Carlo Menzinger
LA BAMBINA DEI SOGNI Cap 24 Le memorie risvegliate

Titolo LA BAMBINA DEI SOGNI Cap 24 Le memorie risvegliate
Illustrazione di Angelo Condello
Autore Carlo Menzinger
Genere Narrativa      
Pubblicata il 12/11/2011
Visite 2250
Note Continua il Web-editing http://www.anobii.com/forum_thread?topicId=3179952#new_thread Fatemi sapere cosa correggereste di questo capitolo? Grazie.

CAPITOLO 24

 

LE MEMORIE RISVEGLIATE

 
I sogni si realizzano; senza questa possibilità, la natura non c'inciterebbe a farne.
(John Updike)
 

Mi svegliai di soprassalto. Avevo il fiatone. Quello non era un sogno normale. Non era il solito sogno provocato da Elena. Eppure quel sogno proveniva da lei. Lo sentivo.

Questa volta non mi era apparsa, né il sogno si era ripiegato su se stesso. Non ne ero stato quasi soffocato.

Il nuovo sogno si era inserito violentemente in quello che stavo facendo. La sua consistenza aveva un terribile sapore di verità. Eppure non era qualcosa che proveniva dall’esterno. Era mio. Era come se qualcuno mi avesse esplorato la mente e ne fosse stato estratto un ricordo ormai perduto.

Forse mi sbagliavo. Forse Elena non c’entrava. Era solo suggestione. Lo era? Non ci credevo. Credevo di riconoscere, nonostante tutto, la sua impronta, per quanto mascherata.

Che cosa aveva di tanto speciale questo sogno? Non molto. Semplicemente aveva tirato fuori, con la vividezza della vita vissuta, il ricordo di un dolore infantile. La morte del mio cane Ruffo. Un bel pastore tedesco con cui ero cresciuto fin quasi dalla nascita. Quando morì, io dovevo avere forse sette anni. Fu il mio primo incontro con la morte, con la sua ineluttabilità, con la sua irreparabilità. La morte in forma di cane. Un cane irrigidito a forma di morte.

Quella notte mi ero ritrovato improvvisamente a essere di nuovo bambino e Ruffo era lì, con me. Stava male. Vomitava bile. Si contorceva. E, infine, era morto e io piangevo su quell’ammasso di pelo inerte. Cercavo di sollevarlo, come se quel gesto potesse riportare a galla la sua anima sprofondata negli abissi dell’oltretomba. Non sembrava più lui. Sembrava un pupazzo duro e freddo. Un pupazzo che mi metteva un po’ paura con quegli occhi che non avevano più vita, con quel ghigno che non era un sorriso, ma solo denti scoperti.

Negli anni mi ero dimenticato di tutto ciò. Mi ricordavo ancora, ovviamente, di Ruffo, della sua malattia e di quella vita scivolata via dal suo corpo un tempo così allegro. Quelle che non ricordavo più erano le mie emozioni, le mie sensazioni, i miei sentimenti, il mio dolore, la mia rabbia contro quella cosa che ancora non conoscevo e non comprendevo, troppo grande e strana per un bambino: la morte.

Quella notte il sogno mi aveva fatto rivivere tutto. Con una nitidezza che non aveva il sapore dolce e triste del ricordo: aveva il gusto amaro e forte della realtà. Il sapore delle lacrime irrefrenabili, che cercano di colmare un vuoto che sembra impossibile riempire, anche a piangere tutto l’oceano.

Mi ero trovato faccia a faccia con la fine della vita. L’avevo vista. Ne avevo sentito l’odore con la coscienza ignara di un bambino, non con quella solida e attuale di adulto. Avevo ricordato e rivissuto la scoperta amara della fine cui tutto tende. Fino ad allora morte era stata per me solo una parola, una delle tante parole vuote usate dagli adulti. D’un tratto ne avevo appreso il significato profondo e una parte della mia infanzia era sgorgata fuori dalla mia anima, lasciandola un po’ più fragile e un po’ più forte nello stesso momento. Avevo capito che era qualcosa che poteva riguardare chiunque, anche chi mi era caro; i miei genitori, innanzitutto. Avevo capito che un giorno sarei potuto rimanere solo. Che un giorno sarebbe capitato anche a me, che il mio corpo sarebbe divenuto un oggetto senza vita, duro come pietra, che si sarebbe scomposto e dissolto.

Come allora, quando ero un bambino, mi sentivo scosso e abbandonato dal mondo. Sedevo nel letto e avrei quasi voluto mettermi a piangere. La veglia, però, mi restituì la mia razionalità e la scorza che ci difende dal dolore. La scorza che ci costruiamo giorno dopo giorno, con la vita vissuta, ma che un bambino non ha. La scorza di cui quel sogno mi aveva privato, per un po’. La memoria della morte, però, mi riportò alla mente le due recenti scomparse: Elisabetta e Maria. Maria che aveva toccato la mia anima per un istante e che ora non c’era più. Maria, di cui mi ero invaghito, lasciandola uccidere da un sogno non mio.

Perché Elena aveva voluto che facessi quel sogno? Era stata davvero lei? Perché aveva violato il divieto, che le avevo imposto, di entrare nei sogni altrui? Perché proprio con quel ricordo? Come aveva fatto ad annullare il vaccino psicologico che io, come ogni uomo, mi ero creato crescendo e divenendo adulto?

Era stato diverso dall’altra volta, quando aveva rimescolato i miei ricordi, facendoli riemergere alla rinfusa. Questa volta era emersa una memoria precisa. Forse erano solo la morte delle due donne che mi avevano riportato alla luce quel ricordo, ma rimaneva il dubbio che fosse opera sua.

 

Dovevo capire. Dovevo parlarne con lei anche se non sapevo come affrontare l’argomento.

  Elena! Ti avevo detto che non volevo che interferissi con i nostri sogni. Stanotte l’hai fatto di nuovo.

  No. Non è vero. Non l’ho fatto – stava quasi per mettersi a piangere. Quasi le credevo.

  Non raccontare bugie.

  Non dico bugie. Non è colpa mia. Non mi mandare via. Voglio stare qui. Non voglio tornare nella stanza brutta!

Aveva capito cosa le stavo dicendo? Capiva cosa volesse dire interferire? Probabilmente no.

-Non devi entrare nei nostri sogni, capisci? – spiegai.

-Non sono stata io.

Diceva la verità? Non potevo saperlo. Non mi parve giusto insistere. La consolai e la tranquillizzai.

Se era sincera, da dove proveniva quel sogno? Forse era solo un normale incubo. Mi lasciò, comunque, scosso per tutto il giorno e quasi stavo per dimenticarmi l’appuntamento con la Pietroni.

 

Arrivai con cinque minuti di ritardo in piazza Atene. A uno dei tavolini sedeva da sola una donna sulla trentina. Mora. Magra. Stando seduta, non ne capivo bene l’altezza, ma non mi parve molto alta. Aveva una maglietta da ragazzina, con delle Winx disegnate sopra. Sotto un seno piccolo. Era certo lei. Stava leggendo un libro. Lo riconobbi subito. Era “L’ombra del vento”. Un bel romanzo in cui letteratura e vita parevano intrecciarsi. Scarpe e borsa di Prada. Anzi, no, solo un’imitazione, valutai. La vidi, in un flash, nel suo appartamento, che immaginavo arredato Ikea, seduta su un divanetto Beddinge, con accanto un tavolino Ramvik pieno di riviste. All’Ikea hanno il vezzo di dare dei nomi anche ai più insulsi pezzi di legno. Il direttore marketing deve essere Geppetto.

  Marta?

  Ciao, Paolo.

  Ciao. Scusa il ritardo – eravamo già passati al tu. Quando ero ragazzo il lei era un uso difficile da sradicare. Continuavamo a darlo per anni. Oggi dura il tempo di una telefonata.

  Non è nulla. Mi ero appena seduta.

  Hai già ordinato?

  No.

  Che cosa prendi?

  Un Campari.

Non era posto da servizio al tavolo. Andai al banco a ordinare. Per fortuna non c’era fila. Ordinai il Campari e chiesi, certo di tentare invano, se per caso non avessero un ginger ale. Non lo avevano. È un vero peccato che sia così difficile trovarne uno in questo Paese. Per me non esiste bibita migliore! Presi due Campari e tornai al tavolo.

  Vi conoscevate bene, con Michela?

  Abbastanza. Eravamo buone amiche.

  Mia moglie e io abbiamo preso la bambina in affido, ma vorrei scoprire se esiste da qualche parte un padre. Non vorrei che saltasse fuori all’improvviso.

  Un padre? Non l’ho mai conosciuto. Credo che Michela non abbia mai avuto una vera storia con lui. Fu cosa di una notte e via. Una bella sfiga, direi. Michela non ha mai voluto cercarlo.

  Ora però la bambina non ha più la madre. Forse quell’uomo potrebbe volerla.

  Michela ne aveva una pessima impressione. Non so se sarebbe contenta di sapere la figlia nelle sue mani.

  È pur sempre il padre e lei è morta. Non ricordi un nome o un indizio?

  No. Michela non ne parlava mai. Solo una volta mi raccontò delle cose strane. Mi disse, quando era ancora incinta, che il padre della bambina la tormentava in sogno. Che le faceva avere degli incubi. Lo chiamava Oberon, ma non era il suo nome. Credo si riferisse a quel personaggio del “Sogno di una notte di mezza estate”, il re delle fate. Forse, per via degli incubi. Una donna incinta ha sempre strane fantasie.

All’improvviso mi tornò in mente il sogno dei due sconosciuti che s’incontravano in stazione e capii che erano loro: Michela e Oberon! Perché li avevo sognati? O meglio: CHI me li aveva fatti sognare? Era stata Elena? Come poteva avermi mostrato un evento antecedente alla sua stessa nascita? Era allora sua madre, la defunta Michela, che mi parlava attraverso quel sogno? Ero giunto al punto di credere che i morti parlino ai vivi attraverso i sogni? In che razza di medioevo stavo sprofondando? Persino Boezio di Dacia, nel 1270, aveva una visione più moderna di me del sogno.

  Fu la sola volta che parlò di questi incubi? – chiesi dopo qualche istante di silenzio.

  Uhm… Sì. Anzi, no. Mi disse qualcosa anche altre volte. Però non parlava più di Oberon. Per un periodo, dopo la nascita della bambina, si era fissata con l’idea che Elena le apparisse in sogno. Me ne parlò un paio di volte. Forse tre - era un argomento che conoscevo e sorvolai.

  Chi potrebbe aver conosciuto Oberon?

  Non ne ho idea. Credo che lui e Michela si siano incontrati in modo del tutto casuale. Michela mi disse «Mi sono lasciata stregare da quel farabutto. In un’ora mi ha cambiato la vita».

  Come stava Michela ultimamente?

  Male. Oh sì! Non stava per niente bene. Era stanca. Non dormiva abbastanza. Io credo che non abbia mai smesso di avere incubi, da quando ha iniziato la maternità. La sua memoria perdeva colpi. Forse è un fatto di famiglia. Ho conosciuto sua madre…

   Anch’io, capisco cosa intendi.

  Certamente Michela non era strana come la madre, ma a volte diceva anche lei cose senza senso. Come questa storia degli incubi. E… beh, non so se è vero, è una mia impressione… mi pare avesse paura… paura della bambina e, forse, di Oberon.

  Aveva altre amiche? Forse c’è qualcuno cui ha confidato qualcosa di più.

  Certo. C’era Ermione. Ermione Laghi. Erano amiche d’infanzia. Ogni tanto si sentivano. Era forse più in contatto con me, ma, chissà, magari a lei potrebbe aver detto qualcosa che io non so. Credo però che di quell’uomo non avesse molta voglia di parlare. Altre amiche ne aveva. Credo, però, che quelle con cui fosse più in confidenza fossimo noi. Da quando era nata Elena aveva tagliato un po’ i ponti con molte amiche. La maternità l’ha cambiata. Molto. È diventata… Era diventata così irascibile, così… sensibile. Si offendeva facilmente. Si emozionava. Si spaventava più spesso che nel passato.

  Dove posso trovare Ermione?

  Non saprei. Credo che viva a Milano. Non siamo molto amiche. Venne anche per il funerale.

Avevo con me l’agenda di Michela. La sfogliai. Alla E c’era scritto Ermione, non riportava il cognome, ma il numero era di Milano.

  Deve essere lei – confermò Marta quando le lessi il numero.

La chiamammo assieme. Neppure lei aveva mai conosciuto Oberon.

– Michela diceva che quell’uomo era il diavolo. Non credo sia una buona idea fargli sapere della bambina. Michela lo odiava. Probabilmente il suo giudizio era un po’ deformato dalla rabbia per essersi ritrovata incinta, senza volerlo, di uno sconosciuto. Però mi disse di averlo ricercato, dopo aver scoperto della gravidanza. Non gli disse nulla del suo stato, ma lui fu molto stronzo con lei, mi disse. Non saprei perché – mi spiegò Ermione – anche se posso immaginarlo.

 

Dunque alla fine l’unica che paresse saperne qualcosa era la madre pazza di Michela, ma quel che diceva era prossimo al delirio profetico. Forse la sola ad averlo visto, però, era proprio lei.

Mi rimaneva l’agenda. Potevo telefonare a tutti i numeri? Se quelle che sembravano le sue due migliori amiche non sapevano nulla, difficilmente avrei trovato qualcuno che ne sapesse di più.

Sfogliai le pagine senza entusiasmo. Arrivato alla O, l’occhio mi cadde sul nome scritto accanto a un numero di cellulare.

C’era scritto Oberon.

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