Carlo Menzinger
LA BAMBINA DEI SOGNI Cap 14 Ladozione

Titolo LA BAMBINA DEI SOGNI Cap 14 Ladozione
Illustrazione di Angelo Condello
Autore Carlo Menzinger
Genere Narrativa      
Pubblicata il 15/10/2011
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Note Continuo a chiedere il vostro parere e i vostri consigli su questo libro. Sulle procedure di adozione non mi sento molto convinto. Non conoscendole bene mi sono tenuto abbastanza vago, ma ugualmente potrei aver scritto cose inesatte.

Capitolo 14

 
L’ADOZIONE
 
Il mondo diventa sogno, il sogno diventa mondo
(Enrico di Ofterdingern - Novalis)
 

Giunse presto il giorno in cui avviare l’adozione. Nonostante i miei timori, ero orientato ad andare avanti e presentare la richiesta. Volevamo tutti molto bene alla bambina. Anche Laura le si era molto affezionata.

Pensavo che avesse bisogno di qualcuno che la capisse, che l’aiutasse a cambiare, a liberarsi dai sensi di colpa che temevo le fossero nati per la morte della madre. Credevo di averla capita almeno un po’ e avevo paura che un’altra famiglia avrebbe potuto non essere in grado di farlo. Sospettavo che quei poteri fossero qualcosa che nasceva dal suo stesso senso di colpa, qualcosa che si autoalimentava. Più faceva soffrire chi le stava intorno, più quel potere cresceva. Forse era un’idea assurda, ma in quel periodo mi pareva che le cose potessero funzionare così. Mi ostinavo ancora a cercare spiegazioni psicologiche di qualcosa che sembrava andare al di là delle moderne conoscenze mediche.

 

Decisi di interrompere il processo di adozione.

  Giovanna, questa bambina mi spaventa. Continua ad apparirmi in sogno, ma questo è il minimo. Mi preoccupa che anche Laura la sogni e la tema. Non possiamo rischiare che faccia del male a nostra figlia.

  Ora anche lei è nostra figlia e a Laura non ha fatto nulla.

  No. Non lo è. Non lasciarti coinvolgere. È solo un affido temporaneo. Stiamo proprio decidendo se adottarla o no. Ha un influsso negativo su tutti noi. Non mi piace. Ci sta cambiando. Non siamo più quelli di una volta. I nostri sonni sono inquieti e questo mi pare connesso alla sua presenza.

  Se non l’adottiamo, sarà come abbandonarla. Perderebbe una famiglia per la seconda volta in poco tempo. Questo la segnerebbe per sempre.

  Devi pensare anche a Laura. A me. A te. A noi. La sua presenza potrebbe diventare pericolosa.

  Non è un cucciolo di leone, Paolo. È una bambina.

  Io temo che sia peggio di un cucciolo di leone. Il cucciolo sai cosa diventerà. Non possiamo sapere cosa sarà questa bambina tra un anno o tra dieci. E se avesse davvero dei poteri paranormali, se li sfruttasse per tiranneggiarci e minacciarci? Se non li sapesse controllare? Se ci uccidesse in sonno senza volerlo? Non possiamo permetterci di rischiare.

  Mi spaventi, Paolo. Non posso credere che sia tu, sempre così razionale, a dire queste cose. Stai esagerando. Non sappiamo se ha davvero dei poteri. Tu stesso non ci credevi. Se davvero li avesse, non credo che ci farebbe volontariamente del male – protestò – ci vuole bene.

  E involontariamente? Se questo potere, è troppo grande per lei potrebbe capitare. Lo usa mentre dorme. Daresti un mitra carico a una bambina? A una sonnambula? Ti rendi conto di cosa vuol dire? È soprattutto un potere inconscio. A noi sembra che piloti i nostri sogni ma, se lo fa, è veramente lei a farlo o il suo inconscio? Non è, in realtà, qualche parte della sua mente, che si attiva solo in sogno, quella dotata di queste capacità? Sono poteri onirici. Non sono poteri coscienti. Come possiamo dire che non vuole farci del male? Di cosa siamo capaci in sogno? Non commettiamo, forse, in sogno atti che non compiremmo mai da svegli? In sogno non si risvegliano forse i nostri istinti più… animaleschi? Se avessi tu un simile potere, saresti sicuro di riuscire a controllarlo? Ti riusciresti ad addormentare con la certezza di non andare a far visita a nessuno, di non soffocare nessuno in sogno? Dormendo perdiamo tutte le nostre inibizioni. Come potresti essere sicuro di dominarti durante il sonno? E vuoi credere che ci riesca una bambina di quattro anni e, per giunta, emotivamente provata dalla perdita della madre?

  Tutto questo è assurdo, Paolo. È pazzesco. Forse ci stiamo autosuggestionando. La dipingi come una superbambina. Pensiamoci ancora un po’. Riposati.

  Sono settimane che ci penso. Non se ne parla. Basta! Non possiamo tenerla. Non voglio essere il padre di un mostro, che potrebbe uccidermi mentre dormo. Il fatto che sua madre sia morta, non credo sia un caso e non contribuisce a tranquillizzarmi. Poteri o non poteri, non mi piace quello che ci sta succedendo. Se li ha davvero, la cosa mi terrorizza. Se non li ha, come continuo a voler credere, però è innegabile che ha un influsso negativo su di noi, sulla nostra psiche e sui nostri sogni.

 

Non osai dirle quello che avevo scoperto e che le avevo tenuto nascosto fino a quel giorno sulla fine di Michela, la madre di Elena. Non volevo che mia moglie facesse la fine della mamma di Elena. Soprattutto non volevo che capitasse qualcosa a Laura, anche se le mie paure continuavano a sembrarmi illogiche e infondate, nonostante la mia razionalità vacillasse sempre più.

Fu così che rinunciammo alla priorità acquisita nell’adozione e informammo il Centro di farla adottare da qualcun altro. C’era una lunga lista d’attesa, così già in settimana la prima coppia andò a conoscerla.

Ora che avevamo deciso di non tenerla, il Centro voleva trovarle quanto prima una nuova famiglia. Era bene non protrarre ulteriormente la permanenza in una casa che avrebbe dovuto abbandonare.

 

Nel giro di due settimane fu scelta una coppia senza figli, che la prese subito in affido, in attesa dell’adozione.

Elena capì tutto. Capì che la mandavamo via, che non la tenevamo più con noi. Non voleva lasciarci. Pianse e si disperò come non l’avevo mai vista fare prima. Era la prima volta che la vedevo esternare così il proprio dolore di giorno, da sveglia. Vederla così mi angosciava. Mi sentivo un verme.

Fui tentato di cambiare decisione, ma non osai.

Sentivo nelle spalle gli occhi di Giovanna che mi scrutava. Non mi capiva. Non si fidava più di me. Non capiva Elena.

La guardammo andar via con quella coppia, con le sue due valige disneyane, piene di tante cose che le avevamo comprato noi, vestiti e giocattoli: il ricordo della sua permanenza nella nostra casa, che ora aveva un vuoto dentro che difficilmente saremmo riusciti a colmare tanto presto.

Era stato un passaggio veloce, ma già pensavo che l’avremmo ricordato a lungo. Difficilmente, pensavo, mi sarei perdonato questo abbandono. E dire che mi sembravano bestie quelli che lasciano gli animali in strada!

Sapevo che Elena avrebbe avuto un’altra famiglia e che anche con loro non si sarebbe trovata male e con questo cercavo di placare la mia cattiva coscienza. Questa coppia non aveva altri figli e avrebbe potuto dedicargli maggiori energie e attenzioni. Loro, poi, volevano davvero avere un bambino. Noi in realtà non avevamo mai scelto di adottarne uno. In questi anni le adozioni sembravano diventate una moda, le star del cinema e della musica facevano a gara ad adottare bambini benettoniani, uno per ogni continente. Coppie sterili e affamate di equilibri familiari erano in lotta con i più disparati organismi internazionali per portare a casa un figlio, dopo aver speso migliaia di euro e decine di mesi in giro per uffici, viaggiando per mezzo mondo con ogni sorta di low cost. Per noi non era stato assolutamente così. Non avevamo mai voluto o programmato quest’adozione. Era stato solo il caso che ci aveva portato Elena in casa e un destino misterioso che aveva semplificato per noi le procedure burocratiche. Questo, però, non cancellava quel senso di vuoto che si era creato all’istante. La sua presenza ci mancava già. Ci mancava nell’auto orfana del secondo seggiolino, nel corridoio che conservava l’eco delle sue corsette, nella cameretta approntata frettolosamente, nei vestiti troppo piccoli di Laura, privi di un secondo utente, nel tavolo da pranzo sgombro del suo piatto di plastica con il faccione tontoloide di Winnie The Pooh, nell’eco spento delle sue rare risate, nel riflesso perduto dei suoi sorrisi, nel tepore svanito del suo addormentarsi.

Gli occhi di Giovanna mi accusavano per tutto ciò. Anche Laura, divenuta d’un tratto ombrosa, sembrava incolparmi.

 

Poi, però, mi ricordavo dei miei timori e la prospettiva mutava ferocemente. Se Elena era davvero un pericolo, cosa sarebbe stato di quella coppia? Se era una minaccia, forse, la soluzione avrebbe dovuto essere un’altra, non l’adozione. Che cosa avremmo dovuto fare? Sopprimerla? Il solo pensiero, che attraversò per un crudele attimo la mia mente come un brivido gelido, mi sconvolgeva. Le volevo ormai troppo bene e, per me, era già doloroso allontanarla così. Per la bambina, però, non vedevo altre soluzioni possibili, oltre l’adozione. Continuavo a non accettare l’idea che fosse veramente pericolosa. Speravo solo che, con quei due, si calmasse e sarebbe stata felice. Speravo che non sarebbe entrata anche nei loro sogni. Speravo che riuscissero a capirla, a mitigare i suoi sensi di colpa. Prima la perdita della madre, poi l’abbandono da parte nostra: poteva sentirsene colpevole, sentirsi rifiutata, perdere per sempre l’autostima.

Io stesso mi sentivo in colpa nei confronti della sua nuova famiglia per non averli avvertiti, per non avere avuto il coraggio di raccontare le cose incredibili che credevo di sapere su Elena, cose, del resto, che mi avrebbero fatto sembrare pazzo.

Il dubbio s’insinuava nella mia mente e mi chiedevo se, addirittura, non fossi solo io ad aver malamente – e follemente – interpretato le parole di Giovanna, Laura e della stessa Elena. In fondo, Giovanna e Laura parlavano solo di sogni. Giovanna non sembrava credere veramente alle sue capacità oniriche. Ero solo io a essere convinto – se lo ero – dei suoi poteri.

Sapevo che ogni ragionamento era solo una scusa per cercare di tranquillizzare il cuore. Che cos’altro potevo fare? La scelta l’avevamo presa. Anche Elena presto avrebbe smesso di piangere e si sarebbe dimenticata di noi. L’altra famiglia non avrebbe avuto alcun problema, mi ripetevo. Il problema era solo nostro. Solo mio. I poteri di Elena non si sarebbero manifestati più. Forse non erano mai esistiti. Ero io, m’illudevo, che li generavo nella mia mente, in un modo o in un altro, che non capivo. Era tutto nella mia mente. Tutto. Pensavo così. Volevo crederlo. Cercavo di darmi una ragione delle cose e della situazione. Credere che fosse tutta un’illusione mi sembrava la soluzione più semplice e meno inquietante.

Il cielo continuava a vorticare.

 

Questo prima che iniziassero veramente gli incubi.

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