Carlo Menzinger
LA BAMBINA DEI SOGNI Cap 15 Incubi Cap 16 Ancora incubi

Titolo LA BAMBINA DEI SOGNI Cap 15 Incubi Cap 16 Ancora incubi
Illustrazione di Angelo Condello
Autore Carlo Menzinger
Genere Narrativa      
Pubblicata il 21/10/2011
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Note WEB_EDITING: ecco un nuovo capitolo che sottopongo alla vostra attenzione affinché mi segnaliate tutto ciò che non vi torna. La parte che parla della storia di incubi e affini forse è un po´ pesante. Cosa ne dite?

 

CAPITOLO 15

INCUBI

 

Il sogno c’insegna in modo eccelso la sottigliezza della nostra anima

Nell’insinuarsi tra gli oggetti e nel trasformarsi allo stesso tempo in ciascuno di essi.

(Schiften – Novalis)

 

In passato avevo avuto già degli incubi, nell’accezione più generale e moderna del termine. Si era trattato, cioè, di sogni angoscianti o spaventosi da cui in genere mi risvegliavo di soprassalto. Per fortuna non mi capitava spesso di averne. Erano anzi passati molti anni dall’ultimo fatto.

Il sogno, che feci la prima notte che Elena se ne andò, fu proprio un Incubo, nell’accezione antica del termine, e mi ricordò molto da vicino un folletto che aveva frequentato le mie fantasie infantili e che aveva la corposità degli incubi demoniaci medievali.

 

Nel buio mostruoso della mia camera da bambino c’era un’ombra, più scura della notte, che scivolava lungo l’armadio di rovere, facendone scricchiolare le imposte. Ficcavo la testa sotto le coperte per non vederla, ma la sentivo strusciare sul pavimento con i piccoli piedi dalle scarpe felpate dalla lunga punta. Aveva uno strano cappello simile a quello di Babbo Natale, ma più stretto. Il naso era lungo e aguzzo come un coltello, le gambe sottili e arcuate, le braccia flessuose e forse elastiche, capaci di arrivare ovunque, di insinuarsi in ogni angolo. Mi nascondevo tra le lenzuola che sapevano di pulito e sonno per non vedere quegli occhietti baluginanti, quel ghigno stridente, quello sguardo che ti s’infilava dentro. Non l’avevo mai visto quel folletto, ma sapevo che era così. Lo sentivo dal suo respiro, dal rumore dei suoi passi, dai cigolii della stanza, quasi che quei suoni fossero in grado di disegnarne la sagoma nella mia mente. D’un tratto poi si piazzava sul mio letto, su di me, e di lì non si spostava più. Non avevo più il coraggio di muovermi. Non volevo mi notasse, sebbene, standomi seduto sopra, dovesse aver ben chiaro che io ero lì sotto, rannicchiato nella mia paura. Restavo fermo fino a quando una sonnolenza greve e faticosa non mi trascinava via, nel mondo del sonno senza sogni e, solo allora, mi dimenticavo di quell’essere, scivolando nel vuoto buio della notte.

 

Ricordandomi di quell’incubo ricorrente, mi venne allora in mente una spiegazione che mi fu data da bambino su cosa fossero gli incubi. Era più una fiaba che una vera spiegazione. Mio padre, seduto nella penombra sul mio lettino accanto a me, mi aveva raccontato che sono dei folletti che la notte entrano nelle camere dei bambini e si mettono a dormire sulla loro pancia. Questo fa fare dei brutti sogni. Per evitare gli incubi, diceva, non bisogna dormire con dei pesi sullo stomaco. Le due cose mi erano state presentate così: fiaba con corredo di suggerimento pratico. Uno dei pochi consigli che mi abbia mai dato mio padre.

Non saprei dire se la creatura dei miei incubi fosse stato generato da questa spiegazione o questa mi avesse aiutato a descrivere quello che già provavo. Penso però che in qualche modo il mio incubo si autoalimentasse di questo racconto.

 

Credo che la leggenda dell’incubo risalga almeno ai tempi dell’antica Roma. Più che un folletto era un satiro a sedersi sulla pancia e a turbare il sonno al malcapitato di turno. Per gli antichi romani Incubus era uno dei nomi di Fauno, la divinità dalle zampe caprine. A turbare i sonni, al posto del satiro, poteva venire anche il gatto mammone. Il termine mammone è un appellativo del diavolo, dunque il gatto mammone è il gatto di Satana. Spesso, in effetti, i gatti sono associati a streghe e demoni. A questo da bambino non avevo mai pensato, anche se il gatto mammone, pur avendo un nome che mi pareva materno, mi inquietava non poco. Lo immaginavo immenso e sogghignante come lo Stregatto di Alice, ma in qualche modo somigliante a mia madre, in virtù di quell’attributo. Un gatto con il volto di mia madre e un ghigno satanico. Quando facevo qualche marachella, più volte mi fu detto di stare attento e piantarla, altrimenti sarebbe arrivato il gatto mammone. Era il vice-folletto felino, sempre pronto a disturbare il mio sonno e, nel contempo, la longa manus punitrice della mamma.

 

Non mi ero mai interessato molto all’argomento, ma decisi che forse valesse la pena di fare qualche indagine. Se quanto ci stava capitando aveva dei precedenti, speravo di trovarne traccia. La mia idea era che il senso di quanto faceva Elena fosse da ricercare non in testi di psichiatria o psicologia, ma che potesse essere intuito o decifrato leggendo quello che nell’antichità si diceva e pensava di sogni e incubi. Erano tempi in cui ancora affrontavamo il mondo con una mente meno razionale, ma più pronta guardare in faccia la realtà, anche quando esulava dalla comprensione umana. Quale modo migliore per calarmi nell’antico sapere dell’umanità che rivolgermi all’infinita saggezza dell’oracolo? Aprii, dunque, Internet Explorer, la porta su ogni arcano, la sibilla dei moderni navigatori. Il logo di Google, termine misterico dall’etimologia incomprensibile che si rifà all’infinita incommensurabilità dei numeri con cento zeri, già giganteggiava al centro dello schermo. Digitai la parola magica incubo, l’antro dello scibile umano si spalancò e cominciai la mia ricerca, scoprendo così alcune cose che mi parvero interessanti.

Secondo i Sacri Scribi della Rete, simili all’incubus romano erano l’efialte in Grecia, l’alp e il mahr nel mondo germanico e, direi, l’alu in quello babilonese. Una figura in qualche modo ricorrente, dunque. Nei meandri oscuri del web scoprii che nel medioevo, come già presso gli antichi, non si faceva, molta differenza fra fauni, satiri e incubi, tutti considerati mostri connessi alla sessualità.

In un remoto sito del passato millennio, lessi che, nell’antica Grecia, Efialte, simile a Pan, era il demone dell’incubo, il responsabile delle phantasìai, i sogni erotici, le fantasie. Efialte attaccava e opprimeva le sue vittime nel sonno, schiacciandole sotto il suo peso.

Ne fissai una raffigurazione antica impressa sullo schermo. Per un attimo parve che l’efialte disegnato si muovesse e i suoi occhi si girassero per scrutarmi torvi, poi tutto tornò normale. Frugando tra i siti mi venne in mente che, in effetti, Elena mi era comparsa due volte durante un sogno erotico. Questa poteva essere una coincidenza, ma il fatto che Efialte opprimesse le sue vittime in sonno mi ricordò, con un brivido, la bambina. Mi sentivo la gola prosciugata. Mi alzai e andai in cucina a tirar fuori dal frigo un ace in tetrapak. Versai il liquido arancione nel bicchiere e tornai al computer. Spensi le luci a fluorescenza della cucina, che non avevano neppure avuto il tempo di raggiungere una luminosità normale, e mi rimisi a spippolare sul PC.

L’alp medievale, scoprii, è un vampiro di origini tedesche, che tormenta i sogni delle donne. Può anche manifestarsi in forma fisica, divenendo quindi molto pericoloso. L’alp è considerato maschio e può essere lo spirito di un parente deceduto recentemente oppure un vero e proprio demone. L’alp poteva assumere le sembianze di alcuni animali, quali il gatto, il maiale, l'uccello o altro, e in tutte le sue manifestazioni portava un cappello. Questo nell’antichità. E se fosse vissuto ai giorni d’oggi? Magari si sarebbe trasformato in un PC! Un PC con il cappello. O magari un aspirapolvere maligno. Come spirito poteva volare e galoppare, raramente uccideva. Questo mi fece tirare un sospiro di sollievo, di cui mi pentii subito per l’assurdità della mia preoccupazione. In ogni caso le coincidenze erano sempre minori delle discordanze: Elena non si era mai trasformata in animale!

L'alp, sotto forma di farfalla, lessi, entra dalle finestre e si poggia sul dorso del dormiente, succhiando vampirescamente sangue dai capezzoli degli uomini e dei bambini, anche se, mica scemo, tende a preferire il latte delle donne.

Era così che Elena entrava nei nostri sogni? Non credo. Non aveva certo bisogno di trasformarsi. Doveva essere, più logicamente, una capacità legata alle sue particolari onde cerebrali. Che si sedesse su di noi, era però, qualcosa che avevo già sperimentato. Essendo legato alle paure della mente e del sonno, l'alp era virtualmente impossibile da uccidere. Si diventava un alp quando la madre, nel momento del parto, utilizzava delle briglie intorno ai denti per il dolore. Delle briglie? Quasi una pratica sadomasochista. Immaginai il marito nudo che la frustava e tirava le briglie legate alla bocca della poveretta che si contorceva per le doglie. In realtà, presumo che le briglie potessero servire alla donna per aggrapparsi e spingere meglio durante le contrazioni. La correlazione tra briglie e natura del figlio mi parve una di quelle concatenazioni tra causa ed effetto tipicamente medievali, però, non potei non chiedermi se i rapporti tra Elena e sua madre non avessero influito su questo suo stato.

 

Il mahr, una sorta di vampiro, che si nutriva del sangue, soprattutto dei parenti, meglio ancora se bambini, era una bambina morta. Una bambina! Elena un mahr!?! Trovare un demone con le sembianze di una bambina m’inquietò particolarmente. Il mahr, però, non pareva legato agli incubi o ai sogni ed Elena non aveva mai avuto comportamenti vampireschi e non mi pareva certo uno zombie.

 

A Babilonia gli alu, per metà umani e per metà animali, entravano di notte nelle case attraverso buchi o crepe e torturavano le loro vittime. Provocavano venti distruttivi, febbri pestilenziali, mal di testa, piccole liti, odio e gelosia. I venti distruttivi potevano essere paragonati alla sua capacità di manipolare l’aria dei sogni? Forse no. Mi sembravano cose abbastanza diverse. Eppure c’era qualche somiglianza.

Uno strano sfarfallio fece oscillare il testo sullo schermo. Strizzai gli occhi, casomai la cosa dipendesse da loro, piuttosto che dal computer. Un vento digitale? Durò solo un istante. Continuai a leggere.

 

Secondo la mitologia cristiana, l'incubo era un angelo caduto in disgrazia a causa della sua insaziabile concupiscenza nei confronti delle donne, un diavolo che stuprava le donne nel sonno o provocava in loro desideri sessuali, che soltanto l'incubo poteva soddisfare. Il diavolo, che è spirito, per diventare incubo o rianimava un cadavere oppure usava la carne umana per creare il proprio corpo, in cui poi soffiava dentro il proprio spirito vitale.

Notai, non senza raccapriccio, che spesso l’incubo è stato, nella storia, imparentato con la possessione demonica e il vampirismo.

 

Continuai a cercare altre informazioni in rete, ma mi pareva che quello che leggevo aggiungesse poco a quanto avevo già trovato. La mitologia conosceva una miriade di esseri che influivano sui sogni o agivano di notte. La cosa doveva essere legata alla paura delle tenebre, ma forse c’era dell’altro. Forse, sospettavo ora alla luce delle mie esperienze con Elena, poteva esserci una base di verità. Un senso di inquietudine e di disagio si era impossessato di me. Lo sguardo dell’efialte e il soffio digitale dell’alu mi avevano scosso, lasciandomi la sensazione di qualcosa che non andasse nella mia mente. «Forse sono solo troppo stanco» mi giustificai.

 

Deciso a cancellare tutti questi pensieri, prima di andare a dormire, diedi un’occhiata alla posta elettronica e al mio profilo su Facebook, ma ero distratto e non avevo voglia di addentrarmi nei Gruppi o andare a leggere Note, Inviti e Richieste.

Quando più tardi Elena entrò nella stanza, mi venne subito in mente la leggenda del diavolo che prende il corpo di un essere umano per comparire in sogno e fui preso da un tremito: lei non poteva essere lì! Un timor panico freddo e tagliente si sovrappose ai sensi di colpa, mescolandosi al dolore del distacco, facendomi sembrare la piccola qualcosa di spaventoso.

La bambina si arrampicò sul letto su cui mi ero disteso e si mise a sedere sul mio stomaco, esattamente come il satiro romano e come gli altri demoni dell’antichità. Seduta lì, prese a fissarmi con uno sguardo assai difficile da definire. Qualcosa che era tristezza, delusione, rabbia, senso d’abbandono, amore e odio. Tutto assieme in un unico sguardo fisso, che non mi mollò per tutta la notte. Come un flusso continuo di pensieri dai suoi occhi ai miei e viceversa, come un legame psichico che avviluppasse la mia mente. Non aprì bocca, non parlò e non si mosse fino al mattino, continuando a gravare sul mio stomaco e sui miei neuroni. Non mi svegliai, fino a quando suonò la sveglia. Elena svanì. Fu come se qualcosa mi venisse strappato via dallo stomaco. Gemetti. Guardai i numeri rossi proiettati sul soffitto dall’orologio e ammisi controvoglia che era ora di alzarmi. La sensazione era, però, quella di non aver dormito per nulla. Mi rimase un’assurda pesantezza per tutto il giorno. Il senso di colpa e la nostalgia per la piccola mi tormentarono fino a sera. Sentivo di volerle molto bene e tutta questa situazione mi dispiaceva molto. Mi pareva assurdo averne paura, ma sentivo che la scienza moderna poteva aiutarmi poco. Le credenze antiche che avevo provato a esplorare forse potevano fornirmi un filo, una traccia che potesse guidarmi verso la verità, verso la comprensione, ma non ero troppo convinto neanche di questo.

 

Le coincidenze che avevo appena trovato con la nostra situazione mi colpivano, come è naturale, assai più delle discordanze e continuai a interrogarmi sulla vera natura di Elena.

Possibile che fosse un demone, una mahr bambina? Poteva essere una sorta di zombie tornato dal mondo dei morti e dotato dell’incredibile potere di comunicare con i vivi non solo attraverso quel corpo posseduto demoniacamente, ma anche attraverso i sogni o entrando nelle menti come i medium sostengono facciano certi spiriti? Se la storia di tutte le civiltà era piena di questi personaggi demoniaci, non poteva essere che questi fossero, in realtà, altri esseri, come Elena, dotati di particolari poteri psichici e che solo l’ignoranza del tempo aveva classificato come esseri soprannaturali? Non eravamo, allora, anche noi ancora immensamente ignoranti in materia? Non poteva essere che la nostra mente avesse dei poteri che ignoravamo, perché si manifestano troppo raramente? Si dice che utilizziamo solo una parte della nostra mente. Forse Elena e gli altri come lei, se ne esistevano, erano in grado di usarla più pienamente.

Assurdo! Assurdo! Assurdo! Che sciocco che ero! Mi stavo lasciando suggestionare. Elena era solo una bambina normalissima e come tale dovevamo trattarla. Ma che cosa pensavo? Ormai non era più con noi. Avevamo rinunciato ad adottarla e non ci riguardava più. Non dovevo pensarci più e anche gli incubi sarebbero svaniti. Nascevano solo dalla mia cattiva coscienza, volli credere.

 

 

16 - ANCORA INCUBI
 
«È vero o sta succedendo dentro la mia testa?»
«Certo che sta succedendo dentro la tua testa, Harry,
ma perché diavolo dovrebbe voler dire che non è vero?»
(Harry Potter - Joanne  Kathleen  Rowling)
 

Mi resi però presto conto che non era allontanando la bambina che ci saremmo liberati della sua presenza notturna. Del resto non aveva problemi a visitare i suoi nonni all’ospizio e mi aveva raggiunto a Napoli! Le distanze non erano un problema per lei. Le sue onde cerebrali attraversavano il traffico urbano con la destrezza di un tassista partenopeo e raggiungevano ovunque la propria meta, superando come fantasmi mura e ogni altro ostacolo. Non averla in casa rendeva, anzi, tutto più difficile. Quando era con noi riuscivo, almeno, a controllarla parzialmente, parlandole e facendole capire che non era bene apparire così.

Ora non avevo modo di contattarla, salvo ingerirmi nella sua vita nella nuova famiglia, cosa che avevamo escluso.

Realizzai, però, che poteva essere possibile comunicare con lei mentre dormiva. Lei ricordava i nostri sogni. Quel che non sapevo fare era impormi di sognare in modo da trasmetterle un messaggio. Suo nonno, però, mi disse che le parlava in sogno, ma credevo si riferisse solo al fatto che la bambina ricordasse i dialoghi dei suoi sogni, non che lui fosse in grado di decidere cosa dirle. O, magari, lui stesso aveva un po’ dei poteri della nipote. A differenza di Elena, io, invece, oltre a non essere in grado di manipolare i sogni altrui, non riuscivo neppure a manovrare i miei. Anche da sveglio questi vincevano sempre nello scontro con la mia razionalità.

Mentre riflettevo mi affacciai alla finestra e fui colpito da un inaspettato movimento di uccelli. Che cosa ci facevano tutti quei corvi intorno a casa nostra? Alcuni volteggiavano in larghi cerchi sulle case. Altri erano fermi a terra. Alcuni di questi mi pareva fissassero la mia finestra, non direttamente, ma come qualcuno che osservi cercando di non farsi notare.

 

La notte successiva Elena non comparve. Non nei miei sogni. Fu invece la volta di mia moglie, che si svegliò quanto mai turbata.

Elena era rimasta a fissarla, sedendo su di lei per tutta la notte.

  Quella bambina è stregata! È una strega! Dobbiamo fare qualcosa. Perché continua a tornare nei nostri sogni? Perché continuo a avere incubi con lei?

  Forse abbiamo fatto la cosa sbagliata. Mandandola via, temo che abbiamo peggiorato la situazione – risposi – devono essere i nostri sensi di colpa che…

  È pericolosa. Mi fa paura.

  Sono solo sogni. I sogni non possono far male.

  Sono incubi! – precisò mia moglie – Un incubo può non far del male al corpo, ma ne fa certamente alla mente. Questi poi sono incubi troppo… veri. Strani. Non mi piace. Dovremmo chiedere aiuto.

  A chi? A uno psichiatra? Per noi o per lei? Che cosa ci direbbe? Che cosa penserebbe? O dobbiamo contattare un medium, un parapsicologo?

Pensai anche a un’esorcista, ma non lo dissi. Le mie erano domande ironiche. Sapevamo entrambi che nessuno di loro avrebbe potuto aiutarci e non ne facemmo nulla. Guardando dalla finestra non vidi altri corvi come mi aspettavo, ma il cielo mi parve stranamente basso, come se fosse un tetto e si stesse avvicinando alla terra. Chiusi gli occhi e scossi la testa.

 

Trascorse una settimana che consumò i nostri nervi e le nostre energie. La bambina compariva sia a me, sia a mia moglie. Giovanna viveva i sogni però diversamente da me. Superate le perplessità iniziali, si convinceva sempre più che fossero solo parti della propria fantasia. Io, invece, mi persuadevo sempre più del contrario. Per fortuna, durante questo periodo, Laura non parve aver mai ricevuto le sue visite. Cosa che ci stupì un po’, ma di cui fummo lieti. Forse una fata buona la proteggeva o forse aveva ragione Giovanna: solo noi adulti ci stavamo facendo suggestionare ed era il nostro inconscio a lavorare.

Laura, invece, aveva reagito alla perdita della “sorella” incupendosi un po’ e sfogandosi in un amore smodato per le sue bambole. Prestava loro molto più tempo e attenzione di prima, quasi che cercasse di compensare con quegli esseri di plastica l’assenza dell’amica in carne e ossa.

Cercammo di dedicarle più tempo, per non farla sentire sola, ma l’amicizia di un’altra bambina è cosa diversa. Giovanna si diede da fare per invitare a casa il più spesso possibile le sue amichette.

 

Mi trovavo in una lunga galleria. Forse una torre riversa in terra. Camminavo e camminavo, ma più andavo avanti più il tunnel pareva estendersi, come fosse stato un telescopio allungabile che venisse aperto progressivamente. La fine della galleria, poi, sembrava particolarmente piccola, proprio come un’immagine che si osservi attraverso un cannocchiale rovesciato. Mi girai, ma alle mie spalle c’erano solo le tenebre.

Fu allora che, minuscola, mi parve di scorgere una sagoma umana in fondo a quel tubo immenso. La figuretta pareva irrealmente piccola. Prese, però, a camminare verso di me, crescendo di dimensioni in modo esageratamente veloce. Ne distinsi presto i lineamenti, che erano quelli di un piccolo demone, non dissimile da come dovevano apparire certe creature tra quelle della mia indagine sugli incubi. Aveva un volto belluino, orrendo e spaventoso, gambe storte e sbilenche con zampe da capro e una lunga coda di carne viva, che faceva ribrezzo come un intestino fuoriuscito da un cadavere. Quell’essere mi mise addosso un autentico terrore, misto a orrore e disgusto. Accelerò ancora il suo passo, divenuto una corsa, e con un balzo mi fu addosso, facendomi cadere all’indietro.

Questa caduta mi parve lentissima e interminabile ma, alla fine, mi ritrovai disteso sulla schiena, nella semioscurità, con quel mostro seduto sul mio petto e la sensazione di non riuscire a respirare. Aveva occhi lattiginosi che sporgevano in modo disgustoso verso di me. Spalancò la bocca scura, che pareva l’antro di qualche abisso insondabile. La spalancò ancora. E ancora. Oltre l’immaginabile. Sporse in fuori una lingua sottile e appuntita. Come un becco. Un becco. Una testa nera. Occhi neri lucidi. Piume. Un corvo esplose fuori da quelle fauci infernali e schizzò lontano, spalancando le ali e volando in circolo su di me. Il mostro non chiuse quell’abisso. Un nuovo uccello ne emerse e fu proiettato fuori. Poi ne sparò un terzo. E un quarto. Un quinto. Un sesto, un settimo e un ottavo. Lo stormo vorticava sulla mia testa. La galleria si era dissolta o forse si era mutata in cielo. Un cielo basso e opprimente, solcato da nuvole spasmodicamente frettolose di fuggire via.

Mi svegliai, allora, di soprassalto e mi ritrovai in camera, con Elena seduta sul mio petto. La sensazione di panico non era per nulla cessata e continuavo a respirare a fatica. Cercai di farla alzare o spostare, ma sembrava pesare una tonnellata e le mia braccia erano prive di forza. Le chiesi di andarsene. La pregai. La implorai. Piansi. Finalmente mi svegliai davvero. Davvero? Di nuovo? Ero sveglio?

Che lo strano essere fosse comparso per la prima volta solo dopo le mie indagini sull’incubo, m’induceva a pensare che fosse un parto della mia suggestione. In che misura però Elena l’aveva condizionata direttamente?

 

Fu dopo circa una settimana che la bambina non viveva più con noi, che arrivò la telefonata dalla famiglia che l’aveva presa con sé dopo di noi.

  Buonasera, sono Nicola Scarpelli, la persona che ha in affido Elena…

  Buonasera – risposi con un leggero tremito nella voce.

  Volevo chiederle se fosse possibile incontrarsi una sera per parlare un po’ della bambina. Certo saprete di lei molte cose che noi ancora non sappiamo.

  Certo. Quando vorreste incontrarci? – i miei sensi di colpa mi risalivano in gola quasi come un conato di vomito represso, un rigurgito disgustoso.

  Beh, quanto prima, se si può. Credo sia importante riuscire a capirla subito meglio. Se per voi fosse possibile già domani sera, vi aspetteremmo per cena.

  Senz’altro. Potremmo però fare subito dopo aver mangiato... Non vorremmo gravare…

  Figuriamoci! No, via! Ci farebbe piacere avervi nostri ospiti. A tavola si parla meglio. Non aspettatevi grandi cose, una cena veloce…

  Chiedo a mia moglie e vi richiamo. Il vostro numero dovrei averlo.

  Perfetto! Vi aspettiamo.

 

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