattoli non ci mancavano. Laura era sempre stata sommersa di regali da tutti, come i tanti figli unici della sua generazione. Eravamo abbastanza consapevoli di viziarla un po’, ma non eravamo capaci di non farlo. Forse ne avremmo pagato le conseguenze più avanti, ma ci piaceva farle avere tutto ciò che le serviva o poteva farle piacere. Così del resto si comportavano anche i genitori di altri bambini che conoscevamo.

- Ti piace? – chiesi a Elena, mostrandole la sua nuova cameretta.

- Sì – rispose. Era proprio una brava bambina. Tutto le andava bene. Mi pareva tanto autonoma e matura. Laura non aveva mai giocato da sola come, invece, faceva Elena. Che cosa avrebbe fatto nostra figlia Laura, se fosse rimasta orfana? Non pareva capace di allontanarsi da noi. Io credo che avrebbe pianto per giorni. Il solo pensiero mi turbava.

Elena, invece, no. Pareva sempre serena, anche se era evidente che qualcosa le mancava dentro. Il suo stesso attaccarsi a me, ne era un segno. Si manteneva, comunque, allegra e positiva.

Si mise a esplorare la nuova stanzetta e i giochi che avevamo lasciato là per lei. Era curiosa e felice più di quanto mi aspettassi.

Vedendola così, non mi pareva potesse esserci alcuna connessione tra lei e la bambina che s’intrufolava nei nostri sogni. Elena era normalissima e il suo carattere, di giorno, era del tutto diverso da quello della bambina dei sogni. Questa chiedeva e pretendeva. Lei, invece, accettava tutto, era sempre contenta, non reclamava nulla. Condividevano solo l’aspetto fisico.

 

Quando Giovanna riportò a casa Laura, Elena le corse incontro e abbracciò anche lei. Anche Laura parve contentissima di vederla. La mamma le aveva detto di Elena lungo la strada dalla scuola e, quando arrivò, nostra figlia non stava nella pelle dall’eccitazione.

Laura guidò Elena a conoscere la casa e si misero subito a giocare. Parevano due sorelle che fossero sempre state assieme ed Elena sembrava aver sempre vissuto in casa con noi.

Vedendole così felici assieme, mi parve proprio che avessimo fatto la cosa giusta. Se ne esiste una.

 

Nel pomeriggio, consumammo tutti e quattro assieme il rito infantile dei giardinetti. Mia moglie e io guardavamo, scomodamente seduti su una panchina sconnessa, le due bambine giocare in una di queste piccole gabbie a cielo aperto che a volte abbiamo l’ardire di chiamare parchi e in cui siamo soliti far trascorrere l’ora d’aria ai nostri cuccioli urbani. Mentre eravamo lì, pensavo al senso e al futuro della scelta che avevamo appena compiuto. Se apprestarsi ad avere un figlio proprio può preoccupare, la scelta di gestire il futuro di un bambino adottivo (o in affido, che fosse), in qualche modo, mi pareva ancor più pesante. Avrei voluto parlarne con Giovanna, ma ogni mio tentativo di intavolare una discussione veniva interrotto da qualche telefonata di lavoro o dallo squillo pigolante di qualche SMS importuno.

Ben tre volte mi chiamò quel rompiscatole barocco di Luca, con le sue frasi post-moderne tipo:

– Allora, Paolo, attendo la tua green light per il briefing post week end di domani sul breach dei covenants della target con i colleghi che seguono i key clients e i partners della SGR. Mi raccomando, perché abbiamo una timeline molto stringente. Temo ci sia anche da rivedere il security package e prevedere un nuovo hedging. Una equity injection penso che sarebbe imprescindibile con un current trading come quello che ti ho circolato in attach nella mail di ieri.

Potevo tollerare che mi parlasse a quel mondo durante la settimana, ma sentirlo baroccheggiare di domenica m’irritava alquanto, soprattutto perché non c’era alcun motivo di parlare di quelle cose senza aspettare il ritorno al lavoro. Faticai a non trattarlo male, ma il risultato fu che non riuscii a scambiare due parole utili con mia moglie.

Rientrando a casa, comprammo una bella torta per festeggiare a cena l’arrivo di Elena. Che il dolce piacesse a Laura ne eravamo certi. Anche Elena la gradì, cosa che non davamo tanto per scontato. Quando eravamo piccoli noi, non c’era bambino che non accogliesse con entusiasmo qualsiasi dolciume. La generazione di Laura era diversa. Troppo spesso avevo visto le sue amichette rifiutare dolci o gelati. Ancor più spesso li avevo visti lasciare, devastati, nei piatti. I bambini di oggi sono talmente sommersi di cose buone da mangiare, che hanno perso qualsiasi interesse per dolci e leccornie. Lo stesso discorso vale per i giocattoli, che, spesso, destano il loro interesse solo nel momento di aprire la confezione regalo e vengono poi dimenticati in mezzo al cumulo degli altri giochi. 

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