Carlo Menzinger
LA BAMBINA DEI SOGNI Cap 30 Sospettato

Titolo LA BAMBINA DEI SOGNI Cap 30 Sospettato
Illustrazione di Angelo Condello
Autore Carlo Menzinger
Genere Narrativa      
Pubblicata il 03/12/2011
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Note Continua il web-editing: segnalatemi, per favore, tutto quello che non vi convince, errori e refusi.

CAPITOLO 30

 

SOSPETTATO

 
Che me ne faccio della realtà,
datemi il sogno…
(Gabriele D’Annunzio)
 

Quella mattina non incontrai Oberon. In compenso Dilani, l’ispettore di polizia, mi chiese un nuovo appuntamento per la sera.

  Lei era l’amante di Maria Fiorini? – mi chiese, al nostro incontro, senza troppi preamboli.

  No – risposi, senza mentire troppo. La nostra era stata solo la storia di una notte. Non mi ero mai immaginato come il suo amante. Avevo, poi, un ricordo così confuso di quella sera, che stentavo a credere ci fosse mai stata. A volte credevo di averla solo sognata.

Il collega semi-muto di Dilani sorrideva con quel suo solito sguardo che non riuscivo a interpretare: sembrava volesse dire «ti ho capito, io!» e nello stesso tempo mi dava l’impressione che non capisse proprio nulla.

  Dall’esame del DNA, risulta che lei ha avuto un rapporto con la donna poco prima che morisse. Mi sono permesso di prelevare un suo capello per effettuare gli esami.

«Prego, si accomodi, vuole anche l’unghia dell’alluce o una provetta di sangue!» pensai con sarcasmo, ma risposi:

  Come fa a dire che era proprio un mio capello?

  L’ho preso l’altra volta dalla sua poltrona, ma questo non è un problema. Se lei sostiene di non avere avuto rapporti con la signorina, possiamo fare un’analisi del suo DNA direttamente su di lei e verificare se è diverso.

  Non avete nessun diritto a esaminare il mio DNA, senza una mia autorizzazione! Non dovreste avere anche, che so, un ordine della Procura?

  Dunque, sostiene di non aver fatto del sesso con la signorina il giorno in cui è morta?

A queste parole di Dilani, il suo collega allargò ancor più il suo sorriso furbetto, piegando la testa in modo allusivo.

  Questo no – mi arresi davanti all’evidenza – ma non ero il suo amante. È stata la prima e l’ultima volta, purtroppo.

  Una strana coincidenza, non trova?

  Forse. Continuo a non capire perché lei stia indagando come se la signorina Fiorini fosse stata uccisa. Non si è trattato, dunque, di morte naturale?

  Probabilmente sì, ma come le dissi l’altra volta, il medico legale è perplesso. Mi è parso il caso di capire meglio.

  Che cosa pensa il medico?

  Pare che il cuore si sia fermato a seguito di un mancato afflusso di ossigeno. La donna, però, prima di morire si è agitata, come se lottasse con qualcuno. Quello che è strano è che, nonostante ciò, non presentasse sul corpo i segni tipici di una colluttazione. Non un livido, né un graffio. In effetti, era come se, mancandole il respiro, avesse cercato di lottare contro qualcosa dentro di sé. Questo farebbe escludere l’omicidio, ma resta alquanto strano. In questi casi il moribondo si limita a sussultare, cadere in terra, annaspare. Lei, invece, ha messo a subbuglio la stanza. Un’ipotesi, però, potrebbe essere che un tale disordine l’abbia provocato prima, magari durante un amplesso piuttosto vivace. Forse lei può dirmi qualcosa in merito.

 

Fui vento e fui tempesta.

Fui pietra e fui magma e lava.

Ero una belva affamata.

Ero energia e potenza.

 

  Fui tentato di confermare la versione dell’amplesso vivace, tanto per dargli una soluzione facile e allontanarlo dalla follia che stavo vivendo, ma perché dovevo mentire? Non avevamo certo messo a soqquadro la stanza! Strani pensieri continuavano a martellarmi in testa, rendendomi difficile rispondere.

 

Fui vento e fui tempesta.

 

Avevo ammesso la relazione, ma perché avrei dovuto ammettere un rapporto così agitato? Questo non mi avrebbe messo ancor più in cattiva luce? Ammettendolo, non sarebbe sembrato che confermassi che quella specie di lotta fosse avvenuta tra di noi e che durante questa lotta l’avessi uccisa? Perché dovevo mentire in questo modo? Stavo finendo nell’angolo.

 

Fui pietra e fui magma e lava.

Ero una belva affamata.

 

  Abbiamo fatto l’amore, ma in modo piuttosto tradizionale, se posso esprimermi così. Non abbiamo certo rovesciato la casa – risposi.

Ero energia e potenza.

 

  Capisco. Vorrà dire che, escludendo altre visite, la donna ha fatto tutto da sola – il suo tono era pacato, ma mi parve di cogliere una certa ironia nelle sue parole – probabilmente deve esser stata ancora preda dell’euforia sessuale: ma cosa fa lei alle donne? – mi prese poi in giro spudoratamente – le trasforma in furie scatenate.

Rimasi zitto come un’idiota, anche se le strane voci dentro di me si erano placate.

 

Ci voleva proprio Dilani per tranquillizzarmi! Ora non solo ero tormentato da storie paranormali, tallonato da un pazzo maniaco, ma anche sospettato dalla polizia per un omicidio che non avevo commesso. Magari per due omicidi. Praticamente ero quasi un serial killer!

 

Quella notte non avrei voluto addormentarmi. Temevo di incontrare nuovamente Oberon. Sentivo che avrebbe potuto uccidermi in sonno. Riflettendoci, mi chiesi se non fosse stato proprio lui a uccidere Elisabetta e Maria. Avevo sempre pensato che tutto dipendesse da Elena, ma era davvero colpevole?

La bambina ormai dormiva. Dovevo capire. Dovevo sapere. Ero troppo spaventato. Mi alzai dal letto. Anche Giovanna dormiva e non si accorse che uscivo dalla stanza. Entrai nella cameretta di Elena e la svegliai.

  Cosa c’è? – mi chiese, aprendo a fatica gli occhi.

  Ti ricordi il sogno di ieri notte.

  L’uomo che voleva ucciderti?

  Sì – quasi esultai. Mi stupivo sempre di scoprire che Elena conoscesse i miei sogni.

  Sai chi era quell’uomo?

  Lo chiamavi Oberon.

  L’avevi già visto altre volte?

  Sì. È cattivo.

  Quando è stata la prima volta che l’hai visto?

  Non ricordo. Sempre. Lo vedo da sempre.

  Ti ricordi di Maria, la signora dell’Isola dei Bambini Perduti.

  Sì.

  Ti ricordi che mi hai detto che le hai avvolto il sogno attorno, perché era stata cattiva?

  Sì. Non lo farò più. Promesso.

  Ti ricordi cosa è successo dopo?

  Dopo?

  Che cosa ha fatto Maria dopo che le hai avvolto il sogno?

  Non lo so. Dormiva.

  Era morta? Capisci cosa intendo?

  Non era morta. Oberon le parlava.

  Oberon? C’era Oberon?

  Sì.

  L’ha uccisa lui?

  Non so. Sono andata via. Oberon mi ha sgridato e mi ha mandato via dal sogno. − Allora non avevo capito nulla! Elena aveva dei poteri, ma il malvagio era Oberon!

  E la signora Elisabetta? Anche lei è stata visitata da Oberon?

  Sì. Oberon mi segue sempre. Se io vado in un sogno, viene anche lui. Io gli apro il sogno e lui entra.

  Gli apri il sogno?

  Uhm… sì. Cioè… Non so.

  È come se apri una porta?

  Uhm… sì, credo. È diverso, però. Lui non la sa aprire. Oberon vuole che apro.

  Ieri notte l’hai fatto entrare tu nel mio sogno?

  Dovevo. Lui lo voleva.

  Dove vive Oberon? Dove sta, quando non è nei sogni?

  Non so.

  Ancora una cosa, poi ti lascio dormire: hai fatto male a Elisabetta?

  No – si rattristò - È stato Oberon.

  Però, sei stata tu a farlo entrare?

  È cattivo con me. Se non obbedisco, mi fa fare brutti sogni.

  Pensi che potresti impedirgli di entrare nei miei sogni? Non voglio che entri nei miei sogni.

  Non so. È cattivo. È forte.

  Puoi provare?

  Proverò.

  Ti voglio bene, piccola.

  Anch’io… papà. Non voglio che tu muoia.

  Buonanotte – la baciai sulla guancia. «Speriamo sia davvero buona almeno questa, di notte» pensai.

 

Feci sogni confusi, credo ci fossero anche Elena e Oberon, ma erano solo rielaborazioni della mia mente. Nessuno dei due venne a trovarmi con la concretezza che caratterizzava le loro apparizioni.

La mattina chiesi a Elena cosa fosse successo nella notte.

Mi disse che Oberon l’aveva minacciata, chiedendole di farlo entrare nei miei sogni e lei si era rifiutata. Poi l’aveva lasciata stare.

 

Dopo poco lo incontrai sulla metropolitana. O, quantomeno, incontrai il suo alter ego di carne. La scena era la stessa dei giorni precedenti, cui stavo quasi per abituarmi. Mi fissava da quattro o cinque metri di distanza.

Alla solita fermata scesi e questa volta mi seguì. Mi mantenni, però, per strade frequentate e lui si tenne sempre qualche passo indietro. Quando arrivai in ufficio, non mi seguì all’interno.

 

Dopo un’oretta mi telefonò Nicola:

  Questa notte ho sognato Oberon. Non era corporeo come Elena, però non era un vero sogno. Era pilotato. Mi ha parlato di te. Era arrabbiato. Diceva che non avresti dovuto influire su Elena, che Elena è sua. Che dobbiamo tenerci alla larga. Che era inutile che provassi a difenderti. Mi ha detto che dovevo avvertirti.

  Grazie. Credo di aver scoperto che la causa di tutto è lui, non Elena. Anche per tua moglie. È stato lui. Te ne parlerò meglio quando ci vedremo.

  Oberon? Avrebbe ucciso lui Elisabetta?

  Credo di sì. Tramite Elena. Ora non posso parlare.

  Va bene. Ti chiamo a casa.

  Ciao.

 

La sera rientrando trovai Dilani sulla porta. Questa volta era solo.

  Salve.

  Salve, ispettor Dilani. Tutto bene?

  Chi è Oberon?

  Cosa?

  Chi è Oberon?

  Il re delle fate in “Sogno di una notte di mezza estate” – sparai lì.

  E cosa ha a che fare con Elena?

  Chi le ha parlato di Oberon?

  La maga Morfea e… il suo telefono.

  Tiene sotto controllo il mio telefono? Ancora una violazione della mia privacy! Io la denuncio.

  Faccia pure. Sarà un’occasione per chiarire in tribunale varie cose. È il padre della bambina? Perché lo protegge? Potrebbe essere stato lui a uccidere Elisabetta e Maria. Perché non me ne vuol parlare?

  Non ho nulla da dire. Non lo conosco. Ho provato a cercare il padre della bambina, ma nessuno sa chi sia.

  Chi è allora quest’Oberon? Perché lei e il signor Scarpelli pensate che abbia ucciso sua moglie? E, soprattutto, perché non lo denunciate?

  Era solo un gioco – sparai, non venendomi in mente idee migliori. - Uno scherzo che facevo con il signor Scarpelli.

  Strano che il signor Scarpelli gradisca scherzare sulla morte della propria moglie e per giunta con una persona che si conosce appena, non trova? E poi perché qualche giorno fa ha fatto controllare ai miei colleghi un numero di telefono che diceva fosse di questo Oberon?

Sapeva anche quello, ovviamente, questo supersbirro!

  Non conosco il padre della bambina, la madre viveva da sola e non era sposata, ma sospetto che lo chiamasse Oberon. Non era il suo vero nome. Non so come si chiamasse. Con Nicola ogni tanto facciamo qualche battuta su questo nomignolo, tanto per allentare la tensione. Da quando abbiamo preso in affido la piccola, ci siamo incontrati e siamo entrati subito in amicizia.

  Fa piacere incontrare gente tanto allegra e cordiale – commentò con ironica freddezza, fece un cenno con la mano per salutare e se ne andò.

Mi stava diventando antipatico o, forse, lo era sempre stato.

 

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