Carlo Menzinger
LA BAMBINA DEI SOGNI Cap 12 Litigi

Titolo LA BAMBINA DEI SOGNI Cap 12 Litigi
Illustrazione di Angelo Condello
Autore Carlo Menzinger
Genere Narrativa      
Pubblicata il 11/10/2011
Visite 2447
Note Aspetto sempre osservazioni per migliorare il romanzo. Grazie.

Capitolo 12

 
LITIGI
 
I sogni non vogliono farvi dormire, al contrario, vogliono svegliare.
(René Magritte)
 

Solo dopo alcune settimane che Elena viveva con noi, capitò quello che in tutte le case è questione quotidiana o quasi: le bambine litigarono.

Pur non dando troppo peso alla cosa, che ci parve più che naturale, mia moglie e io ne fummo colpiti proprio per il fatto che era la prima volta che si verificava un bisticcio tra di loro e ci stavamo quasi illudendo che l’armonia tra le piccole non si sarebbe mai spezzata.

Fu uno di quei classici conflitti territoriali e di possesso in cui i bambini danno un esempio di come diventerebbero da adulti, se privi di un sistema morale di regole, dimostrando - se ce ne fosse bisogno - che siamo tutti figli di Caino e Abele o, almeno, di Romolo e Remo.

Elena aveva usato delle bambole di Laura senza chiederle, andandosele semplicemente a prendere tra i suoi giochi quando lei non c’era.

Quando Laura l’aveva scoperto, si era arrabbiata e l’aveva insultata.

Le costringemmo a fare la pace e spiegammo a Laura che ciascuna poteva usare i giochi dell’altra, bastava che li trattasse con cura. Le bambine parvero accettare la regola e pacificarsi.

La cosa sarebbe potuta finire lì e non avrebbe meritato di essere ricordata, se quella notte Laura non avesse sognato Elena. Laura si svegliò nel cuore della notte e si mise a piangere.

– Che cosa hai sognato? – Le chiesi.

   Elena. Mi guardava. Mi fissava. Non riuscivo a dormire, a fare nulla. Non mi lasciava stare.

  Era un sogno. Dormivi.

 

  Hai visto Elena in camera svegliandoti?

  No… Sì.. Non so. Insomma, c’era nel sogno, poi non c’era più. Non so se sognavo, però, c’era. Insomma… non capisco – stava per scoppiare di nuovo in pianto.

Dato che Elena dormiva tranquillamente nel suo lettino, ne dedussi che doveva essere uno di quei sogni che ormai conoscevo anche troppo bene.

- Non mi lascia dormire – si lamentò. – Se chiudo gli occhi, mi costringe a riaprirli.

Non sapevo cosa fare. Avrei dovuto svegliare Elena e dirle di non disturbare più Laura in sogno? Mi pareva assurdo. Eppure ero quasi convinto che Elena non fosse del tutto innocente. Razionalmente decisi che dovevano essere i sensi di colpa per la litigata del pomeriggio a tenere sveglia e agitata Laura. Non dovevamo farci suggestionare.

Decisi che il giorno dopo avrei cercato di esplorare cosa Elena sapesse dei propri misteriosi poteri.

Feci riaddormentare Laura, tenendole la mano. Quando sentii che si stava addormentando, come ero solito, feci scivolare la mia mano dal palmo della sua al dorso. La manina cercò di trovare ancora la presa, ma poi, sentendo il mio palmo intorno, si quietò e Laura finì di addormentarsi. Allentai la presa sul piccolo pugno, che si distese e, dopo qualche secondo, le lasciai la mano. Ora dormiva veramente. Dopo qualche altro attimo, potei alzarmi e tornarmene a letto.

Agitata com’era, mi meravigliai, di essere riuscito a farla dormire piuttosto in fretta. I bambini hanno questa magica capacità d’inquietarsi in un attimo e di placarsi ancor più velocemente. Dormii tranquillamente fino al mattino, anche se mi trovai ad attraversare in sogno una strada di periferia deserta, che costeggiava i binari della ferrovia, il cielo aveva l’illuminazione leggera delle ore che seguono il tramonto. Non c’erano treni. Il cielo era alto sopra di me, ma pareva abbassarsi in lontananza, per un effetto che non era solo dovuto alla prospettiva. Quello che mi turbò fu però la sua velocità. Era un cielo in movimento, in cui le nuvole si componevano e scomponevano rapidamente. Un film accelerato. Scorrevano via, nella direzione della strada. Un fiume d’aria velocissimo. Alzando la testa per guardare meglio, mi parve di perdere l’equilibrio e di cadere all’indietro. Svegliandomi non riuscivo più a ricordare come fosse cominciato il sogno.

 

Quando la mattina Elena fu sveglia le chiesi:

- Che cosa hai sognato questa notte?

E lei, spontaneamente, mi confessò:

- Sono stata da Laura, perché era cattiva.

- E cosa hai fatto con Laura?

- L’ho punita.

- Tu non puoi punire gli altri bambini. Non devi. Solo i grandi possono punire. Capito?

Era un concetto generale ma, nel dirlo, praticamente stavo ammettendo con me stesso che era tutto vero e che Elena aveva dei poteri paranormali. Questo andava contro tutto il mio moderno razionalismo, ma era così. Sogno dopo sogno, notte dopo notte, stavo ormai arrivando a quella sconcertante conclusione: Elena aveva dei poteri psichici eccezionali. Di più: Elena aveva capacità paranormali di cui non avevo mai sentito parlare prima.

Ero al corrente dell’esistenza presunta di individui che pretendono di piegare o muovere gli oggetti con il pensiero, conoscevo l’esistenza di persone che ritenevano di aver avuto visioni (sia di natura religiosa, sia di altro genere). Sapevo di medium che sostenevano di poter parlare con i morti. E, ovviamente, sapevo che esistono persone che sostengono di leggere il pensiero.

Non avevo mai creduto a nessuno di loro e non me n’ero mai interessato e quindi, sebbene, la mia cultura in materia fosse certo modesta, mai prima avevo sentito dire di qualcuno in grado di manipolare, con la sola forza del pensiero, i sogni altrui.

Elena in questo mi pareva davvero unica.

- Come l’hai punita?

- Non l’ho fatta dormire.

Come aveva detto Laura.

Lanciai uno sguardo fuori dalla finestra. Le nuvole correvano velocissime. Mi avvicinai al vetro e rimasi a fissarle perplesso, riflettendo.

Sapevo che se avessi raccontato una simile storia a mia moglie, Giovanna sarebbe entrata in agitazione e avrebbe voluto fare qualcosa per proteggere nostra figlia. Il mio razionalismo m’impediva di accettare pienamente la cosa e di vederci un pericolo. La mia sola preoccupazione era che non fosse Giovanna a farlo: a vedere in Elena una minaccia. Quella bambina non meritava di essere considerata un mostro. Era troppo buona, troppo affettuosa. Ormai le eravamo tutti affezionati. Come poteva essere davvero pericolosa? E, soprattutto, come poteva essere vero che avesse simili sconvolgenti capacità. Non riuscivo ad accettarlo, sebbene ne fossi ogni giorno - e ogni notte - più consapevole.

 

Fu però Laura, durante il giorno, a manifestare un certo timore verso la bambina, nonostante fosse più piccola di lei. E Giovanna lo notò.

- Che cosa avrà Laura? La vedo un po’ troppo guardinga nei confronti di Elena. Sembra quasi che ne abbia un po’ paura.

- Dici? – chiesi con fare distratto, approfittando della generica convinzione che hanno le donne, secondo cui i mariti non si accorgerebbero mai di nulla di quello che avviene in casa.

Così Giovanna rimase con il suo dubbio, Laura con i suoi timori e io con la mia apprensione.

Giovanna, però, prese a vigilare più attentamente sulle bambine. Una volta che notò un piccolo sopruso di Elena nei confronti di Laura, cui nostra figlia non aveva neanche provato a reagire, la difese e sgridò Elena.

Fu così che il fantasma onirico di Elena si piazzò a sedere nel mezzo di un sogno di mia moglie e rimase imperturbabile a fissarla per tutta la notte. Non si mosse. Non fece nulla. Fu il suo sguardo di rimprovero a scuotere i nervi di Giovanna. Il suo sguardo fisso e interminabile.

Al mattino, Giovanna me ne parlò. Non sapeva se attribuire il sogno ai propri sensi di colpa per aver sgridato la bambina, forse troppo severamente, o ad altro. Anche lei, credo, cominciava a interrogarsi su possibili poteri paranormali di Elena.

Fu Laura a interromperci.

- Mamma – gridò – hai visto quanti corvi fuori dalla finestra?

Quando c’affacciammo stavano già volando via ed erano una nuvoletta scura in lontananza.

Non ricordavo di aver mai visto tanti corvi in città, ma per quel che potevo giudicare da quella distanza potevano anche essere altri uccelli. Con un brivido ripensai a quando li avevo sognati.

Mi preoccupava che la tranquillità e l’armonia della nostra casa, nonostante di giorno paresse perfetta e idilliaca, di notte si stesse trasformando in una strana tortura psichica. Qualcosa di questa difficile situazione notturna stava minando anche le nostre veglie.

Di giorno Elena era un tesoro di bambina, buona, ubbidiente, gentile, affettuosissima, educata. Di notte, invece, agiva in modo negativo sulle nostre menti, lasciandole poi inquiete e confuse anche durante le ore diurne. Era come se compensasse la bontà manifestata da sveglia con qualcosa che non oserei davvero definire cattiveria. Forse era solo un insolito tentativo di richiamare l’attenzione su di sé, come certi capricci dei bambini.

Se l’idea di suoi possibili poteri psichici ci fosse apparsa solo lontanamente accettabile e verosimile, avremmo subito preso provvedimenti e probabilmente avremmo sgridato o addirittura allontanato la bambina. Il fatto che, invece, tutto ciò non avesse senso per il nostro modo di pensare, c’impedì di reagire correttamente e tempestivamente.

 

Trascorsero così vari giorni prima che una nuova lite tra le bambine venisse a turbare la quiete quotidiana.

La notte successiva fummo svegliati dalle grida di terrore di Laura. Mi svegliai di soprassalto. Quando ci precipitammo in camera sua, la trovammo con il volto quasi cianotico, come se non riuscisse a respirare. Non urlava più, ma aveva gli occhi sbarrati. La sua espressione era di puro terrore.

  Che cos’è successo? – le chiesi.

  Elena mi voleva uccidere.

  Hai fatto un incubo. Non ti deve preoccupare. L’hai solo immaginata – provò a tranquillizzarla la mamma, che era forse più agitata di lei, anche se cercava di non darlo a vedere.

  Non potevo più respirare. Elena mi aveva avvolto il sogno addosso.

  Come può aver fatto una cosa simile? – chiese Giovanna – I sogni non sono… non sono delle stoffe. Forse sei rimasta impigliata nelle coperte e ti sembrava di soffocare.

  No – pianse – No. No. Era il sogno. Era il sogno! Mi ha fatto affogare dentro. Era arrabbiata per stamattina.

Rivissi la sensazione di sprofondare dentro al sogno, come se questo avesse avuto una sua consistenza. Riuscivo a capire Laura. Non mi pareva così assurdo.

Andai a vedere cosa stesse facendo Elena: dormiva tranquillamente nella sua stanza. Ero certo che non stesse fingendo, però, pensai che anche questa volta fosse cosciente del suo effetto sul sogno di Laura. Decisi di non svegliarla e di aspettare il mattino per avere conferma del fatto che fosse a conoscenza degli incubi di Laura. Mi sembrava fosse come svegliare un sonnambulo. Non so se sia vero, ma ricordavo che non si deve fare, perché può essere pericoloso.

Al mattino, ottenni la conferma.

  Laura non ha chiesto scusa – disse Elena.

  Tu allora cosa lei hai fatto?

  Ho chiuso il sogno.

  Che cosa hai fatto?

  Ho chiuso il sogno.

  Come hai fatto?

  L’ho piegato…così – unì le manine come a imitare un libro che si chiuda.

  Come fai a fare queste cose con i sogni?

  Non so.

  Non devi farle più. Non va bene. Capito? Mai più. Devi lasciare i sogni di Laura e… anche i nostri. Non devi entrare nei sogni degli altri. Di nessuno. Questo non mi piace. Hai capito? Lo prometti?

  Sì.

  Promesso promesso?

  Promesso promesso – esitò. – Perché no?

  Perché fa male. Tu sei una bambina buona e non vuoi far male, vero?

  No. Non voglio entrare nei sogni. Mi trovo dentro – piagnucolò.

  Ci vai, però, solo quando sei arrabbiata o dispiaciuta. Vuol dire che puoi decidere se farlo, no?

  Non so. Sono una bambina cattiva?

  No. Sei buona, ma certe cose non le devi fare.

  Sono cattiva. Anche con mamma sono stata cattiva.

  Non devi neanche pensarle queste cose. Tu sei buona. Tutti i bambini fanno qualcosa che non devono. Devi solo cercare di non farlo più. Hai un potere speciale, ma non devi usarlo. Non devi entrare nei sogni degli altri. Ognuno ha i suoi sogni. Tu resta nei tuoi.

 

Che cosa stavo dicendo?

 

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