Carlo Menzinger
LA BAMBINA DEI SOGNI Cap 10 Apparizioni

Titolo LA BAMBINA DEI SOGNI Cap 10 Apparizioni
Illustrazione di Angelo Condello
Autore Carlo Menzinger
Genere Narrativa      
Pubblicata il 04/10/2011
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Note Ecco ancora una bozza di capitolo per l´editing. Cosa non vi torna? E´ troppo intricato? La situazione si capisce o, viceversa, viene spiegata in modo eccessivo?

CAPITOLO 10 

 

APPARIZIONI
…il pensiero umano, se opportunamente indirizzato,
è in grado di influenzare e modificare la massa fisica.
(Il Simbolo Perduto – Dan Brown)
 
 
 

Da quando Elena viveva con noi non l’avevo più sognata.

Ero in viaggio di lavoro per sistemare un contratto assieme a dei clienti di Napoli. Avrei alloggiato per tre notti in un hotel sul golfo. Dalla finestra vedevo Castel dell’Ovo, baluardo di pietra umana tra il blu del mare da cui sorgeva e il blu del cielo. La prima sera mangiai pizza fritta e friarielli in un locale in Santa Lucia e, dopo una passeggiata sul lungomare rosseggiante di sole che si tingeva di notte, mi ritirai nella mia stanza.

Non riuscendo a dormire, uscii di nuovo sulla strada, d’un tratto piena di gente. L’aria era tiepida e piacevole. Uomini e donne passeggiavano senza posa, avanti e dietro, quasi fosse una via più centrale in un’ora di punta. Mi parve di riconoscere anche i miei clienti, anche se mi parve fossero vestiti diversamente e in modo un po’ strano. Provai a salutarli, ma la folla era tale che non riuscii a farmi notare e fui risucchiato via dal movimento delle persone. Onde di volti andavano e venivano in un flusso continuo, colorato e rumoroso.

All’improvviso il mare, nero come il cielo notturno, prese a gonfiarsi. Oltre le teste della gente, si sollevò una grande onda tenebrosa, che avanzò incombendo verso la riva.

La folla fu presa dal panico e cominciò a fuggire. L’onda scura e schiumosa stava già per travolgere il castello, che sorgeva poco distante dalla riva e che, nonostante la sua imponenza, pareva un balocco di fronte alla maestosità di quella manifestazione della natura.

Fu allora che vidi Elena. D’un tratto mi parve che la massa d’acqua in arrivo perdesse concretezza, quasi diventasse un’immagine su un grande schermo. Le persone scappavano da ogni parte, ma ogni movimento si svolgeva ora nel più totale silenzio. Tra me e il mare c’era Elena. Aveva una concretezza che nessun sogno ha mai avuto. Sapevo di stare sognando e che quelle persone che mi correvano attorno erano immaginarie. Lei no. Lei mi pareva reale. Tutto sembrava frutto della fantasia. Solo lei appariva così vera. L’onda, bloccata nella sua avanzata da una strana moviola, si muoveva al rallentatore. Le persone parevano non avere più dei connotati precisi e i loro passi avevano un ritmo lento. Solo la nostra orfana era chiara e nitida.

Era più una visione che un sogno. Ripensandoci il giorno dopo, mi vennero in mente le persone che dicono di aver visto la Madonna o qualche santo. Non dicono mai d’averla sognata. Loro l’hanno vista!

Il sogno dell’onda pareva un film che si svolgesse dietro di lei. Non ero più sul lungomare, ma di nuovo nella camera d’albergo.  Avevo la stranissima sensazione che Elena fosse davvero nella stanza, anche se sentivo e sapevo che non c’era e che la stavo sognando. Del resto non vedevo la camera. Ero lì: sul lungomare impazzito dipinto dal mio sogno. Eppure no. Quello doveva essere un sogno, perché, nello stesso momento ero seduto sul letto dell’hotel.

Provavo la sensazione inquietante di fare due sogni in contemporanea. Un’esperienza di cui non ho mai sentito parlare.

Elena mi salutò. Non mi abbracciò, né baciò, come era solita fare nella vita reale. Si limitò a un gesto della mano, come se non potesse avvicinarsi. Era una visione dietro un vetro inattraversabile. Alle sue spalle, ce n’era un altro, dietro cui scorreva il film del sogno. Lei stava tra queste due superfici trasparenti. In un mondo suo. Né vera, né sognata. Né lontana, né realmente vicina. Remotissima vicinanza.

- Quando torni? – mi chiese teneramente.

- Presto – le risposi con affetto. Non c’era nulla di terribile o di spaventoso in quel momento. La situazione era però così strana da turbarmi profondamente.

Il mare travolse la folla con calma innaturale, distrusse, nella nostra totale indifferenza, auto in sosta e palazzi. Io e lei volteggiavamo in un non-spazio solo nostro. Oltre la vita reale. Oltre il sogno. Nonostante l’angoscia della scena dietro di lei. Il mare pareva un mostro preistorico, un’oscura essenza liquida e massiccia nel contempo, animato da una propria coscienza; una protuberanza di Solaris, un’esplosione vitale del pianeta vivente sognato da Lem. Qualcosa di troppo anomalo, che si muoveva nella mia mente, rovesciandone la razionalità.

 

Quando mi svegliai al mattino, il ricordo era sfumato. Ricordavo di aver sognato Elena ma, a differenza di altre volte, non sarei stato in grado di descriverla nei particolari. Non avrei, per esempio, saputo dire che vestito indossasse. Questo mi convinse che anche la sua presenza fosse stata solo un sogno: è normale non ricordarne i particolari.  Anche quel mare autocosciente mi parve solo una mia illusione notturna, forse partorita dalle mie troppe letture fantastiche. A dir il vero, anche di persone reali spesso non sono in grado di ricordare abiti e altri dettagli solo pochi minuti dopo averle lasciate.

 

La notte successiva Elena tornò a farmi visita. Questa volta pareva più triste e quasi arrabbiata.

  Ancora non sei tornato.

  Sto lavorando – le risposi – ora non posso venire. Tornerò presto.

  Presto quando? – chiese lei.

  Tra due giorni – è difficile spiegare il tempo a una bambina. Non meno difficile era spiegare il concetto di lavoro e d’impegno. Farlo in sogno era un’impresa senza speranza.

La sua immagine aveva sempre le stesse caratteristiche di corporeità e di sovrapposizione rispetto al sogno normale. Il fatto che non fosse la prima volta che la percepivo così, non ridusse per nulla il mio sbigottimento, anzi, il ripetersi di quella strana sensazione contribuì a turbarmi ancora di più. Mi chiesi persino se non fosse il caso di sentire uno psicanalista. Avevo, però, la netta sensazione che nessun medico avrebbe compreso la natura di quel fenomeno. Mi pareva quasi più materia da medium o veggenti, anche se avevo sempre disprezzato simili soggetti, ritenendo il mondo del paranormale tutta una trappola per prendersi gioco degli ingenui.

Probabilmente Elena era riuscita a sviluppare delle potenzialità della mente che avevano a che fare con la trasmissione del pensiero e, forse, la telecinesi. Cose che sfuggivano alla mia razionalità. Pensai alle sinapsi. Le mie conoscenze di medicina erano e sono quanto mai limitate, ma credo che i neuroni comunichino tra loro mediante qualcosa di simile a delle scariche elettriche. Nel loro piccolo, era forse una sorta di comunicazione a distanza. Non poteva essere che un gruppo di neuroni o un intero cervello riuscisse a comunicare oltre grandi spazi? Come poteva essere possibile a centinaia di chilometri?

Del resto, chi si stupisce più delle onde radio, dei cellulari, della televisione. Se abbiamo sviluppato una tecnologia che consente di far entrare in ogni casa immagini provenienti da molto lontano, perché, allora, in natura non dovrebbe esistere un qualche organismo in grado di fare altrettanto? E perché  non dovrebbe essere un cervello umano, dato che abbiamo la presunzione di considerarlo quello più evoluto? Non era, quindi, possibile che l’evoluzione, nella sua continua sperimentazione, che talora produce mostri o esseri malati, avesse prodotto, in Elena, un essere dotato di particolari capacità psichiche? Lei era il ripetitore televisivo e il mio cervello il televisore su cui proiettava le immagini generate dalla sua mente. Era, anzi, qualcosa di più simile a un videotelefono, dato che durante questi sogni riuscivo a conversare con lei. I cellulari e i televisori si servono di ripetitori, di satelliti. In che modo le sue onde cerebrali potevano raggiungermi così? C’era forse un ponte di menti come la sua di cui si serviva?

Era lei a manovrare il sogno, ma anch’io potevo recitarvi la mia parte. Provai a convincermi che non dovevo spaventarmi, che anzi fossimo alle soglie di un salto evolutivo della nostra specie di cui non potevamo che rallegrarci.

Subito dopo la mia razionalità riprendeva il sopravvento e mi dicevo che questo era assurdo e che era solo la mia fantasia a immaginare tutto e che più mi preoccupavo della cosa, più questa prendeva consistenza.

 

La terza notte, l’ultima che avrei dovuto passare in albergo, come ormai m’aspettavo, Elena tornò ad apparirmi.

  Torna. Ti aspetto.

  Domani sera tornerò, piccola. Non temere. Tornerò domani. Tu ora dormi.

  Va bene – gracchiò e se ne andò. Non scomparve e non si allontanò. Il sogno la inghiottì, la fagocitò improvvisamente. Mentre la sognavo andarsene, provai l’impulso di seguirla e il sogno mi precipitò addosso, come il Mar Rosso sugli egizi. Nel contempo, sentii di sprofondare in un immenso materasso di piume. Piume nere. Profondo come un pozzo, da cui venivo aspirato. Non sentivo né il contatto con l’acqua, né con le piume. Il sogno aveva una sua diversa consistenza. Mi parve di soffocare e mi svegliai di soprassalto, boccheggiando. Elena, andandosene, aveva creato un risucchio che si era portato via tutta l’aria: un finestrino spaccato in un aereo ad alta quota.

Era stata lei a manipolare il sogno, come, giorni prima, aveva mosso i Bambini Perduti che mi tenevano imprigionato? Questa volta la sensazione fu diversa. Aveva mutato la consistenza del sogno. L’aveva trasformato in materia. Materia psichica, forse, ma estremamente corposa, come pareva reale lei nelle sue apparizioni.

 

La bambina aveva delle grandi capacità. Spiderman avrebbe detto che grandi poteri, comportano grandi responsabilità. Lei, pur essendo solo una bambina che ancora non sapeva neanche leggere o scrivere, aveva dei poteri che anche un adulto avrebbe stentato a usare nel modo migliore. Si poteva insegnare a una bambina a non abusare della propria forza? Mi sentivo un domatore di leoni. Potrà sembrare strano, ma questo mi rincuorò. Se un uomo riesce a dominare e domare belve tanto più forti e pericolose di lui, pensai, perché un altro uomo non dovrebbe riuscire a insegnare a una bambina a usare la sua forza sovrumana in modo giusto, senza provocare danni?

Anche armato di frustino, però, non credo che sarei entrato a cuor leggero in una gabbia piena di leoni!

Quella che uno strano fato mi aveva assegnato come figlia era qualcosa di più di una bambina prodigio. Essere il padre di Mozart, in quei momenti, mi parve dovesse esser stato compito assai meno gravoso. Mi sentivo, piuttosto, uno dei genitori adottivi di Superman. Un Superman con, ancora, un senso piuttosto vago della giustizia e pronto a distruggere tutto il mobilio di casa per il minimo capriccio.

Che i bambini reclamino la presenza dei genitori è normale ed è normale, quando sono piccoli, che non amino lasciarli andar via e che magari piangano per il distacco. Dunque, non mi sorprendevo poi troppo delle continue richieste di maggior presenza fatte da Elena, sebbene giungessero per via onirica. Queste richieste però, forse proprio per la forma anomala in cui mi pervenivano, stavano assumendo un carattere che nella mia mente sembrava sempre più ossessivo. Nel rifletterci mi venne in mente il romanzo di Lem, “Solaris”: il pianeta vivente, riesce a riprodurre, in forma umana e corporea, Harey, la moglie morta del protagonista. La donna, che gli appare sotto forma di incubo a occhi aperti, è incapace di lasciarlo e si dispera ogni volta che lui si allontana. Se non fosse per il fatto che Elena mi appariva in sonno e non quando ero sveglio, mi sembrava quasi Harey. C’era qualche connessione tra il mare solariano dell’altro sogno e questa sua natura o ero solo io a trovare queste somiglianze? Elena era, allo stesso modo di Harey, generata da uno strano mare psichico o non era, come credevo, piuttosto l’inverso? Mi stavo facendo suggestionare dalle letture! Forse aveva ragione Giovanna a dire che leggo troppo perdendo il contatto con la realtà

 

Quando tornai a casa preferii non parlare a mia moglie di questi sogni per non turbarla e non ne parlai con nessun altro. Chiunque mi avrebbe preso per uno squilibrato. Mia moglie, invece, avrebbe potuto spaventarsi, perché già aveva sperimentato la corporeità delle apparizioni di Elena.

 

Fu, invece, lei a entrare in argomento.

  Paolo, sono agitata – esordì. La guardai cercando di nascondere l’apprensione.

  Continuo a sognare Elena – proseguì mia moglie, confermando i miei sospetti repressi – è così… strana. Di giorno è una splendida bambina. Assolutamente adorabile. Affettuosa, educata, gentile. Non piange e non si lamenta mai. Di notte, però… beh… anche di notte è adorabile, quando la guardo dormire ha un’aria così dolce, sembra un angelo, ma… quei sogni… è come… come se fosse lei a farsi sognare. Sembrano suoi messaggi. Lo so che non ha senso e sembrano mie fantasie, però… mi chiede di notte tutto quello che non chiede di giorno. Se un cibo non le piace lo mangia lo stesso, ma poi la notte mi rimprovera. Se il pomeriggio la trascuro, la notte mi fa capire d’averlo fatto. Se favorisco Laura – e sai bene che cerco sempre di non farlo – in sogno mi rimprovera. È come se mi sentissi in colpa verso di lei e inadeguata a soddisfare i suoi bisogni. È tutto così assurdo. Lo so che sono solo dei sogni. Eppure… Non mi sembra possa essere tutto frutto solo del mio rimorso o delle mie incertezze. Mi fa sempre più paura. Non capisco perché continuo a sognarla così. Deve essere un segno. La sua presenza mi turba. Lo so che credi che sia pazza… ma se non ne parlo con te con chi potrei…

- Non sei pazza. Anch’io… La bambina continua ad apparire in sogno anche a me. Sembra che lei sia lì in carne e ossa. Io non la sogno così spesso, ma in questi giorni che sono stato via mi è apparsa tutte le notti. Non so se siano solo proiezioni dei nostri sensi di colpa, però è strano che capiti a tutti e due. Anche suo nonno mi ha detto qualcosa sul fatto che lei lo visitava in sogno. Mi pareva un po’ svagato, un po’ lunatico… ma sentivo che non era pazzo, non del tutto almeno. Deve avere qualche strano potere paranormale. Qualcosa che le permette di manipolare le nostre menti.

  Poteri paranormali, Paolo? Ma cosa dici? Sei tu a dire una cosa simile? Non ti riconosco! Dove è finito tutto il tuo scetticismo verso le superstizioni e persino la religione? Sono solo incubi, ma significano qualcosa: questa bambina sta turbando le nostre vite. Non è bene stia con noi. Che cosa dobbiamo fare, Paolo? Ho paura.

  Non devi temere. È una brava bambina e ci vuol bene. Anche ammesso che abbia poteri paranormali non ci farebbe mai del male.

  Poteri? Paolo! Insisti! Non è questo il punto. Siamo noi che non riusciamo ad accettarla. È tutto nelle nostre teste. Non ha nessun potere. Non siamo in un fumetto, ma se noi siamo così agitati, la cosa potrebbe turbare anche Laura.

  Le bambine vanno così d’accordo. Laura mi pare molto tranquilla. Non ti preoccupare.

 

Qualche giorno prima avevamo avviato la pratica per trasformare l’affido temporaneo in adozione. Quei sogni, però, ci turbavano talmente che fummo assai poco solleciti nei vari adempimenti da seguire. Non che avessimo deciso di interrompere la procedura, ma non riuscivamo più a sentire l’impulso ad andare avanti. La paura ci rallentava. O forse rallentava me. Giovanna era turbata dai sogni, ma non pensava come me che fossero qualcosa di anomalo, di… sovrannaturale.

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