Carlo Menzinger
LA BAMBINA DEI SOGNI Cap 22 Ritrovata

Titolo LA BAMBINA DEI SOGNI Cap 22 Ritrovata
Illustrazione di Angelo Condello
Autore Carlo Menzinger
Genere Narrativa      
Pubblicata il 06/11/2011
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Note Aspetto le vostre segnalazioni su errori o debolezze oggettive o soggettive. Per allargare questo tipo di attività, oggi pomeriggio ho creato su anobii un nuovo Gruppo per il web-editing http://www.anobii.com/groups/01460cd28c4980006e/

CAPITOLO 22

 

 RITROVATA

 
Ciò che pesa nell’uomo è il sogno
(Bernanos)
 

Fu l’Arma a riportarla all’orfanotrofio, con una volante senza sirena, senza ali e senza magia. A renderla a Maria furono dei carabinieri, neri nelle loro divise, nonostante i sorrisi da bravi ragazzi. Ad accoglierla fu la solita Isola senza mare e senza sole.

Una bambina così piccola non può andarsene in giro per la città da sola senza essere notata. Come io l’avevo soccorsa in metropolitana la prima volta (parevano secoli prima!), così una signora la trovò che dormiva in un giardino, minuta e indifesa nella felpa sottile, e la portò dai carabinieri, che la identificarono sfogliando lo schedario elettronico su un vecchio IBM e la ricondussero nel luogo da cui era fuggita, portandosi solo la bambola Lolla e la sua tristezza.

Non lo seppi subito. Mentre lei era già al commissariato, su una sedia di legno senza imbottitura a sostenere la sua solitudine, io continuavo a errare da una via all’altra, cercandola in preda a un subbuglio di sentimenti e sensazioni. Pur di liberare me e la mia famiglia da quegli incubi, avrei fatto qualunque cosa, eppure quella bambina mi stava maledettamente a cuore.

Per fortuna a trovarla furono i carabinieri. Se a trovarla fossi stato io, non so come mi sarei comportato. Non escludo che avrei potuto rivelare istinti che la mia razionalità non riusciva più a reprimere. Istinti violenti, probabilmente, nonostante l’affetto che provavo per lei.

Alla fine della giornata, ignaro del ritrovamento, decisi di fare ritorno là da dove erano partite le mie ricerche: l’Isola dei Bambini Perduti. Non pensavo di ritrovarci Elena, ma volevo sentire che notizie avevano o, forse, volevo solo rivedere Maria.

Arrancai fino all’edificio con le forze residue e le gambe a pezzi per tanto inutile errare.

Appena entrato la bambina mi corse incontro, sfuggendo al disordine degli altri bambini indaffarati a imitare una vita non loro, e mi abbracciò, come la più normale delle bambine che ritrovi un caro zio. Era tranquilla, allegra e per nulla minacciosa. Senza rimorsi, sensi di colpa o rimproveri negli occhi. Come se nulla fosse stato. Come solo ai bambini accade, disperati e un attimo dopo totalmente tranquilli e dimentichi del pianto più dirompente.

Improvvisamente la mia aggressività si sciolse come neve al sole. Era una bambina. Solo una bambina! Come potevo aver pensato che quelle braccia morbide d’infanzia appartenessero a un mostro? Come potevano essere i nostri incubi pilotati da lei? Come poteva volerci fare del male? Doveva essere tutto frutto della mia immaginazione, della nostra fantasia, delle nostre paure. Eppure….

Ancora una volta ero psicologicamente in ginocchio. Non sapevo cosa fare. Il mio istinto mi diceva di portarla a casa e che sarebbe bastato questo a placare i suoi poteri malefici. La mia paura e il desiderio di proteggere la mia famiglia m’impedivano, però, di farlo. Mia moglie poi non me l’avrebbe mai permesso, lo sapevo bene. Come avrebbe reagito Laura, che ora sembrava temerla come fosse una piccola strega? La mia razionalità scientifica mi diceva che era tutto sbagliato. Era sbagliato temerla, ma anche sbagliato esserle così affezionato.

- Portami a casa − fu Elena a spezzare il mio intontimento – ti prometto che sarò buona.

«Ti prometto che sarò buona. Ti prometto che sarò buona. Ti prometto che sarò buona». Quelle parole mi riecheggiarono nella testa più volte. Sapeva allora di essere stata cattiva? Sarebbe davvero stata buona? Dipendeva da lei?

- Non scapperò più – aggiunse – voglio stare con voi.

La fuga: era quello per lei l’esser stata cattiva? Fosse davvero stato solo quello! Era solo quello? Non aveva nulla a che fare con gli incubi e la morte di Elisabetta?

 

Alla fine vidi in lei solo la bambina di quattro anni e mi piegai. In uno stato di totale stordimento e confusione, firmai quel che c’era da firmare e la presi per portarla da noi per qualche giorno, senza quasi rendermi conto di quel che stavo facendo e rinunciando a riflettere sugli effetti e le conseguenze.

Ripensandoci, sospettai che a farmi agire così fosse stata lei stessa, con la sua magia, che quella mia scelta non fosse stata una vera scelta e che la mia volontà fosse controllata dall’esterno.

Mentre ero all’orfanotrofio, chiesi più volte di Maria. Volevo rivederla. Volevo parlarle di Elena. Raccontarle del suo ritrovamento e del suo ritorno a casa. Volevo parlarle della sera prima. Volevo parlarle di noi. Volevo anche abbracciarla e baciarla. Sì! Anche quello. Forse anche quello. Mi mancava. La desideravo, contro la mia stessa volontà.

Non la trovai. Nessuno ne sapeva nulla. Quel giorno non era andata al lavoro. Non aveva avvertito. I colleghi l’avevano cercata a casa, ma non rispondeva. Lasciai l’orfanotrofio con un senso di nostalgia e di vuoto.

 

E mia moglie? Come avrebbe reagito rivedendo la bambina? Non osavo pensarci. Se le avessi portato in casa un cane abbandonato, non mi avrebbe perdonato. Portarle in casa così quella bambina, che lei aveva scacciato, che, come me, considerava un mostro, non era certo una bella trovata! Per giunta l’ultima volta che l’avevo vista, quella mattina, era ancora in stato confusionale. Eppure non potevo fare diversamente. La mia coscienza me lo impediva.

Quando aprì la porta, Giovanna sbarrò gli occhi in un’espressione che era di terrore più che di rabbia e che non prometteva nulla di buono.

La bambina mostrò di non notarlo. Corse invece ad abbracciarla, chiamandola mamma.

- Mamma!

Mamma! Bastò quella parola per far sciogliere l’ira di Giovanna e ridestare i suoi istinti materni. Mia moglie la accolse come se nulla fosse. Il suo subitaneo cambiamento d’espressione m’impressionò. Non capivo come potesse aver cambiato così rapidamente atteggiamento. Non potevano essere state solo la vista di Elena e quella piccola parola! Come la mia decisione mi pare ora fosse stata pilotata, così credo che questo suo improvviso ammorbidimento non provenisse dalla sua stessa volontà. In quel momento, però, non capivo. La guardavo stupito, temendo l’esplosione del vulcano e la drammatica fuoriuscita del magma che si accumulava minaccioso sotto un sottile strato di roccia.

Poco dopo apparve anche Laura. Colsi un lampo di terrore nei suoi occhi alla vista di Elena. Il suo voltò si trasfigurò in modo da agghiacciarmi e spezzarmi il cuore. Poi, come per magia, il suo viso si rasserenò e si distese in un sorriso felice rivolto alla piccola di ritorno:

  Elena! – esclamò piena di gioia e corse ad abbracciarla.

Ero sbigottito.

 

Recuperai dalla cantina il lettino di Elena. Mettendoci a dormire, dopo aver fatto addormentare le bambine, mi chiesi con apprensione cosa sarebbe successo quella notte. Non sapevo se sarei riuscito a prendere sonno. Non ne parlai con Giovanna, ma sapevo che anche lei era in ansia. Parlarne a cosa sarebbe servito? Giovanna mi sembrava come estraniata, lontana, assente. Si addormentò in fretta e con una tranquillità che mi inquietava. Fissavo i riflessi dei led della sveglia sul muro incedere regolari e inesorabili oltre le 00:00.

Mi tranquillizzai cercando di convincermi che la bambina non fosse fisicamente pericolosa. Mentivo a me stesso, perché sapevo bene di cosa fosse capace. Temevo anzi che i suoi poteri fossero ancora maggiori di quelli che già conoscevamo. L’improvviso cambiamento di umore di mia moglie e mia figlia era stato causato da lei? Io stesso mi ero convinto a riportarla a casa, contro ogni precedente decisione, perché aveva manipolato il mio cervello? Che fosse vicina o lontana questo non cambiava la sua capacità d’intervenire sulle nostre menti, dunque non dovevamo avere più paura del solito. Del resto l’avevamo accontentata. Non aveva più motivo di avercela con noi. Era così? Lo speravo.

Alla fine, distrutto da tutte quelle notti insonni e devastanti, dalla schizofrenia delle mie riflessioni senza meta e da quella giornata di vagabondaggi isterici, mi addormentai come un sasso tra le lenzuola di cotone che sapevano di rifugio e passai una lunga, silenziosa notte piena di sogni affascinanti. Sognavo di viaggiare, di vedere posti sconosciuti, di volare, di dipingere, di cantare e suonare. Era come se tutte le Muse fossero nella mia testa e m’invitassero a realizzare opere d’arte d’ogni genere. Come se la Bellezza avesse deciso di rivelarmisi in tutte le sue forme. Non vidi, però, Elena.

 

Quando mi svegliai, mi chiesi se anche questo sogno potesse venire dalla bambina. Mi sentivo un poco come Sinclair di Hermann Hesse, solo che la musa ispiratrice dei miei sogni non era, a quanto pare, una donna matura, oggetto di desideri e pulsioni, ma una semplice orfana di quattro anni. La sua capacità di dominare i miei sogni pareva poi enormemente maggiore del potere, pur sconvolgente, di Eva la madre di Demian, nei confronti di Sinclair.

Eva influenzava i sogni e pareva essere cosciente della loro sostanza. Elena, invece, li manipolava, ci penetrava liberamente, ne mutava la consistenza, li dominava. Che cosa stava facendo? Stava forse sperimentando i suoi poteri? La creatività di questi ultimi sogni pareva il frutto di tentativi artistici, come se Elena sfogasse i propri istinti creativi plasmandoli! A soli quattro anni? Impossibile! Oppure cercava di ripagarmi per gli incubi che mi aveva fatto patire, regalandomene il loro opposto? Era il suo modo per chiedere scusa e per ringraziarmi per averla fatta tornare tra di noi?

Eppure la sua capacità d’intervento andava al di là di quelle che potevano essere le conoscenze di una bambina di quell’età. Forse andava oltre la sua stessa volontà. Cosa poteva sapere dell’Arte e della Bellezza? In che modo riusciva a tirar fuori tutto ciò dalla mia mente, se davvero era lei a farlo?

Quella notte fu come se avesse messo a nudo i miei sentimenti, mostrandomi la natura della mia mente, oserei quasi dire della mia anima. Attraverso di lei la percezione che avevo di me stesso, degli altri, del mondo e della vita mi parve fosse mutata.

Se è vero che il sogno ha il potere di riorganizzare la nostra memoria, di ripulirla dai ricordi inutili, di razionalizzare le esperienze, di produrre le intuizioni, ora tutto questo processo in me era manipolato dall’esterno. E non da un individuo d’intelligenza superiore, da un Dio o da qualche essere superiore che, secondo le credenze antiche, parlava all’animo umano tramite il sogno. No! Le mie percezioni oniriche dipendevano da una bambina che ancora non andava a scuola!

Potrete, dunque, capire il grado di stordimento totale con cui mi ero svegliato quella mattina, la totale confusione dei miei pensieri, il disordine dei miei ricordi. Un meccanismo così complesso come il sogno non poteva essere governato da una bambina. Era come affidarle la guida di una nazione o di un Airbus A380. Qualcuno potrebbe obiettare che le folle hanno la stessa capacità razionale di un bambino di quattro anni, eppure governano le democrazie del mondo. Non lo fanno, però di solito, direttamente, ma si affidano a vecchi politici dementi e di sicuro le folle non pilotano aerei di linea.

Ma era lei? Era ancora lei la causa di tutto? O era la mia mente ormai ad andare alla deriva?

 

La mattina, arrivato in ufficio, cercai Maria al telefono.

  Chi parla? – mi chiese la centralinista, che aveva risposto dopo alcuni squilli a vuoto.

  Sono il padre di uno dei bambini in affido, cercavo Maria…

  Mi dispiace, ma la signora non lavora più da noi.

  Com’è possibile? L’ho vista solo l’altro giorno. Non mi ha detto nulla.

  Purtroppo si è sentita male durante la notte – esitò – L’hanno ritrovata morta in casa sua.

«Cosa?!!» una voce urlava nella mia testa «Che? Come? Morta? Chi? Lei? Maria! Maria? Ora? No.»

  Come? Dice sul serio? Ma stiamo parlando della stessa persona? L’assistente sociale Maria Fiorini?

  Purtroppo sì.

  E come sarebbe morta? Cos’ha avuto?

  Non saprei bene. Mi hanno parlato di soffocamento. Nel sonno, credo.

 

Rividi il mare in tumulto, vidi risorgere lo tsunami, ma questa volta non c’era alcun sacerdote dalla lunga barba a frenarlo. Vidi Maria travolta dall’onda. Vidi il cielo diventare mare e l’oceano farsi nubi per precipitare di nuovo su se stesso. Mi girava la testa. Per fortuna ero già seduto. Presi la testa tra le mani.

Dalla cornetta del telefono, crollata sulla scrivania, sentivo una voce lontana.

-  Pronto? Pronto? Mi sente? Tutto bene?

Come poteva andar bene? Come potevo esser pronto a questo?

 

Soffocamento? Come la moglie di Nicola? Come Elisabetta Scarpelli? Era stata Elena? Perché? Come? Ero nuovamente spaventato e… sconvolto. Non amavo Maria - oppure sì? - Ne ero stato attratto, stavo bene con lei, ma in fondo la conoscevo poco e da poco, però quella notizia mi tagliò le gambe. Mi sentivo mancare. Respirai a fondo. Strizzai gli occhi. Avevo la vista appannata. Non focalizzavo. Li strizzai ancora. Mi passai la mano sul viso con energia. Scossi leggermente la testa. Ero stordito. Appena ebbi di nuovo un po’ di forze, mi alzai e andai in bagno a darmi una rinfrescata. Più che addolorato ero terrorizzato e confuso. Stavo cominciando a illudermi che tutto fosse risolto, che, nonostante le follie dei giorni scorsi, le cose potessero tornare alla normalità, ma la morte di Maria proprio non me l’aspettavo. Era qualcosa che mi faceva di nuovo sprofondare nell’incubo. Piansi. Maria! Era mai esistita la Maria che immaginavo? Forse stavo piangendo la morte di un’altra donna. La conoscevo così poco. Stavo piangendo un fantasma, un’idea di donna più che una persona reale. Quel che c’era stato tra di noi, se c’era stato, era poca cosa. Le nostre vite si erano appena incrociate. Un attimo nell’eternità. Un breve momento nella mia vita. Era così che cercavo di consolarmi, ma non ci riuscivo.

C’era poi il mistero a tormentarmi. Come era morta e perché? C’entrava la bambina?

L’unico modo per sapere era interrogare Elena. Era meglio farlo di giorno o aspettare la notte? Forse sarebbe stato bene parlarle in sogno, ma per me sarebbe stato più facile pilotare il famoso Airbus che i miei stessi sogni. Non ero in grado di fare delle domande mentre dormivo. Questa mia incapacità mi tormentava sempre più, quasi che non fosse così per tutti… o quasi. Mi pareva una sorta di handicap personale.

Rientrando a casa, decisi di affrontarla da sveglia.

  Cos’è successo questa notte alla signora Maria?

  La signora Maria era cattiva. È stata cattiva.

  Sei stata a trovarla? – non mi rispose – Dimmi la verità, Elena: questa notte sei stata nei sogni di Maria?

  Sì. Perché lei era cattiva. Non volevo, però.

  E le hai… avvolto il sogno?

  Sì.

  E lei non riusciva più a respirare?

  Sì.

  Perché l’hai fatto?

  Perché era cattiva e ti voleva portare via. Voleva stare con te. Voleva prendere il posto della mamma. Era cattiva. Mi ha portato via. Dovevo chiudere il sogno.

  L’hai già fatto altre volte?

  Cosa?

  Di chiudere così il sogno.

  Io non voglio. Non voglio.

Stava per mettersi a piangere.

  Elena, tu sei una brava bambina, vero?

  Sì.

  Vuoi stare sempre con me, Laura e Giovanna?

  Oh sì.

  Mi devi fare una promessa, allora. Se vuoi restare con noi, mi devi fare una promessa. Sai cos’è una promessa? Devi dire che non entrerai mai più nei sogni delle persone. Mai più. In nessun sogno. Mai. Neanche nei nostri. E dopo che avrai fatto questa promessa, non dovrai, davvero, entrare più in nessun sogno. Le promesse sono importanti. Se uno promette una cosa, poi deve farla. Non si può più cambiare idea, capito? Puoi farlo?

  Sì.

  Prometti di farlo?

  Sì.

  Prometti che mai più entrerai in un sogno? Ripeti con me: non entrerò mai più in un sogno.

  Non entrerò mai più in un sogno.

  Mai più.

  Mai più.

  Prometti anche che non userai mai i tuoi poteri per entrare nelle menti degli altri. Dimmi: non entrerò nelle menti degli altri.

  Non entrerò nelle menti degli altri.

Ero stupito che ancora non piangesse, anche se la vedevo pronta a esplodere.

  Brava. Ricordati: se non farai così, se anche solo una volta entrerai in un sogno di qualcuno, io ti riporterò all’orfanotrofio e non verrò mai più a riprenderti. – Come potevo minacciarla così? Non era giusto trattare in quel modo una bambina, ma lei cosa era realmente? Non sapevo neppure se sarei riuscito a convincere Giovanna a tenerla con noi (l’aveva momentaneamente accolta, ma non ero sicuro che non l’avrebbe cacciata via tra poco), ma dovevo fermarla, farle capire che sbagliava, che era pericolosa - Hai capito? Ti lascerò lì. Non tornerai più con noi. Capito? Non è un gioco. È una cosa importante. È molto importante. Devi obbedire. Capito? Le promesse sono una cosa seria. Lascia stare i nostri sogni. Non avvolgere i sogni. Non li devi chiudere. Non entrare nei sogni. D’accordo? È pericoloso. Sono cose che non si fanno, non si devono fare. Sono cose che nessuna bambina fa e che neanche tu farai più. Mai più. D’accordo?

  Sì. Non volevo. Era lui che…

  Lui chi?

  Il sogno. Dovevo chiuderlo.

  Non farlo più, d’accordo.

  Sì.

Esitò – ma se lui viene?

  Lui? Lui chi? Il sogno? Prometti di non farlo. Ancora, dai.

  Promesso.

Ci si può fidare delle promesse di una bambina? Forse sono meglio quelle di un marinaio o di un politico, il che è tutto dire.

 

Non sapevo se Elena mi avrebbe obbedito. Ero spaventato. Era un’assassina. Non uccideva con le sue mani. Nessun altro avrebbe mai sospettato di lei, ma era pericolosissima. Era più pericolosa di un cobra o una tigre, ma era solo una bambina e le volevo bene. Di giorno non aveva nulla di inquietante. Che stesse in casa nostra o fuori, poi, non faceva differenza. Non c’era muro che fermasse questo suo potere. Decisi di darle questa nuova possibilità. Dentro di me sentivo che poteva controllarsi, che poteva essere controllata ed educata. Anche le tigri vengono addomesticate, mi dissi.

 

Pensai però che dovevo ritrovare suo padre. Spettava a lui occuparsene. Chiunque egli fosse. Potevamo tenere ancora Elena per un po’, ma se aveva un padre, doveva essere lui a riprendersela. Mi rifiutavo di credere che fosse il diavolo, come diceva sua nonna. Volevo considerare i suoi solo come i vaneggiamenti di una povera vecchia fuori di senno.

Lo desideravo dal più profondo del cuore, perché se non fosse stato così, allora anche gli ultimi pilastri della mia razionalità sarebbero crollati e non sapevo cosa sarebbe potuto essere di me. Cosa sarei diventato, se avessi definitivamente finito per credere a telepatia, incubi e demoni?

Una frasetta però mi girava in testa: “ma se lui viene?”

Lui? Lui chi?

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