Carlo Menzinger
LA BAMBINA DEI SOGNI Cap 28 Lo squilibrato

Titolo LA BAMBINA DEI SOGNI Cap 28 Lo squilibrato
Illustrazione di Angelo Condello
Autore Carlo Menzinger
Genere Narrativa      
Pubblicata il 25/11/2011
Visite 2586
Note Ancora pochi capitoli è siamo alla fine del romanzo. Cosa correggereste qui?

CAPITOLO 28

 

 LO SQUILIBRATO

Tutto quello che vediamo, quel che sembriamo
non è che un sogno dentro un sogno.
(Edgar Allan Poe)
 

Ero in ritardo per il lavoro. Mi affrettai. Sulla metropolitana cercavo inutilmente di leggere il romanzo di Dick “Gli androidi sognano pecore elettriche?”, ma ero troppo distratto dai miei pensieri. A un certo punto mi parve che qualcuno mi osservasse. Alzai gli occhi e vidi un volto che mi fissava in mezzo alla folla. Quando lo guardai a mia volta, non abbassò lo sguardo. Notai, con un fremito, che aveva qualcosa dei lineamenti dell’Oberon del mio incubo. Quello del sogno aveva un aspetto assai più belluino, ma c’era qualcosa in lui che mi faceva pensare all’immagine onirica. Forse lo sguardo o, forse, il fatto che mi fissasse. Feci finta di rimettermi a leggere, ma continuavo a sentirmi i suoi occhi sul collo.

Dovevo affrontarlo? Dovevo parlargli? Era frutto della mia immaginazione? Chi era? Lo guardai di nuovo. Era sempre lì che mi fissava. Scesi. Non mi seguì.

 

Il giorno dopo, salendo sul vagone della metro, scrutai la gente e ritrovai i suoi occhi immobili fissi su di me. Mi spostai in fondo al vagone. Era lontano. Essendo entrambi piuttosto alti, anche a distanza, sentivo che continuava a fissarmi oltre le teste dei passeggeri. Penetrante e ineludibile.

 

Ore dopo partii con un enorme traghetto. Lo incontrai a bordo. Vederlo lì, mi fece trasalire. Mi fissava. Venne verso di me, così veloce e determinato che non riuscii neanche a capacitarmi della sua presenza. Si tuffò ai miei piedi e mi afferrò per le gambe. Mi sentii sollevare verso l’alto da una forza impensabile. Mi accorsi con orrore improvviso di precipitare fuori bordo. Mi aveva scagliato come se fossi stato un sacchetto di spazzatura, leggero e fastidioso. Sprofondai in mare, più sorpreso che spaventato. Quando riemersi, l’uomo continuava a fissarmi dal parapetto della nave. Il suo volto era diventato quello dell’Oberon del sogno. Più animalesco. La nave si allontanò e io rimasi da solo in mare. Annaspavo e non riuscivo a nuotare. Sentivo di non aver scampo. Cominciai a gridare. Mi svegliai, svegliando anche mia moglie.

  Continui a avere incubi? Urlavi – borbottò insonnolita.

  Sì. Era Oberon. Il padre di Elena.

  Non pensarci più. Oberon non esiste. Lei non ha mai avuto nessun padre.

 

Il terzo giorno, con mio sollievo, non lo vidi. Sognai, però, la madre di Elena.

La donna stava allattando una bambina. Questa volta era una normale neonata. Non aveva il volto di una bambina più grande. Michela era seduta su un letto e tutto sembrava tranquillo e familiare. Tende, un tappeto, un armadio, due comodini, dei libri, qualche rivista, dei vestiti su una sedia.

A un certo punto Michela però si mise a parlare alla piccola.

Che sciocca! Che mamma sciocca che hai! Come ho fatto a cadere nella trappola di quell’uomo. Non credo di averne mai conosciuto uno più malvagio e io… io me ne sono innamorata! Forse non proprio innamorata, però ero ammaliata… come stregata. Mi pareva speciale. Eppure non sapevo nulla di lui. Ancora ora non so nulla di lui. Non mi ha mai neanche voluto dire il suo nome. Sono stata proprio stupida a seguirlo, a fidarmi di lui. Se a dover pagare le conseguenze fossi solo io, non me ne importerebbe, sarebbe giusto, me lo sarei meritato. Ora però ci sei anche tu. Sarai tu a pagare per il mio errore e la sua malvagità. Crescerai senza un padre e con una madre idiota. Davvero sciocca!

 

Il quarto giorno quell’individuo era di nuovo in metropolitana. Mi misi a sedere, per scomparire alla sua vista tra la folla accalcata in piedi nel corridoio del vagone, che scivolava nella notte artificiale del sottosuolo. Si avvicinò e lo trovai dritto davanti a me. Mi guardava.

  Ha bisogno di qualcosa? – gli chiesi seccamente.

Non mi rispose. Ero indispettito. Taceva.

  Cos’ha da guardare? – chiesi ancora. Già immaginavo una reazione brutale, ma anche questa volta non rispose. Non smise, però, di fissarmi.

Quando fu la mia fermata, scesi. Questa volta l’uomo mi venne dietro. Accelerai. Mi stava sempre alle calcagna. La situazione mi ricordava il sogno del vicolo, però, alla luce del giorno, immaginai una motivazione più razionale. Mi ero imbattuto, pensai, in un mezzo squilibrato che si doveva essere irritato per le mie parole. Non aveva reagito subito, proprio perché era un tipo strano, ma ora voleva vendicarsi.

Una simile spiegazione avrebbe dovuto spaventarmi, ma, in realtà, la trovavo assai meno inquietante dell’ipotesi che quella persona fosse veramente Oberon:  un demone!

Cercai un modo per affrontarlo senza rimediarci qualche osso rotto. Fermarmi e parlargli non mi parve la miglior soluzione. Rivolgermi alla polizia sarebbe stata una bella idea, ma di agenti non c’era traccia. La via era vuota. Il mio ufficio non era poi così lontano. Potevo sperare di raggiungerlo in tempo e rintanarmici. Me l’avrebbe permesso?

Io non ero certo mingherlino, ma anche lui aveva l’aria alquanto robusta. Non avevo voglia di arrivare a uno scontro fisico.

Feci allora la cosa più sciocca che potessi fare. Per capire se mi stesse seguendo veramente, m’infilai in una stradina laterale. Se mi segue anche qui, pensai, vuol dire che mi sta davvero pedinando.

Sulla strada principale sarei stato più al sicuro. Se quell’individuo mi avesse aggredito, forse qualcuno mi avrebbe soccorso. In quella stradina appartata, invece…

L’uomo mi seguì anche lì. Ce l’aveva con me. Come un animale braccato, mi misi a correre e lui, come qualsiasi predatore, scattò in avanti, dietro di me. Istintivo.

Non conoscevo quella strada. Immaginavo quasi che mi sarei trovato all’improvviso di fronte alla piazza con la chiesa del sogno. Invece, svoltava e, poi, improvvisamente, finiva contro un muro. Una via senza uscita. Ero un topo in trappola! Mi guardai attorno alla ricerca di vie di fuga o mezzi di difesa. Nulla. Il gatto si avvicinava.

Mi frugai nelle tasche e trovai la bottiglietta che avevo riempito di acqua benedetta e poi dimenticato di avere.

Brandendola come una pistola, minacciai il bruto:

  Se fai un altro passo te la verso addosso! – gridai.

Non pensavo che la minaccia potesse sortire alcun effetto, se non una risata.

L’uomo mi guardò con quel suo sguardo immobile. Aggrottò le sopracciglia (o forse no). Si girò e se ne andò senza correre, con passo tranquillo, come se non fosse successo nulla.

Il giorno dopo non lo rividi e neppure il giorno appresso.

 

Io ero sempre inquieto, ma almeno Laura ed Elena ora mi parevano serene e tranquille e anche Giovanna pareva tornata alla vita normale, come se si fossero tutte dimenticate degli incubi. Quasi come se non ci fossero mai stati. Era rimasta una mia faccenda personale. Tra me e Oberon, chiunque fosse: padre, maniaco o sogno.

 

Un grido mi fece sobbalzare. Due grandi occhi sbarrati di chi si è appena svegliato per un incubo erano piantati nei miei. Era Michela che mi fissava senza guardare me, senza vedere nulla, seduta nell’oscurità della sua camera. Respirava affannosamente e ripeteva piano:

 No, Elena, no. Basta. Basta Elena. Non farlo più. Non ce la faccio. Non ce la faccio. Così mi fai impazzire. Devo dormire. Devo dormire. Così non posso andare avanti. Elena basta. Lasciami stare. Lascia stare i miei sogni.

Accanto a lei, sul letto, c’era Elena, ancora piccolissima, che la guardava. Era lì senza esserci veramente, un sogno dentro un sogno, come se la sua fosse una materia onirica diversa da quella di Michela. Pur essendo il sogno fatto da un sogno, era più reale di Michela.

 

Nasceva tutto dalla mia fantasia o qualcuno provocava queste mie visioni? Chi me le aveva mandate? Michela per avvertirmi dei poteri di Elena, come se non li conoscessi, oppure solo per continuare a raccontarmi la sua storia? Perché una morta dovrebbe volermi parlare di sé? E se non era lei a farlo, chi era? Elena, Oberon? O magari, arrivai a pensare, Dio o uno dei suoi angeli che cercavano di mettermi in guardia?

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