Francesca Pratelli
Piove sempre nel week end


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Titolo Piove sempre nel week end
Autore Francesca Pratelli
Genere Narrativa      
Pubblicata il 27/10/2011
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Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Il libro si libera  N.  121
ISBN 9788873883456
Pagine 164

Prezzo Libro
10,00 € PayPal

Ebook

ISBN 9788873883678
Prezzo eBook 5,99 €
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Casa Di Luca, ore 6 e 58

“Tra poco la sveglia suona” pensò Luca assonnato e preoccupato, e intanto pregava di essersi sbagliato. Fuori era ancora buio e una strana quiete immergeva la città come in una dimensione spazio-temporale sconosciuta, ma il rumore dello sciacquone indicava senza ombra di dubbio che Matteo, il suo coinquilino numero due, si era appena alzato. Ciò significava due cose: la prima era che davvero fossero quasi le sette del mattino, la seconda voleva dire che era lunedì e non domenica.

“Ma come si fa a confondere i giorni della settimana?” pensò ancora immerso nel relativo silenzio, “È possibile quando ti tappi in casa a studiare per tre settimane consecutive e non riesci a capire nemmeno una riga di quello che stai leggendo” aveva risposto prontamente la vocina interiore. Era così: quella odiosa vocina appariva dal deserto immobile e statico del suo cervello che rimpinzava di nozioni umanistiche nella vana e assurda speranza di cavare un ragno dal buco, e nel nulla scompariva.

Rumore di stoviglie che si scontravano proveniva dalla cucina. Bruna, la sua coinquilina numero uno, stava preparando la colazione e anche questo significava due cose: uno che la sveglia non aveva suonato ed era già in ritardo, secondo si era dimenticato di comprare i soliti dolciumi e di conseguenza non aveva più scorte di biscotti al burro. Pazienza. Avrebbe scroccato qualche biscotto integrale a Bruna come al solito.

Luca, dopo aver guardato l’ora, si alzò e, precipitandosi in bagno per evitare di incontrare in corridoio Matteo o Bruna, percepì un vago sentore di nausea.

“Ci manca anche la nausea” e aprì il rubinetto della doccia, e sotto il getto dell’acqua calda si accorse di non avere ripassato bene la bibliografia per l’esame che avrebbe dovuto sostenere quella mattina.

“Magari vomiti davanti alla professoressa” incalzava la vocina, e per un momento Luca ebbe paura che qualcuno potesse sentirla. “Impossibile” si disse “questa fortuna è tutta mia”.

L’orologio della chiesa batteva le 7 e 30 sottolineando ad ogni rintocco che avrebbe dovuto sbrigarsi. Allora decise di non radersi: un aspetto più trasandato avrebbe giocato a suo favore poiché dimostrava che non aveva perso tempo con gli amici.

“Oppure si!” lo avvertiva la vocina “magari la barbetta incolta può essere interpretata come sinonimo di bagordi notturni”.

Un’improvvisa sensazione di gelo lo attraversò fino a raggiungere le dita dei piedi. Soffocò un urlo di disperazione, però vide la sua faccia trasfigurarsi: da umana ad animale preistorico. Si ricordò “L’urlo” di Munch: la sua espressione era esattamente quella. Nel frattempo sentiva chiacchierare Bruna e Matteo in cucina. Discutevano di quanto fosse aumentata la bolletta del gas, e Luca ebbe timore di essere coinvolto in quella conversazione spiacevole. Preferì eclissarsi in camera sua e vestirsi protetto da un sottile strato residuo di silenzio notturno. Forse sarebbe stato meglio saltare del tutto la colazione. Pantaloni di jeans un po’ sgualciti in fondo, “un po’ sozzi direi” esclamò la fastidiosa vocina.

-Taci!- si lasciò scappare Luca e credette di essere impazzito se era ridotto a rispondere ad una voce immaginaria che lo rimproverava continuamente. Una maglietta a maniche corte e una felpa col cappuccio di colore blu, scarpe da tennis, zainetto e libretto universitario e documento di identità dentro alla tasca interna. Poteva dirsi pronto anche se lo stomaco brontolava cercando di attirare la sua attenzione. Prese i due tomi pieni di post-it giallo fosforescenti e che indicavano le parti più importanti da memorizzare.

“Giuro che se questa volta passo l’esame di economia politica tengo questi libri e li rileggo!”. Anzi voleva fare di più: avesse superato l’esame avrebbe smesso di fumare.

“Beh, magari smettere proprio no, ma ridurre sì” pensò prima di uscire dalla camera che aveva ancora le serrande abbassate. Le sette e cinquantasei. Clamorosamente aveva recuperato il ritardo e si trovava in leggero anticipo sulla tabella di marcia. Si gettò sul libro cercando di memorizzare più bibliografia possibile. Non capiva il motivo di studiare a pappagallo una bibliografia, a quale scopo? Allenare la memoria come quando da bambino la maestra obbligava tutti ad imparare la famigerata poesia? Oppure era solo una manifestazione del sadismo della professoressa?

La professoressa di economia politica era la più brutta del dipartimento. Probabilmente lo sapeva e immaginava che gli studenti pensassero questo di lei. La media dei bocciati per esame sfiorava il trenta per cento. Luca era stato bocciato due volte e si apprestava a raggiungere il traguardo della terza. Oramai era fuori corso da quattro anni, praticamente avrebbe dovuto prendere la seconda laurea, e si accingeva anche a terminare con insuccesso il quarto anno per iniziare uno spumeggiante quinto anno fuori corso. In fondo è fisiologico perdere un anno, lo fanno quasi tutti, diceva tra sé e sé; eppoi tre anni fa aveva avuto un incidente di moto ed era rimasto ingessato, fermo in letto, più le fisioterapie a scadenza fissa, più la riabilitazione in piscina; insomma aveva perso sei mesi. I suoi genitori avevano venduto la moto senza chiederglielo, l’avevano fatto e basta. Qualche volta la gamba gli faceva male, specialmente quando cambiava il tempo. Adesso era tutto a posto, gli era tornata la voglia di correre e di uscire la sera con gli amici, di avere un’altra storia, di partecipare alle assemblee degli studenti, di ballare; la voglia di guidare la moto però non era ritornata. Così aveva iniziato a fumare. Fumava un pacchetto al giorno, di nascosto. Qualche sigaretta la rubava a Matteo perché le lasciava spesso nella tasca del giaccone in ingresso. Sembrava non accorgersene, in fondo finché durava perché smettere?

Le otto e dieci, era venuto il tempo di muoversi. Aveva letto sì, ma non si ricordava nulla. Allora meglio incamminarsi. Abitando vicino alla facoltà Luca aveva la fortuna di poterci arrivare a piedi e in dieci minuti esatti.

Si infilò il pesante giaccone di pelle e decise che era venuto il momento di salutare i coinquilini, almeno per educazione.

Bruna era di spalle e lavava le tazzine da caffè e la caffettiera, Matteo leggeva il giornale che gli copriva il viso. Abbozzò un saluto cordiale.

-Non fai colazione?- gli chiese Bruna, sempre di spalle intenta a sbrigare le faccende domestiche.

-No, grazie. Magari prendo un cappuccino al bar quando mi viene fame- rispose garbato per evitare motivi di attrito che potevano sfociare in una discussione.

-Come vuoi- disse Bruna sempre senza girarsi. Matteo non parlava.

Luca salutò ancora una volta.

-In bocca al lupo- esclamò Matteo rompendo il silenzio e abbassò il giornale.

-Grazie papà- disse Luca con un sorriso sincero -ciao mamma, ci vediamo dopo.

-Mi raccomando, questa volta passa l’esame!- si raccomandò Bruna con un’espressione poco convinta.

-Va bene!- e mise lo zainetto sulla spalla prima di aprire la porta di casa e uscire.

Si era dimenticato di accendere il cellulare. C’era un messaggio di Chiara non letto. Le sette e quarantadue, l’ora in cui era arrivato. Lo aprì curioso come un bambino. La sua amica del cuore Chiara era iscritta nella stessa facoltà, e anche lei quasi al quinto anno fuori corso. Solo che se la prendeva con calma, d’altronde era una femmina e in un certo senso se lo poteva anche permettere. Raramente studiavano insieme perché finivano sempre con il parlare delle stesse cose: della musica indie rock, di politica, di arte, di libri non ancora letti, di libri letti, di film da vedere assolutamente e quelli da perdere. Il sesso come argomento non era quasi mai toccato, sì forse qualche volta, ma solamente per conoscere l’opinione del sesso opposto. Chiara aveva avuto una storia di tre anni con un rammollito scheletrico ecomplessato che l’aveva lasciata da due mesi ed era caduta in depressione. Gli sembrava incredibile che quell’essere informe avesse potuto mollare la sua amica. Aveva scommesso più volte con sé stesso che sarebbe stata lei a scaricarlo. Invece la vita era strana, era imprevedibile; sembrava un ventriloquo, uno di quelli che ingannano, che sembra che a parlare sia il pupazzo seduto sulle ginocchia di chi lo manovra, e invece è tutto un trucco. La vita era anche ingiusta perché non faceva distinzione, colpiva alla cieca, e quando meno te lo aspettavi.

“Ciao Lu, che fai? Hai studiato? Io non so una mazza! Ci vediamo in facoltà, se siamo gli ultimi andiamo al bar... magari mi faccio un bel gin-tonic!” diceva Chiara e già si immaginava la sua aria composta e perennemente annoiata che la distingueva dalle altre studentesse. Era come se si degnasse di concedergli amicizia, come se sforzandosi di essere meno imperscrutabile e perfetta facesse dono della sua presenza a pochi eletti. Aveva un’amica del cuore, Barbara, che era diversa: solare, spiritosa, ma anche intelligente e perspicace. Proprio non si spiegava come quelle due potessero andare d’accordo. Avevano meno tratti in comune di quelli che, invece, sentiva di condividere con Chiara. Quel mal di vivere da para-esistenzialista, da pre-oscurantista, in altre parole da persona fortunata e agiata che non ha problemi.

In fondo perché complicarsi la vita? Meglio rimandare quello che puoi fare oggi a domani.

Le otto e ventitré. Alle otto e trenta le porte dell’aula magna si sarebbero spalancate e la fiumana di studenti sarebbe entrata, ma lui doveva raggiungere Chiara.