Carlo Menzinger
LA BAMBINA DEI SOGNI Cap 11 Maria

Titolo LA BAMBINA DEI SOGNI Cap 11 Maria
Illustrazione di Angelo Condello
Autore Carlo Menzinger
Genere Narrativa      
Pubblicata il 08/10/2011
Visite 2711
Note Ancora una volta, Vi chiederei di segnalarmi errori e refusi. Qui si cominicia a parlare più in dettaglio delle pratiche di adozione. Vi sembrano possibili le visite a casa degli assistenti sociali? Chi ha esperienza? L´attrazione tra i due come Vi s

Capitolo 11

 

MARIA

 
Nel grande abisso vivono strane creature
e il cercatore di sogni deve stare attento a non provocare o incontrare quelle sbagliate.
(Howard Phillips Lovecraft)
 

Maria ci aveva promesso che sarebbe venuta di tanto in tanto a vedere come stava Elena. Come assistente sociale questo rientrava nei suoi compiti. Non era certo una sua iniziativa personale.

Durante la sua prima visita io ero al lavoro e, così, incontrò solo mia moglie.

Giovanna mi raccontò che la ragazza era stata un po’ di tempo con le bambine, che aveva parlato con loro, poi aveva fatto qualche domanda sul loro comportamento e mia moglie le aveva riferito che andava tutto bene, senza fare nessun accenno ai sogni.

Dopo un paio d’ore Maria se n’era andata e a Giovanna era parsa soddisfatta.

Venne quindi, successivamente, un altro assistente sociale per l’indagine relativa all’adozione, uno che non conoscevamo, e anche questa volta la visita si svolse, in mia assenza, piuttosto bene e tranquillamente.

Un sabato mattina Maria si presentò non annunciata. Le visite a sorpresa rientravano nel programma di controllo per verificare la regolarità della nostra vita familiare. C’ero solo io in casa. Giovanna aveva portato Laura ed Elena ai giardinetti.

- Sono da solo. Mi dispiace, se avessi saputo della sua visita, avrei detto a Giovanna di non uscire con le bambine. Comunque, se vuole entrare lo stesso…

- Grazie. Visto che siamo qui e che con lei ancora non ho parlato da quando Elena è qui, vorrei farle alcune domande.

La feci accomodare in salotto. Si sedette in poltrona, accavallando le gambe fasciate in un paio di pantaloni attillati. Ne scrutai la forma. Erano lunghe e magre. La sua scollatura mi portò a interrogarmi sul motivo per cui avesse scelto una maglia che le lasciava così esposto il lungo collo sottile e le spalle ben formate, con un piccolo tatuaggio che calamitava lo sguardo. Non capivo cosa rappresentasse, ma non osavo fissarlo per non sembrare indiscreto. Non conoscendola mi chiedevo se quel suo modo di vestire fosse per lei normale o fosse dedicato a me. Si aspettava di trovarmi da solo? Fantasticai chiedendomi se volesse sondare la solidità del mio matrimonio, mettendolo alla prova o sedurmi.

Le offrii qualcosa da bere. Accettò un caffè. Lo preparai solo per lei. Io non ne prendo mai. Non mi piace e non capisco come certe persone non possano farne a meno. Il solo modo, per me, per mandarlo giù è annegarci dentro svariati cucchiai di zucchero. Da tempo ho quindi deciso di evitarlo. Mi confermo nella scelta dicendomi che la caffeina non fa di sicuro bene.

Per farle compagnia mi versai un succo di mela. Porgendole la tazzina riuscì a vedere meglio il tatuaggio: uno strano uccello nero. Non capivo di che razza. Un corvo?

Maria mi fece le solite domande del tipo: la bambina le sembra serena? Come si trova con Laura? Mangia e dorme regolarmente? Sua moglie è contenta?

Le diedi con diligenza tutte le risposte. Nel complesso il quadro era assolutamente positivo. Lo era veramente, in effetti, se non si faceva cenno ai sogni. Elena, in fondo, dormiva in modo tranquillo e regolare. Lei! La piccola sembrava essersi inserita perfettamente in famiglia e non mostrava traumi per la perdita della madre. Era come se questa non fosse mai avvenuta. Le feci notare che tanta disinvolta serenità forse era un po’ preoccupante:

- Mi sembra così strano che non manifesti nostalgia per la sua mamma.

- Questo non è male, anche se sarebbe stato più normale se ne avesse reclamato la presenza – concordò la ragazza – Non vorrei che covi tutto dentro di sé. Il dolore potrebbe esplodere improvviso, in modi che non immaginiamo.

Dopo un po’ che discutevamo, visto il tono confidenziale che avevamo instaurato, le proposi di darci del tu e lei accettò volentieri con uno di quei sorrisi che m’illuminavano il cuore.

Le offrii un secondo caffè, che, contro le mie previsioni, accettò. Mentre lo preparavo, mi seguì in cucina e, per chiacchierare, le chiesi qualcosa della sua vita.

Mi raccontò del suo amore per i bambini, che l’aveva spinta a scegliere quel lavoro, e poi mi disse quanto le dispiacesse non avere ancora figli propri.

- Ho cominciato a fare l’assistente sociale per caso. Non è che non mi piaccia, ma se potessi dedicarmi a figli miei, questo lavoro lo lascerei, ma - aggiunse dopo una pausa che mi parve ammiccante - ancora non sono riuscita a trovare l’uomo giusto.

- Una ragazza carina come te, certo non avrà difficoltà a trovarlo – le risposi, mentre in testa mi riaffioravano le immagini dell’ultimo sogno in cui mi era comparsa.

Non volevo provarci. Non avrei voluto lanciarle segnali. Ero un uomo sposato e lei era più giovane di me. Eppure sentivo affiorare una certa attrazione verso di lei e sentivo che in questo c’era una certa reciprocità. Le osservai il collo chiaro, su cui ricadevano i lunghi capelli neri. La scollatura suscitava fantasie di baci vampireschi.

Anche lei mi parve cosciente delle barriere che ci separavano. Il nostro si trasformò dunque in un piccolo gioco vano di lieve seduzione reciproca, che entrambi sapevamo non avrebbe portato a nulla. Di nuovo provai la sensazione che mi stesse mettendo alla prova, ma non ero affatto convinto che fosse per capire se ero il padre adatto per Elena. I segnali mi parevano troppo sinceri per essere una messinscena. Osservai compiaciuto il lieve movimento delle sue mani affusolate. Scrutai l’accavallarsi delle gambe. Rinunciando a ogni sospetto, lanciai frasi prudentemente maliziose, che afferrò al volo rispondendo con altrettanta casta malizia. Ritrovarla in quella stessa casa in cui l’avevo sognata entrare provocante, mi suscitava desideri e fantasie. Li repressi, scacciandoli dalla mente, come con la mano si potrebbe scacciare una mosca molesta, ma, proprio come una mosca molesta, quelle immagini continuarono a insinuarsi nella mia mente. Mentalmente continuavo a spogliarla e a rivederla mentre si avvicinava nuda al mio letto e s’insinuava sotto le coperte. Finché riaffiorava nella memoria quell’altro sogno. Quello in cui Elena mi rimproverava e mi ordinava di non sognarla. Questo riusciva a placare le mie fantasie, come una doccia fredda e improvvisa che ci ridesti dal torpore. Mentre ero scosso dal pensiero della bambina, il suo tatuaggio si mosse e mi parve voler prendere il volo.

Dovetti chiudere le palpebre. Riaprendole il piccolo disegno scuro era sempre al suo posto.

Trascorremmo così una piacevole, ma conturbante mezz’ora di sguardi che dicevano quello che le bocche mai avrebbero potuto dire. Tristi, languidi giochi di prigionieri dietro invisibili sbarre. Con l’immagine di Elena in mezzo a noi, a dividerci forse più che quella di Giovanna. Elena ci aveva fatto conoscere, ma ci teneva lontani.

Maria si trattenne così in casa più del necessario e, poi, infine, se ne andò, con la promessa di tornare presto.

- Verrò a vedere come sta la bambina. Credo che non ci saranno problemi per l’adozione.

- Vieni quando vuoi. La porta è sempre aperta.

- Ciao Paolo.

Ero incerto se salutarla con un bacio sulle guance, ma mi parve prematuro. Quando era entrata, in fondo, ci davamo ancora del lei. Le strinsi la mano.

- Ciao.

Ricambiò la stretta, aggiungendo una lieve pacca cameratesca sul braccio sinistro e uno sguardo di complicità. Per tutta la visita non feci neanche un accenno agli strani sogni che ci tormentavano.

La osservai allontanarsi scrutandone l’andatura. Esitai a richiudere la porta.

Non si voltò.


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