Carlo Menzinger
LA BAMBINA DEI SOGNI Cap 29 Oberon

Titolo LA BAMBINA DEI SOGNI Cap 29 Oberon
Illustrazione di Angelo Condello
Autore Carlo Menzinger
Genere Narrativa      
Pubblicata il 27/11/2011
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Note Il web-editing volge alla fine. Sto preparando una pagina finale con la quale voglio ringraziare tutti voi che mi avete seguito sin qua. Vi prego di farmi sapere se posso citare i vostri nomi, quelli veri o i nickname o entrambi.

CAPITOLO 29

 

OBERON

Nella profondità del sogno,
ciò che l’uomo incontra è la propria morte.
(Il sogno – Michel Foucault)
 

Elena aveva davvero smesso di manipolare i nostri sogni o aveva semplicemente affinato la sua tecnica? Anche se lei non mi appariva più ormai da qualche tempo, i miei sonni erano tutt’altro che tranquilli. C’era questo suo presunto padre, che pareva aver preso il suo posto. Si manifestava, però, in modo diverso. Nel caso di Elena, l’anomalia del sogno era talmente evidente che c’eravamo subito messi in allarme. I sogni provocati dalla bambina erano troppo strani, avevano una consistenza troppo diversa dagli altri, perché non li riconoscessimo come qualcosa di alieno.

Ora la natura dei miei sogni era cambiata. L’intruso sembrava un altro. Non più solo e sempre Elena, ma anche e soprattutto Oberon. Possibile?

Oberon agiva con più stile. Riusciva a mimetizzarsi meglio, a confondersi con i sogni normali. I sogni stessi parevano sempre più reali, al punto che stentavo a riconoscerli. Era davvero Oberon a fare questo o era solo la mia fantasia? Quell’uomo che incontravo sulla metropolitana era proprio lui? Se era così, ero io a sognare l’uomo della metropolitana o era il mio sogno che si materializzava in quell’uomo?

La mia mente viaggiava ben oltre la razionalità, cui avevo improntato tutto il resto della mia vita, fino a quello strano giorno in cui avevo incontrato Elena. Eppure mi pareva che ora Elena non c’entrasse affatto.

C’erano poi i sogni sulla vita di Michela, che arrivavano come le puntate di una serie televisiva, a raccontarci di lei. Stavo subendo tre infiltrazioni oniriche diverse: le corporee richieste d’attenzione di Elena, le minacce spaventose di Oberon e questa sorta di biografia di Michela. Mi chiedevo se le fonti fossero tre diverse, forse proprio originate da ciascuno di loro. Questo continuava a contrastare con il mio rifiuto di credere che un morto potesse interagire con i vivi. In fondo però ero persino andato da una medium! Le mie difese intellettuali stavano decisamente crollando. Continuavo a ripetermelo, come se quest’autocoscienza potesse essermi d’aiuto, ma non sembrava essere così. Tre contatti soprannaturali erano qualcosa di troppo improbabile. La risposta non poteva che essere una sola: stavo impazzendo!

 

Ormai Giovanna e Laura erano tranquille. Non avevano subito visite. Anche Nicola non pareva turbato da nuovi incubi. Elena sembrava una normale bambina di quattro anni bisognosa di affetto. Ero solo io. Ero solo.

Non mi restava da far altro che attendere il terzo incontro con la medium. Avrebbe portato a qualcosa?

 

Una sera invitammo Nicola a cena da noi. In un momento in cui Giovanna ci aveva lasciati in salotto, gli raccontai dello scontro con lo strano individuo della metropolitana. Parlarne con lui sembrava naturale come discutere l’andamento di una partita di calcio o i risultati di Borsa.

  Pensi davvero che somigli all’Oberon del sogno?

  Non saprei. In realtà nel sogno non aveva lineamenti così precisi. È stato quando l’ho visto che mi è parso essere lui.

  Potresti aver rielaborato, a posteriori, l’immagine onirica, adattandola a quella dell’uomo che hai incontrato.

  Penso tu abbia ragione. Tutta questa storia mi sta suggestionando. Non ragiono come dovrei.

  Credo che la tua sia stata un’associazione normale. Alcuni sogni sono considerati premonitori, spesso solo perché si rielabora quanto sognato, adattandolo agli eventi che si verificano successivamente. Ripensandoci ci pare che le immagini coincidano, ma è solo suggestione. Quella persona non è il padre di Elena. Non è il personaggio del tuo sogno.

  Perché quell’uomo mi ha inseguito, allora?

  L’hai detto tu stesso: era uno squilibrato. Il fatto stesso che ti fissasse a quel modo e non rispondesse alle tue domande lo dimostra. Ti sei imbattuto in uno fuori di testa. Averlo fissato a quel modo deve averlo messo in agitazione. Può capitare. Capita. Ti è capitato. Non devi farti impressionare. Il mondo è pieno di gente strana.

  Ed è scappato davanti all’acqua benedetta?

  Probabilmente sarebbe scappato anche se gli avessi agitato sotto il naso un bicchiere di brunello di Montalcino: era uno fuori di testa! Le sue reazioni non sono normali. Ti ha inseguito finché scappavi. Quando ti sei fermato e l’hai minacciato, si è arreso e se n’è andato via. Come un cane che insegua un gatto. Se questo si ferma o comincia a inseguirlo, a volte è il cane stesso a scappar via.

  Se lo incontrassi ancora, cosa dovrei fare?

  Ignoralo, no? Non ti riguarda. Non è il padre di Elena. Non è Oberon! Non è il diavolo! È solo un mentecatto che fa il tuo stesso percorso in metropolitana.

 

Quella notte Oberon entrò nella mia camera. Senza accendere la luce, salì sul mio letto e si mise a sedere sul mio stomaco. Fissandomi in viso. Concreto come era stata concreta Elena. Pesante come un macigno. Cercai di svegliarmi, ma non ci riuscii. Mi parve di passare ore intere con gli occhi sbarrati a fissarlo, mentre lui mi fissava a sua volta senza parlare. Ero immobilizzato. Non osavo dire nulla. Alla fine decisi di scacciarlo.

  Vattene! – gli urlai. Non si mosse. Non rispose.

Cercai di scrollarmelo di dosso, ma era troppo pesante. Sembrava aver messo radici nel materasso. Aveva zampe caprine i cui zoccoli, sui miei fianchi, parevano scendere attraverso il letto, come radici, fino giù all’inferno.

Quando mi svegliai mi parve di non aver dormito per niente. Mi sentivo ancora stanco, mi girava la testa e avevo gli occhi pesanti.

 

Accompagnai le bambine a scuola. Pensai a quanto volessi bene a entrambe. Anche a Elena. Ormai la ritenevo figlia mia. Continuavo, però, a considerarla, almeno indirettamente, responsabile di quegli incubi. Nel guardarla mi chiedevo sempre cosa ne sapesse e quanto dipendessero da lei e quanto dipendesse da lei l’attuale calma di Giovanna e Laura. Era un pensiero fisso, che rovinava il nostro rapporto e il mio affetto verso di lei, e questo mi dispiaceva enormemente. Forse più della stanchezza che mi provocavano quei sonni agitati, forse più della paura che m’incuteva tutta quella situazione.

Pensai che dovessi venirne a capo non solo per me, ma anche per Elena, che, da quando era comparso Oberon, mi pareva più la vittima che il colpevole. Il solo modo per farlo mi parve consistesse nel rintracciare quest’uomo, che ormai chiamavo Oberon e che era, nella mia mente, la strana mescolanza del padre sconosciuto di Elena, dell’uomo della metropolitana, dell’Oberon di Shakespeare e del mio Incubo.

Per farlo avevo tre strade. Una era la medium, che avrei rivisto quella sera. L’altra era parlare con l’uomo della metropolitana. La terza, forse la più saggia, sarebbe stata ritrovare il vero padre di Elena, ma mi pareva la via più difficile. Non avevo elementi.

 

Quel giorno ebbi dunque la ventura di poter tentare la seconda di quelle strade. Infatti, sulla metropolitana, incontrai di nuovo lo squilibrato.

Questa volta non si limitò a fissarmi. Si avvicinò a me e mi sussurrò:

 Sono il tuo incubo!

Dopo di che si allontanò e rimase a fissarmi da lontano.

In un altro contesto avrei interpretato la frase come una minaccia. Fatta da uno sconosciuto, delle cui facoltà mentali dubitavo, poteva parere la minaccia di un folle, la prepotenza di un bullo.

Dato, però, che lui, effettivamente, aveva le sembianze del mio incubo, quell’affermazione mi fece raggelare. Non era solo una minaccia, era una vera e propria affermazione d’identità! Dapprima sentii venir meno le ginocchia, poi mi ripresi: era solo un uomo! Era un pazzo. Pensai di andare da lui e fargli una scenata, chiedendogli cosa volesse da me.

Dar di matto in pubblico, però, non mi andava. Non ero ancora a quel punto. Decisi di affrontarlo quando fossimo rimasti da soli. Ero certo che un simile momento si sarebbe presentato, perché ero convinto che anche questa volta mi avrebbe seguito. Attesi dunque la mia fermata e scesi. Mi guardai alle spalle per vedere se mi seguiva. Lo vidi, invece, ancora nella carrozza. Non pareva aver alcuna intenzione di scendere. Le porte si chiusero, portandosi via il suo sguardo.

 

Quella sera mi recai da solo dalla maga. Invece della seduta spiritica, questa volta mi offrì di leggere le carte:

  Questo è il folle e questa è la morte e questo è il sogno. Queste tre carte si sono unite. Questo vuol dire incubi. Qualcuno morirà presto. Il folle precede la morte e… – sollevò un’altra carta – …e la segue. La follia porta la morte e la morte porta la follia. Devi fare molta attenzione – sollevò un’altra carta – Questo è il re. Questa è la magia. Devi fare attenzione al re delle fate. Questo è il libro. Il pericolo viene dal sogno. Il sogno viene dal libro – Oberon in Sogno di una notte di mezza estate era il re delle fate. Sollevò un’altra carta. – Il diavolo. Il papa. Ma questo può anche essere il padre. Capisci di cosa parlano le carte?

  Credo di sì – risposi. Non volevo darle indizi. Non le dissi cosa pensavo delle sue informazioni. Mi chiedevo quanto la loro coincidenza fosse frutto della sua abilità di cartomante, quanto della mia suggestione e quanto, magari, vera divinazione. Che Oberon fosse un incubo e un pazzo e che fosse un pericolo già lo pensavo.

  Stai attento! Non sono carte positive – mi ammonì quando me ne andai con aria persa.

 

Quella notte, ovviamente, sognai di nuovo Oberon. Scendevamo assieme dalla metropolitana e ci ritrovavamo in un bosco con un salto di scena che solo un sogno può rendere possibile.

Oberon si piantò davanti a me e fissandomi negli occhi con sguardo folle, mi lanciò la sua sfida:

– Io sono Fobètore, il Dio venuto per portarti il terrore. Sono il fratello malvagio di Morfeo. Sono il tuo incubo personale. Sono il padrone dei tuoi sogni. Sono l’angoscia che non ti molla. Non potrai mai liberarti di me. Vengo dalle profondità della tua mente, vengo dalle profondità della Terra, vengo dalle profondità della Storia. Ci sono sempre stato e sempre ci sarò. La Notte mi guida e il Sonno mi ha ceduto il suo dominio.

Come ebbe pronunciato queste parole folli, si slanciò su di me, cercando di strangolarmi. Lottammo come se dal nostro dibatterci dipendessero non solo le nostre vite, ma i destini dell’universo e l’equilibrio delle sfere celesti.

In quel momento comparve Elena

  Basta, papà! – gridò. Mi chiesi a chi dei due si rivolgesse. Forse a entrambi. Era lei. Non era un sogno normale. Era una delle sue apparizioni oniriche. Nel vederla mi accorsi, anzi, che anche Oberon, questa volta, aveva la sua stessa consistenza: erano entrambi più veri del sogno. Oberon, in effetti, mi stava davvero strangolando. La sua stretta mi toglieva il respiro. Sentivo di sognare, ma soffocavo lo stesso.

  Fermi – urlò ancora Elena e creò un risucchio nel sogno con cui cominciò a tirar via Oberon-Fobètore. Lui, però, resisteva. Questa volta il sogno si ripiegò su di Elena, quasi a volerla schiacciare. Intuii che questo fosse opera di Oberon.

Dovevo salvarmi, ma dovevo anche aiutare Elena. La bambina, però, riuscì a difendersi da sola. Sentii un forte vento che rigonfiò il sogno attorno a lei. Per farlo Elena dovette, credo, allentare la presa su Oberon, che tornò a soffocarmi con maggior vigore.

Pensai che la sola cosa che potessi fare per difendermi fosse svegliarmi. Non ci riuscii. Credo fosse Oberon a impedirmelo.

  Voglio svegliarmi! – urlai. Credo che Elena capisse che solo così potevamo bloccare Oberon e mi venne in soccorso. Non so come, ma sono convinto che sia stata lei a far cessare il sogno.

 

Mi rizzai a sedere sul letto. Sentivo il collo indolenzito e respiravo a fatica.

 

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