Carlo Menzinger
LA BAMBINA DEI SOGNI Cap 19 Scomparsa

Titolo LA BAMBINA DEI SOGNI Cap 19 Scomparsa
Illustrazione di Angelo Condello
Autore Carlo Menzinger
Genere Narrativa      
Pubblicata il 30/10/2011
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Note Continua il web-editing: vi prego di segnalarmi, errori, refusi e debolezze narrative. Come nel capitolo precendete il protagonista si pone molte domande. Troppe?

CAPITOLO 19

 
SCOMPARSA
 
Per color che sono svegli esiste un solo mondo comune,
mentre chi si addormenta entra in un mondo suo proprio.
(Eraclito)
 

Che cosa ci andavamo a fare all’orfanotrofio? Non lo sapevo.

Lasciata Laura dalla nonna, perché era ancora troppo sconvolta per andare a scuola, mi recai con Giovanna all’Isola dei Bambini Perduti. Nicola era già lì, davanti alla porta: un cencio slavato. I capelli castani, quasi biondi, erano spettinati, come se li avesse aggiustati solo con un veloce passaggio delle dita. L’altra sera era vestito sobriamente, ma con accuratezza. Ora portava un maglione arancione aperto che faceva a pugni con la camicia celeste, che teneva malamente infilata nei pantaloni. Aveva lo sguardo spento. Ci guardava e sembrava non vederci. Gli strinsi con vigore la mano che mi porgeva, afferrandogli una spalla con la sinistra, nel vano tentativo di trasmettergli tutta la mia condivisione per il suo dolore. Entrammo assieme, tenendo Nicola tra me e mia moglie.

Maria, vedendoci, ci venne incontro agitata e ci aggredì senza neanche salutarci.

- Siete stati voi? L’avete presa voi?

- Chi? – chiesi – Elena? No. No, davvero. Eravamo qui per…

- È scomparsa questa notte. Non la troviamo più. Era nel suo letto stanotte e stamattina non c’era più. È un’ora che la cerchiamo dappertutto.

Non osammo parlare all’assistente sociale dei nostri incubi, né della fine di Elisabetta. Anzi io feci un tentativo di parlare, ma Nicola mi fermò con un gesto.

- Ora pensiamo a lei – disse con un filo di voce.

Lo guardai negli occhi e annuii di fronte alla sua determinazione.

Ci mettemmo a cercarla assieme a Maria. Mi parve che un po’ di azione facesse bene anche a Nicola, che lo allontanasse dal dolore della perdita. Dopo un’ora che cercavamo dentro e fuori l’orfanotrofio e dopo aver avvertito la polizia, finalmente ci mettemmo a sedere e fu l’assistente sociale, guardando Nicola, a chiedergli:

- Lei, però, non è sconvolto così solo per la scomparsa della bambina?

Nicola scosse la testa, ma non rispose.

- Sua moglie è morta stamattina – spiegai con un filo di voce.

- Ed è venuto qua? – calcò l’accento sull’ultima parola.

- Volevo rivedere Elena – rispose.

- Proprio non vi capisco. Siete tutti così legati a questa bambina e nessuno di voi la vuole adottare. Perché? Muore sua moglie e la prima cosa che fa è cercare un’orfana che avete tenuto in casa solo pochi giorni! Perché?

Non sapevo come spiegarle quanto era successo. Nessuno di noi rispose, nonostante lo sguardo interrogativo di Maria che continuava a scrutarci uno a uno. Dentro di me mi chiesi se Nicola le avrebbe detto qualcosa delle cause della morte di Elisabetta. Poteva anche non dire nulla. Era morta nel sonno. Un blocco della respirazione, l’avevano detto anche quelli del pronto soccorso. C’era un referto. Non sembrava fosse stata assassinata. Nessuno l’avrebbe sospettato. Il caso, per i medici, era chiuso. Probabilmente non avevamo bisogno di parlarne con Maria. Se Nicola taceva, io avrei fatto altrettanto. Poteva aiutarci Maria? Che cosa poteva fare lei più di noi? Chi poteva fare veramente qualcosa? Era inutile coinvolgerla.

 

Quella bambina era pericolosa. Lo era diventata. Non potevamo non fare nulla. Ora, poi, era persino sparita. Era del tutto fuori controllo. Se l’avessimo trovata, cosa avremmo dovuto farle? Imprigionarla? Questo avrebbe annullato i suoi poteri? Certamente no. Portarla dall’altra parte del mondo? E lì cosa avrebbe fatto? Non sarebbe stata in grado di raggiungerci, comunque, con i suoi poteri telepatici? Anche ammesso che non potesse, avrebbe potuto fare del male a qualcun altro laggiù.

La mia razionalità ancora una volta rifiutava di credere che tutto ciò fosse reale. Non poteva essere che avesse davvero ucciso Elisabetta!  Forse il cuore della donna aveva ceduto da solo. Magari le apparizioni di Elena lo avevano provato, ma la bambina non poteva essere colpevole. Non potevo credere che avesse voluto ucciderla. E sua madre? Aveva provocato anche la morte di Michela? L’aveva fatto apposta? L’aveva fatto veramente? I suoi poteri le erano sfuggiti di controllo? Lo stesso era stato con Elisabetta? Sempre ammesso che avesse questo incredibile potere di maneggiare i sogni, fino a che punto una bambina così piccola  era in grado di capire le conseguenze delle proprie azioni? Come poteva esserci colpa in ciò?

Dato che era scomparsa, poteva anche non riapparire più. Se l’avessimo trovata noi, avremmo dovuto farla scomparire per sempre? Dovevamo farlo per il nostro bene e per quello di chiunque altro un giorno si fosse imbattuto in lei? Avremmo dovuto ucciderla? Giustiziarla? Bruciarla su un rogo? Questo andava oltre la nostra morale. Mi rifiutavo anche solo di pensare che si potesse far del male a una bambina, per quanto pericolosa. Uccidere era un’idea che non mi apparteneva. Uccidere una bambina, poi! Uccidere lei? Le volevo troppo bene. Non potevo non volerle bene, nonostante tutto. Impensabile. Ma era una normale bambina? Non era piuttosto un mostro? Un pericolo per l’umanità? Un’assassina? Non fermarla cosa avrebbe comportato?

Da morta, magari, sarebbe diventata un fantasma e ci avrebbe perseguitato. Sembrava che più l’allontanavamo e peggio andavano le cose. Le storie di fantasmi non mi sembravano più pura fantasia.

La lotta contro la mia razionalità mi sfiancava e mi rendeva incapace di prendere una qualsiasi decisione. Ero ai limiti della schizofrenia. Una parte di me credeva  nei suoi poteri e un’altra parte si rifiutava. I miei pensieri erravano senza senso, si ripetevano in un circolo vizioso in cui mi ponevo sempre le stesse domande.

Per gli altri non doveva essere diverso. Decidemmo di porci un obiettivo immediato. Dovevamo smettere di ragionare, perdendoci in uno spazio troppo angusto per qualsiasi razionalità o forse troppo ampio per non naufragarci privi di bussola o coste cui fare riferimento.

Dovevamo agire. Fare qualcosa. Qualsiasi cosa che ci allontanasse dal quel vano elucubrare e ci riportasse alla nostra realtà di uomini e donne in un mondo di terra, carne, tecnologia e certezze scolastiche.

Decidemmo di continuare a cercarla. In questo modo potevamo concentrarci su qualcosa di concreto e normale e provare a risolvere un problema più umano.

Dedicammo così il resto della giornata a perlustrare strade e a chiedere informazioni ai passanti.

Percorremmo le vie familiari attorno alle nostre case, le strade degradate vicino all’orfanotrofio, ci addentrammo in centro nella confusione dei branchi inumani di turisti irreggimentati dietro a ombrellini svolazzanti, degli uomini d’affari a passo di marcia, dei negozianti indaffarati, dei patiti dello shopping ciondolanti, delle scolaresche schiamazzanti e dei venditori ambulanti d’inezie massificate. Consumammo le suole di gomma e quelle di cuoio toscano delle scarpe, fermammo passanti indispettiti per chiedere notizie, lasciammo cartelli A4 con foto da ricercata appiccicati con lo scotch, accanto a quelli di gatti e cani dispersi, esaminammo ogni bambina che occhieggiasse all’orizzonte. Tutto invano. Non ci restava che ricorrere agli avvisi sui tetrapak del latte, wanted ormai in disuso.

 

La notte Elena tornò a trovarci. Il sollievo per averla ritrovata almeno nell’irrealtà del sogno svanì però in un attimo, appena lei prese possesso dei nostri processi onirici.

Questa volta lo fece in modo del tutto nuovo e per questo ancor più spaventoso. Andò a rimestare nella nostra memoria. Fu come qualcuno che apra un vecchio baule pieno di ricordi e polvere e ne faccia volare il contenuto per aria. Lei era lì a guardare. Muta e pallida. I miei ricordi volteggiavano ovunque, attorno a me e a lei, come fossero vecchie fotografie gettate all’aria. Ricordi dimenticati da tempo, memorie infantili, pensieri rimossi, ricordi dolorosi. Non fu per nulla piacevole. Era come essere sommersi dalla memoria. La nostra mente rimuove i vecchi ricordi, perché è bene sia così, per non farci soffrire, per fare posto ai nuovi, per migliorare l’efficacia del funzionamento del nostro cervello e per ragioni a me sconosciute. Eppure ogni memoria lascia una traccia nel cervello. I ricordi non scompaiono del tutto, rimangono quieti da qualche parte nel nostro cervello e solo a volte riaffiorano.

Far tornare a galla i ricordi perduti non fu piacevole. Fu tutto troppo violento e veloce. Una cosa è quando una vecchia memoria riprende poco a poco forma nella mente, altra cosa è se centinaia di ricordi cancellati tornano come fantasmi a riprendere consistenza! Il giorno dopo la mia mente era in stato confusionale. Non dico che non ricordassi più nulla, anzi ricordavo anche troppe cose, ma stentavo a far ordine e a connettere un ricordo con un altro. La sequenza degli eventi della mia vita sembrava essersi persa. Le memorie più recenti sembravano sepolte dietro le più vecchie, che credevo dimenticate per sempre e che ora stuzzicavano la mia curiosità, distraendomi. Rimpianto, nostalgia e sentimenti simili mi stavano sopraffacendo. Mi ci volle tutto il giorno per tornare a ragionare in modo corretto. Pensai alla nonna di Elena. Forse anche lei aveva subito un analogo trattamento ed era stato questo a sconvolgerle la mente. A volte nel cervello celiamo dei mostri che è bene non ridestare.

Anche mia moglie e mia figlia dissero di aver avuto lo stesso sogno. Per Laura fu meno traumatico di altre volte, forse perché aveva meno ricordi di noi e quindi il rimescolamento fu relativo. Mia moglie mi parve sconnessa per un paio di giorni. Sbagliava le parole, non ricordava dove fossero le cose e aveva gli occhi lucidi come per una continua emozione. Su di me non ne vedevo altrettanto chiaramente gli effetti. Credo, però, che fossero minori, anche se mi trovai più volte ad annaspare alla ricerca di una parola che non mi veniva fuori o faticai a ricordare delle password che normalmente tenevo a mente. Eventi del lontano passato mi parevano avvenuti di recente e mi ricordavo di persone morte o di cui avevo perso i contatti, come se ci fossero ancora. Per fortuna questo stato confusionale da Alzheimer finì in fretta.

Tra le altre cose, però, ci dimenticammo di cercare Elena. Era stato quello il suo obiettivo? Ne aveva uno? Può una bambina di quattro anni, per quanto paranormale, programmare azioni di questo genere?

E, soprattutto, che cosa poteva fare, alla sua età, da sola per la città? Se fosse stata una bambina come altre si sarebbe certo cacciata nei guai. In questo, mi pareva, lei fosse normale: piccola e sprovveduta come qualsiasi bambina dell’asilo. Magari sarebbe finita sotto una macchina. Per un veloce, gelido, crudele istante, quasi lo sperai. Così almeno tutto sarebbe finito. Subito dopo inorridii al pensiero. Come mi stavo riducendo? Stavo diventando anch’io un mostro insensibile?

 

La sera ebbi conferma che era sopravvissuta alla giungla di cemento.

La trovai in casa. Era sul terrazzo assieme a Laura e giocavano tranquillamente, poi mi vide e fu come se avesse aspettato quel momento. Mi fissò per un istante, quindi afferrò le caviglie di mia figlia con entrambe le mani e, con una forza che mi parve mostruosa per una bimba così piccola, la sollevò e la spinse oltre la ringhiera.

Mi precipitai verso di loro, urlando disperatamente, mentre vedevo Laura precipitare di sotto. Mi affacciai e vidi Laura, quattro piani più giù, immobile. La mia vita era spezzata. Finita. Quanto avevo di più caro al mondo non c’era più. Lo scopo della mia esistenza era stato cancellato per sempre da quel folle gesto di una bambina troppo piccola per crederla consapevole della propria sconfinata crudeltà.

Ignorando Elena, angosciato corsi giù per le scale, che parevano turbinarmi attorno, e raggiunsi mia figlia in strada. Non era morta, ma era priva di sensi e pareva paralizzata. Sapevo che non dovevo illudermi, che per lei (per me) non c’era speranza. Era solo questione di tempo, ma il suo destino era segnato. Non si sopravvive a una caduta simile.

L’ambulanza impiegò un’eternità ad arrivare e quando i medici la videro, le loro parole mi straziarono l’anima, anche se le attendevo: non sarebbe sopravvissuta alla notte. La sua vita era ormai appesa a un filo e… anche la mia. Mi presero un’angoscia e un dolore, quali mai avevo provato in vita mia. Credevo che per me non potesse esserci dolore più grande di questo. In quel momento ebbi conferma di quanto avevo sempre pensato, cioè che non ci fosse nulla al mondo che amassi più di Laura. Sentii gracchiare in cielo. Di nuovo i corvi, presagio funereo, pronti per il loro lugubre pasto. Volteggiavano su di noi.

Sbarrai gli occhi e mi trovai a fissare il soffitto della camera da letto. Ero riuscito a risvegliarmi da quell’incubo impietoso, ansimando e maledicendo Elena, sebbene questa volta forse non era stata la diretta artefice del sogno. Perdere mia figlia mi avrebbe straziato l’anima. L’angoscia non mi lasciava. Avevo un disperato bisogno di tornare alla realtà, di scacciare anche solo il sospetto che quell’incubo potesse essere vero. Corsi in camera di Laura a vedere come stesse. La camera era vuota. Alzai le coperte. Sangue. Sangue ovunque. Le gettai in terra. Mi guardai attorno disperato.

Mi svegliai e saltando giù dal letto corsi in camera di Laura e, grazie al cielo, questa volta, dormiva tranquillamente. Mi girava la testa.

Questa volta Elena, se era stata lei, era andata a cercare nel mio cervello le più segrete paure, rendendole reali.

Quando mi riaddormentai Elena (o la mia angoscia) non smise di tormentarmi e mi fece rivivere paure di quando ero bambino, che ripresero possesso di me, come se non fossi mai cresciuto: paura del buio, paura degli insetti. Nelle tenebre fece comparire millepiedi e scarafaggi orripilanti. Io ero tornato bambino ed esseri mostruosi dagli occhi sfaccettati e dalle numerose zampe mi aggredivano assalendomi da ogni parte. Non c’era modo di difendersi. Gli scarafaggi si mangiavano l’un l’altro e diventavano sempre più grandi. Sbavavano. Cigolavano innaturalmente. Le finestre furono scosse da un soffio di vento. Vibrarono. Si spalancarono. Uno stormo colossale di corvi eruttò nella stanza, volteggiando ovunque. Gli uccelli divorarono gli insetti, poi uno mi fissò. Capii subito che qualcosa stava per accadere. Mi si avventarono tutti addosso, beccandomi e graffiandomi. Ero piccolo. Sempre più piccolo. Sei anni. Quattro. Un lattante. Un corvo colossale m’inghiottì in un boccone solo. Sgusciai attraverso il suo corpo umido, puzzolente e scuro e uscii dall’ano. Subito un altro corvo mi afferrò e m’inghiottì nuovamente.


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