Carlo Menzinger
LA BAMBINA DEI SOGNI Cap 13 La famiglia di Elena

Titolo LA BAMBINA DEI SOGNI Cap 13 La famiglia di Elena
Illustrazione di Angelo Condello
Autore Carlo Menzinger
Genere Narrativa      
Pubblicata il 12/10/2011
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Note Continua il web-editing! Sono gradite segnalazioni per correzioni o variazioni che vorreste apportare al testo. Grazie

 

 

Capitolo 13 

LA FAMIGLIA DI ELENA

 

I medici più acuti sostengono che bisogna badare con molta attenzione ai sogni.
(De divinatione per somnum – Aristotele)
 

Decisi di andare ancora una volta, da solo, a trovare il nonno di Elena. Volevo capirla meglio e scoprire qualcosa di più su di lei e sulla sua famiglia d’origine.

Feci gran parte della strada a piedi, un fiume di nubi in corsa sembrava guidarmi scorrendo su di me. Ogni passo era una fatica. Mi sentivo fiacco e debole, come non ero mai stato. Quel cielo alieno mi faceva girare la testa. Cercavo di ignorarlo.

Il vecchio era a letto come sempre. Tipico letto da ospedale con tubolari d’acciaio. Tipico afrore dal vago olezzo medicinale. Tipica finestra anodizzata, affacciata su un cortile grigio cemento, illuminato solo dal verde di un paio di abeti simil-cimiteriali. Tipica TV catodica cubiforme da 18 pollici stile XX secolo, con proiezione in corso di show demenzial-familistici.

  Salve. Non vi aspettavo oggi – mi salutò guardandosi attorno per cercare la bambina, sporgendo il collo da tartaruga fuori dal pigiama della Upim. Aveva guance che non avevano incontrato un rasoio da almeno due giorni e, unitamente al pallore, questo gli dava un vago colorito grigiognolo da mummia, che s’intonava con le maioliche del pavimento.

  Sono venuto da solo – gli spiegai, sedendomi sulla sedia di formica anni ‘60 – volevo parlarle un po’ da solo. Ci sono alcune cose che vorrei capire. Si tratta dei sogni.

  Ah… i sogni! – il vecchio inspirò e si sistemò un po’ più su, come se fosse conscio che quello era un momento particolare, che richiedeva da parte sua una certa attenzione. Si sistemò il pigiama attorno al collo magro, su cui la pelle ricadeva con piccole pieghe rugose. Mi chiesi se un tempo fosse stato grasso.

  Mi diceva che anche lei la sogna, vero? – mi domandò per entrare in argomento, anche se sapevo che conosceva già la risposta.

  Sì. Viene a far visita anche a me e a tutta la mia famiglia.

Il vecchio annuì. Il fatto che avessi detto far visita e non che l’avevamo sognata, gli fece capire che avevo una percezione particolare della cosa, sulla quale concordava. Almeno così dedussi dal dondolio della sua testa e dal suo sguardo. Aveva occhi chiari e vivaci. Sembrava ancora una persona intelligente, nonostante quell’ambiente in cui era relegato e le immagini di soubrettine chiacchieranti, che scorrevano insensibili sul teleschermo davanti a lui, come una sorta di lavaggio del cervello continuo.

- È vero – aggiunse dopo un paio di secondi – sono delle vere e proprie visite. È lei a venire. Non credo lo faccia di propria volontà, ma ad apparire in sogno è proprio Elena. Se le parlo quando la vedo in sogno, è come se quelle cose le avessi dette proprio a lei. Il giorno dopo, quando la incontro, Elena se ne ricorda. Quando era più piccola e non sapeva parlare era diverso. Anche allora compariva, ma non riuscivamo a capire che la sua immagine era una proiezione della sua mente. Era molto reale. Troppo. Il fatto che non parlasse non ci aiutò a capire. Eppure… Eppure che la cosa fosse strana lo sapevamo. Qualcosa di simile l’avevo vissuto con sua madre… ma la cosa si era ridotta progressivamente. Mia figlia Michela non ha mai raggiunto la capacità di comunicare di Elena. Elena, quando era piccina, era capace di comparire per ore intere e mettersi a piangere, lì, nel tuo sogno. Di giorno, invece, non piangeva mai, era un tesoro. Per fortuna non mi tormentava, ma con mia figlia… Non la lasciava stare. Credo che Michela fosse particolarmente ricettiva. Lei e Elena erano quasi costantemente in contatto, quando dormivano. Le notti di mia figlia erano diventate una tortura. Michela si svegliava di soprassalto e anche quando dormiva, non riusciva a riposare veramente. La bambina voleva stare sempre con lei, nei sogni. Non si dorme veramente con lei… seduta lì, in un angolo del tuo cervello. Non è possibile. Da me veniva poco, però. Povera Michela! Mia figlia si stava prosciugando. Aveva certe occhiaie. Non riusciva quasi più a ragionare per la stanchezza, però doveva continuare a lavorare, a occuparsi di Elena. È stato così che poi c’è stato l’incidente.

- Quale incidente?

- Un maledetto incidente d’auto. Non avrebbe dovuto guidare in quelle condizioni. Era allucinata. Stanchissima. Dicono che sia stato un colpo di sonno. L’auto era in condizioni disastrose e mia figlia… Mio Dio! Beh… quando mi chiesero di riconoscerla… Diavolo! No, non fu facile. Non fu per nulla facile! Non avevo mai visto un corpo in simili condizioni! C’era stato anche un incendio. L’auto aveva preso fuoco. Maledette auto assassine. Lo sa che gli incidenti d’auto sono una delle prime cause di morte in Europa con 120.000 vittime l’anno? Dovrebbero proibirle, le auto! È una vera guerra. Credo che nel mondo muoia sulle strade un milione di persone l’anno. Dico! Un milione! Si rende conto. Come se tutti gli anni spazzassero via una città come… come Torino o Napoli. Pazzesco. Se in un anno morissero tutti gli abitanti di Milano cosa scriverebbero i giornali, quanto si agiterebbe la gente! Invece, muoiono per le strade del mondo e nessuno fa nulla. E così anno dopo anno! Ho letto che gli incidenti stradali sono la principale causa di morte tra i giovani. Una guerra! Una guerra atomica! Ogni anno una bomba nucleare su una città. Chi lo permette è un criminale peggiore di chi sganciava le bombe durante le guerre. La guerra almeno aveva un senso. Ci illudevamo di combattere per qualcosa. Ora moriamo di futilità e fretta.

  Ha ragione. Pensiamo sempre che tanto non capiti a noi, ma non ci rendiamo conto dei rischi che corriamo ogni volta che saliamo in macchina.

  Ora che sono qui bloccato a letto, leggo e guardo la TV in continuazione. Ne sento di incidenti. Un milione di morti e due milioni e mezzo di feriti. Le guerre mondiali, al confronto, erano scaramucce tra bande di quartiere. Pensate che la comodità che ci deriva dall’uso delle auto valga tutto questo?

  Certo se si pensa anche a tutto il tempo che perdiamo seduti in auto per spostarci da un posto all’altro, agli ingorghi, allo stress della guida, alle difficoltà per trovare parcheggio, ai litigi con gli altri automobilisti, si potrebbe pensare che le auto siano la vera croce di questi nostri anni. Se uno passa un’ora al giorno in auto in un anno sono trecentosessantacinque ore, cioè quindici giorni di vita persi! Anzi di più perché ho contato le giornate di ventiquattro ore, ma il tempo che si dorme non conta.

  Per non parlare dell’inquinamento, del rumore…

Stavamo divagando. Non ero andato a trovarlo per fare conversazione. Dopo il traffico ci saremmo messi a parlare del tempo? Del clima impazzito? Se avessi osato dire che era una bella giornata, mi avrebbe comunicato che è previsto un aumento di temperatura del pianeta da uno a sei gradi nel corso del secolo, con conseguente innalzamento dei mari e sconvolgimento degli ecosistemi? Cercai di riportarlo in rotta.

  E sua moglie? La nonna? Che rapporti aveva con la nipotina?

  Mia moglie? Anche Matilde era molto legata a Elena. Le stava molto dietro. Elena la ricambiava, facendole spesso visita la notte. Non spesso come a nostra figlia Michela, ma abbastanza.

  Anche lei non riusciva più a dormire? – chiesi, ignorando la vibrazione del cellulare che mi annunciava un sms in arrivo.

  No. Per lei è stato diverso. Mia moglie, in realtà, aveva già dei problemi di memoria, dei disturbi… credo che vedere Michela così provata, più l’assurdità di quei sogni, abbia magari influito sulla sua mente, dandole la botta finale. Quando Michela era piccola, Matilde rimaneva particolarmente sconvolta dalle visite della figlia. Però erano diverse da quelle di Elena, meno… corporee, le sue visite. Meno frequenti. E poi Michela non era in grado di pilotare il contesto del sogno. Non so se mi spiego. La sognavamo e basta. Ci parlava in sogno, il che è già strano, ma non così sconvolgente. Elena va oltre.  Riesce a controllare quello che succede.

  Manovra gli altri personaggi del sogno, l’ambiente?

  Esatto. Per mia moglie è stato diverso, ripeto. Credo che i sogni c’entrino relativamente con il suo stato mentale di ora: giusto il colpo finale. Forse sarebbe diventata così lo stesso, anche senza Elena e Michela. Non lo so. Il cervello umano è una cosa misteriosa. Credo che questo potere di Elena derivi dal suo ramo della famiglia: anche nella mente di mia moglie c’è qualcosa di strano. Elena però credo abbia avuto la sventura di avere anche un padre con la stessa alterazione o magari in forma maggiore. Non lo so per certo, ma lo sospetto. Credo sia questo a renderla così potente.

 

Potente. Sì, Elena era potente. Aveva ragione suo nonno. Che non fosse la sola ad avere queste capacità era un’idea che non riuscivo ad afferrare. Mi pareva già pazzesco sapere che lei era così. Non riuscivo a immaginare che anche altri potessero controllare così le nostre menti addormentate.

 

Il vecchio smise un attimo di parlare, allisciò il lenzuolo con i polpastrelli induriti e mi fissò intensamente negli occhi.

- Non vorrei averla spaventata, Signor Demetri, o averle dato una cattiva impressione… forse ho parlato troppo… in realtà, vede, Elena è una buonissima bambina. Non è colpa sua. È solo che ha questo strano potere. Ancora non lo sa controllare. Non si rende conto dell’effetto che può avere sulle persone. Bisognerebbe insegnarle a controllarsi. Non so come. Michela, la sua mamma, smise di comparire nei sogni senza il nostro intervento. Da grande non se ne ricordava più. Credo, però, che anche Elena stia imparando da sola a regolarsi. È intelligente. Deve aver capito che queste sue apparizioni non sono un bene per lei. Spero non ricolleghi la morte della mamma a questi suoi poteri: il senso di colpa potrebbe distruggerla. È ancora così piccola. Troppo. Per ora non mi pare abbia collegato. Ora voi siete i suoi nuovi genitori. Dovete insegnarle a non abusare delle sue capacità.

  Dice che è lei a decidere se entrare in un sogno?

  Forse. Però non lo fa sempre. A volte mi pare che si trovi nel sogno senza volerlo. Credo visiti solo le che le vogliono bene, come se avesse bisogno di un’empatia per comunicare. Ci sono delle occasioni che la spingono a intervenire. Io credo che possa imparare a decidere se farlo o no. Credo stia imparando da sola, però avrebbe bisogno di un maestro… di qualcuno che la guidi, che le faccia capire. Con sua madre non abbiamo fatto molto, forse nulla, però tutto è tornato a posto da sé, o quasi. Con lei temo sia diverso. È un caso più difficile.

  Sì, deve imparare a controllarsi. Quando è dentro il sogno, è in grado di fare cose… cose pericolose.

  Che cosa? Di cosa parla? Non ne so nulla.

  Ha quasi fatto soffocare mia figlia. Elena ha… avvolto il sogno attorno a Laura.

  Avvolto?

  Anch’io ho fatto un sogno simile con lei. Sprofondavo. Non in un posto particolare. Mi pareva proprio di sprofondare dentro il sogno. Come se questo avesse avuto una sua consistenza.

  Capisco. Mi è capitato una volta. Quando Elena lascia il sogno bruscamente crea come un risucchio. Di solito se ne va come se stesse uscendo da una stanza, ma quando apre il sogno è come se aprisse una crepa nella fusoliera di un aereo in quota. Deve imparare a uscire lentamente dai sogni. Deve capire che non può farlo all’improvviso. Credo sia questo a provocare il risucchio. Bisogna spiegarle come fare. È una brava bambina. Cercate di capirla. Vi prego!

- Le voglio anch’io molto bene. Se sono qui, è proprio perché sto cercando di capire. Non so, però, se sono in grado di insegnarle a controllarsi. Come potrei insegnarle qualcosa di cui ignoro il funzionamento? Ho paura che prima che io sia riuscito a insegnarle qualcosa, lei possa fare del male alla mia famiglia. Questo non potrei accettarlo.

- Capisco – accettò il vecchio, abbassando il capo quasi calvo – però, se potete, cercate di…. Non la lasciate… so che vi vuole bene… ora anche lei fa parte della vostra famiglia. Io non potrei fare nulla. Non posso certo farla vivere in una camera d’ospizio. Merita di meglio.

- Sì. È vero. Merita una famiglia. Un po’, però, mi fa paura.

 

Forse aveva ragione il vecchio: il comportamento di Elena non era uguale con tutti. Forse dipendeva anche dalla capacità ricettiva di ciascuno di noi. Dalla nostra predisposizione e dai nostri atteggiamenti nei suoi confronti. Non mi risultava, per esempio, che entrasse in contatto con estranei. Con sua madre aveva avuto, invece un rapporto intenso, forse maggiore che con noi.

Dovevo capire come sfruttare queste poche conoscenze, per controllare il suo potere.

La piccola aveva dei sensi di colpa, che forse potevano aiutarla a fermarsi, ma forse potevano anche trasformarsi in energia negativa, in qualcosa che ne avrebbe alterato lo sviluppo. Non poteva crescere pensando di essere cattiva e pericolosa. Non volevo fermarla colpevolizzandola.

Da una parte ero preoccupato per ciò che lei poteva fare a noi, ma dall’altra lo ero per ciò che poteva fare a se stessa o per ciò che noi potevamo fare a lei, alla persona che stava crescendo dentro di lei, se non fossimo stati in grado di aiutarla a uscire da quella situazione.

 

Tornai a casa con i mezzi pubblici, camminando un po’, per cercare di chiarirmi le idee. Mentre ero assorto nei miei pensieri, sempre più confuso, mi passò accanto un uomo. Non l’avrei notato se non fosse stato per uno strano soffio che sentii al suo passaggio, come una zaffata calda. Mi girai un attimo a guardarlo, ma il suo viso mi colpì, costringendomi ad attardare il mio sguardo su di lui più di quanto avessi voluto. Chi era? Dove l’avevo già visto?

L’uomo ricambiò lo sguardo. C’era nei suoi occhi qualcosa di maligno e, nel contempo, di familiare. Era come se non fosse lì per caso e se con quello sguardo mi scrutasse dentro. Come se avesse già preso qualcosa di me. Per un attimo la sua immagine si sovrappose al ricordo della strana coppia che avevo sognato. Poi un’ombra nera mi sfiorò, offuscandomi la visuale. Girai gli occhi e vidi una sagoma scura volare via. Forse un corvo.

 

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