Carlo Menzinger
LA BAMBINA DEI SOGNI Cap 31 La resa dei conti

Titolo LA BAMBINA DEI SOGNI Cap 31 La resa dei conti
Illustrazione di Angelo Condello
Autore Carlo Menzinger
Genere Narrativa      
Pubblicata il 04/12/2011
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CAPITOLO 31

 

LA RESA DEI CONTI
 
L'azione è l'ultima risorsa di quelli che non sanno sognare.
(Oscar Wilde)
 

La notte Elena entrò in camera nostra e s’infilò nel lettone. Non era un sogno e non era un’apparizione. Era proprio lei, in carne e ossa. Era spaventata e pallida.

  Cosa c’è, piccola? – le chiesi.

  Oberon mi fa fare brutti sogni. Vuole venire da te.

Si sistemò tra Giovanna e me, sotto le coperte. Mia moglie continuò a dormire.

 Può farti del male? – le chiesi. Sapevo che avrei dovuto tranquillizzarla, dirle di non aver paura e che Oberon era solo un sogno, ma come potevo? Lei era  una bambinetta, ma i suoi poteri erano la sola difesa che avessi in sonno contro quel demone e nel contempo, a quanto pare, era tramite lei che lui poteva raggiungere la mia mente.

Solo un sogno: una simile affermazione mi suonava poi quanto mai riduttiva. I sogni erano ormai per me qualcosa che poteva essere estremamente vero e concreto. Eppure quante volte dei bambini sono stati tranquillizzati con una simile frase! «Dormi, tesoro, è stato solo un sogno».

– Non lo so – pianse – però mi fa paura. Mi fa fare gli incubi. Dice che devo aprirgli i tuoi sogni.

  Cerca di non farlo entrare. Prova ancora questa notte. Domani cercherò di fare qualcosa per fermarlo.

  Va bene.

Fare qualcosa? Davvero non sapevo cosa. L’unica possibilità era incontrare l’uomo della metropolitana. Sperare fosse davvero lui l’Oberon del sogno e riuscire a bloccarlo. Come? Stentai ad addormentarmi nel cercare una soluzione. Elena fece il suo dovere e, nonostante gli incubi che Oberon le somministrò, mi difese dai suoi attacchi onirici.

Era stata brava e coraggiosa. Ora toccava a me fare l’adulto, cosa che la nostra generazione era così poco abituata a fare. Toccava a me difendere Elena. Dovevo affrontare Oberon.

 

Uscii di casa armato: in una tasca tenevo la bottiglietta con l’acqua benedetta e una croce d’argento. Per maggior precauzione avevo preso anche dell’aglio. Dovrebbe servire per i vampiri, ma non si poteva mai dire. Sapevo veramente con chi o con che cosa avevo a che fare? Ogni credenza poteva nascondere un nocciolo di verità. Nell’altra tasca misi, invece, un’arma meno spirituale: un coltello a serramanico con la lama affilata. Mi sentivo come l’eroe di un western. L’ultimo cavaliere a caccia dell’uomo in nero. O, magari, Van Helsing a caccia di Dracula.

Per fortuna sulle metropolitane ancora non ci sono i metal detector, né ti perquisiscono.

Temevo di non incontrarlo. Invece lui era lì. Era sorprendente, in effetti, il numero di volte che lo trovavo sul vagone su cui salivo. Statisticamente improbabile. Quale scienza umana, però, aveva più valore in questa storia? La teologia? Neanche quella, credo!

Mi fissò. Ricambiai lo sguardo con aria di sfida. Restammo per tutto il percorso a fissarci. Quando scesi, mi seguì. Difficilmente, mi parve, avrebbe potuto resistere al magnetismo dei miei occhi, che lo chiamavano allo scontro.

Mi seguì, a pochi passi di distanza, fino al vicolo senza uscita. Questa volta mi ci infilai con la volontà di essere seguito e il desiderio di affrontarlo in uno spazio deserto, libero da occhi indiscreti.

Arrivati a metà del vicolo, mi girai e, fissandolo, gli chiesi:

  Sei Oberon?

Quel campione di loquacità non mi rispose.

  Che cosa vuoi da me? Perché mi segui? - insistetti.

Continuò a non rispondere. Le mie erano domande di cui credevo di avere già le risposte. Le facevo solo per sentirmele confessare. Per avere una confessione, che liberasse la mia coscienza.

– Chi sei? – chiesi ancora.

– Sono il tuo incubo! – disse ripetendo le sole parole che gli avessi mai sentito pronunciare nel suo corpo diurno. Pareva una sorta di zombie. Anzi, mi venne piuttosto in mente il corpo rianimato da qualche pratica vudù, un cadavere tornato in vita solo per compiere una missione di morte, l’incarnazione di una loa

  Ti ordino di lasciarmi in pace e di non visitare più Elena – tentai invano.

  Sono il tuo incubo! – ripeté, come un disco rotto, come se non sapesse dir altro. Avanzò verso di me con espressione minacciosa.

Estrassi la bottiglietta d’acqua benedetta. Lontano un corvo gracchiò.

– Fermati! – non lo fece. – È acqua benedetta! 

Mi si scagliò contro. Gli gettai l’acqua in viso. Esitò un instante, ma non si fermò. Ebbi il tempo di estrarre e far scattare il coltello che avevo nell’altra tasca. Non ci badò. Mi afferrò il collo con entrambe le mani e cominciò a stringere come nell’incubo. La vista mi si annebbiò. Il suo volto mi parve deformarsi in un ghigno che aveva ben poco di umano. Fobétore, pensai, il fratello malvagio di Morfeo. Mi mancava l'aria. Il vicolo mi parve restringersi come se i palazzi si stessero avvicinando tra loro. Lo colpii allo stomaco, sussultò, ma nulla di più. Un fiotto caldo mi bagnò la mano. Una sostanza densa e gelatinosa, più che sangue. Continuava a stringere. Presto avrei perso i sensi. Oberon mi conficcò lo sguardo negli occhi. La mancanza d'aria e quel suo fissarmi mi stavano annientando. Mi stava ipnotizzando? Non riuscivo a reggermi in equilibrio. Il pavimento si inclinò. Stavamo scivolando. Sempre più velocemente. La stradina era diventata un pozzo. Precipitavamo. Mi aggrappavo a quel mostro come a un'ancora di salvezza, come se lasciarlo mi avrebbe fatto sprofondare in abissi infernali. Non c'era, in realtà, bisogno di reggerlo, dato che le sue mani erano sempre avvinte attorno al mio collo. Era lui a reggere me. Alle sue spalle vidi per un attimo il volto terrorizzato di Elena. Pareva concentrata, oltre che spaventata. Stavo morendo. Il pozzo era sempre più buio. La luce era ridotta a un fioco lume in lontananza, alla bocca del pozzo. Erano i miei ultimi istanti. Sentii un grido. Era Elena? No. Forse ero io stesso. Ma con quale fiato potevo aver urlato, se non ne avevo più? Ero confuso. D'un tratto, però, mi ricordai di avere ancora il coltellino in mano. Lo colpii nella schiena. Il corvo gracchiò più vicino. Fu come affondare l'arma in terra. Non si fermava. La sua presa era sempre più forte. Sentivo che avrebbe potuto spezzarmi l’osso del collo. Ero sporco del suo sangue, che fiottava copioso dalle ferite. Stavo soffocando. Avevo esaurito anche le ultime riserve di ossigeno. Le forze mi stavano lasciando. Le raccolsi come potei. Peter Pan mi sfrecciò accanto. Riapparve Elena. No, non era lei. Era lo Stregatto di Alice. Sogghignò. La Regina di Cuori gridò:

- Tagliategli la testa!

Una torma di fauni si stava calando giù nel pozzo. Peter Pan svolazzava inquieto in mezzo a uno stormo di corvi affamati d'anime. Riuscii a raggiungere il collo di Oberon e ci piantai la lama. Allentò la presa. Colpii ancora. Al centro della fronte. Il terzo occhio, pensai follemente. Urlò. Il suo grido fu un ululato che spezzava le montagne e raggiungeva il cielo. Qualcosa di inumano e ancestrale. La forza primitiva dei giganti e dei troll. La potenza delle viscere dei vulcani. Il rombo dell'eruzione. Il rantolo mortale delle sirene assassinate. Un grido che mi trapassava il cervello. I corvi gracchiarono in coro.

Finalmente mollò la mia gola. Mi fissò ancora con quei suoi occhi allucinati e cadde in ginocchio ai miei piedi. Nel cadere mi graffiò con le unghie la mano che teneva l’arma. Il pozzo tornò d'un tratto un vicolo. I fauni, Peter Pan e le altre allucinazioni sparirono. Avevo ancora la vista un po’ annebbiata. Respiravo. Gli diedi una ginocchiata sul mento e crollò all’indietro. Sul pavimento finalmente orizzontale. Respiravo. Respirai. Per essere certo della sua morte, gli piantai ancora tre volte la lama nel cuore. Respirai ancora. Con liberazione.

Per precauzione, gli infilai l’aglio e la croce in bocca. Smettesse ora lui di respirare! Mi scossi. Il ritorno alla realtà fu duro.

Avevo appena ucciso un uomo. Forse era un mostro, ma quello che giaceva ai miei piedi, per qualunque poliziotto, era innegabilmente un essere umano. Dovevo comportarmi di conseguenza. Ero un assassino. Cosa si fa in questi casi? 

Avevo lasciato impronte digitali? Non mi pareva. La croce l’avevo lucidata con la camicia. Chi poteva risalire a me? Non c’erano testimoni. Il vicolo era deserto come sempre.

Mi allontanai. Mi sentivo più leggero e più pesante nello stesso tempo.

Più leggero, perché mi ero finalmente liberato da quell’uomo. Con la sua morte speravo di essermi anche liberato dei miei incubi e credevo di aver ridato tranquillità alla mia famiglia. Ora respiravo davvero a pieni polmoni.

Più pesante, perché la mia coscienza era macchiata da un delitto, il più atroce di tutti. Per placarla le raccontavo che si era trattato di legittima difesa. Sapevo, però, di essere uscito da casa determinato a liberarmi di lui, a qualunque costo. Forse non avrei potuto dimostrare a nessun giudice che Oberon mi aveva seguito e aggredito, ma era qualcosa che la mia coscienza doveva accettare per acquietarsi. Eppure resisteva!

 

Ero sporco di sangue. Non potevo certo andare in ufficio così, né tornare sulla via principale. Se qualcuno mi avesse riconosciuto, avrebbe certo testimoniato, indicando la mia presenza sul luogo del delitto. Dovevo evitare che si scoprisse che l'omicidio fosse avvenuto proprio lì, così vicino al mio ufficio. Come potevo portare altrove il cadavere? Ero arrivato in metropolitana. Non potevo certo caricarlo su un autobus! Vidi un cassonetto. Tornai indietro dal cadavere e lo trascinai fin lì. Lo issai dentro a fatica e, quindi, rimestai i rifiuti in modo da far scomparire il corpo sotto di essi. Mi parve di averlo nascosto come si deve, quando della spazzatura scivolò via e mi ritrovai i suoi occhi vitrei che mi fissavano senza vita ma ancora feroci. Sussultai. Mi ripresi e con un ultimo sforzo e un conato di disgusto, lo ricoprii di nuovo. Non si vedeva più. Scrutai la superficie di immondizia per sincerarmene. Sembrava tutto a posto. Presto avrebbero portato via i cassonetti e la mia vittima sarebbe finita in qualche discarica. Sarebbe stato difficile capire da dove provenisse. Forse, speravo, nessuno l’avrebbe notato.

 

Rimaneva il problema dei miei vestiti che ora, oltre a essere insanguinati, puzzavano anche d’immondizia. Dovevo lavarmi. Percorsi il vicolo in direzione del cul-de-sac. La fortuna mi venne incontro. Abbandonata in un angolo, c’era una tanica di plastica. Era piena! Svitai il coperchio. Non era acqua. Puzzava di gasolio. Non avevo altro. Mi versai addosso il carburante, che nascose l’odore di spazzatura e lavò via il sangue. Ora, però, ero ancora più sporco e puzzavo come non mai.

Sapevo che qualche centinaio di metri più in là c’era una fontana. Per raggiungerla avrei, però dovuto attraversare la via principale, dove, certo, avrei incontrato qualcuno. Essendo sporco, ma non più insanguinato, potevo provare a raggiungerla. Lasciai il vicolo. La gente mi guardava con la coda dell’occhio, lurido e puzzolente non dovevo fare un bell’effetto. Probabilmente mi presero per un barbone e cercarono di evitarmi. Non notai nessuno di conosciuto. Raggiunsi la fontana e mi ci tuffai dentro tutto vestito. Il gasolio se ne andò solo in parte. Se mi era rimasta qualche traccia di sangue, ora l’acqua doveva averla cancellata. Un bambino mi guardò, mentre m’immergevo. La madre lo strattonò via. Gli altri passanti mi ignorarono. Ora ero fradicio, ma non sembravo più un assassino insanguinato. Uscendo dall'acqua vidi la sagoma di un corvo nero nell'acqua. La fissai meglio e la macchia di gasolio cambiò forma. Scossi la testa per liberarmi da quell'immagine. Avevo cose più concrete di cui preoccuparmi. 

Come potevo giustificare la mia situazione? Potevo dire di essere scivolato e caduto in una fontana. Una fontana sporca, direi. Speravo di non doverlo spiegare a nessuno. La giornata era calda, ma con i vestiti zuppi mi sarei presto infreddolito. Pazienza. Decisi di tornare a casa a piedi. Un uomo bagnato per strada, può anche essere ignorato. In metropolitana mi avrebbero guardato con più attenzione e qualcuno, magari, mi avrebbe detto qualcosa. Non volevo dar confidenza a nessuno. Presi strade secondarie. Mentre camminavo, la follia della situazione mi si palesò sempre più. La paura di essere scoperto mi agguantò e non riuscii a liberarmene. Mi resi conto che le probabilità che non risalissero a me erano esili e che i miei tentativi di depistaggio erano goffi e probabilmente inutili. La coscienza mi rimordeva terribilmente. Mi stavo finalmente rendendo conto di aver fatto la più grossa sciocchezza di tutta la mia vita, un gesto che mi avrebbe segnato per sempre.

Arrivai a casa fradicio, intirizzito e sconvolto, Giovanna mi accolse con un:

  Cosa ti è successo?

  Credo di aver risolto i nostri problemi.

  Tuffandoti vestito nel fiume?

  Quello è stato il meno. Sono stato aggredito da Oberon.

  Oberon? Il padre di Elena? Si è fatto vivo.

  Non so se fosse davvero il padre di Elena. È Oberon a controllare i nostri sogni. È stato lui a uccidere Elisabetta e l’assistente sociale. Si serviva di Elena per entrare nelle nostre menti. La causa dei nostri incubi era lui, non Elena. Sfruttava la bambina per farci male.

Giovanna mi guardava come se non capisse di cosa stessi parlando. Io la fissai altrettanto meravigliato del suo stupore. Mi pareva logico che anche per lei tutta la situazione fosse evidente, ma, a quanto pare, non era così.

  Cosa ti ha fatto? – chiese perplessa.

  Ha cercato di strangolarmi.

  Stai bene.

  Sì. Credo di sì.

  Ma come fai a essere sicuro che fosse lui la causa? Cosa c’entra questo Oberon con i nostri sogni?

  Era lui a pilotarli.

  È tutto troppo assurdo, Paolo, non capisco! Non capisco – scuoteva la testa agitata – E lui dov’è ora?

  L’ho ucciso.

  Cosa? L’hai ucciso! Mio Dio! E ora che cosa facciamo? Come potrai giustificarti? Ti rendi conto! Non posso crederci… Paolo! - crollò a sedere, pallida come non l'avevo mai vista.

  Mi ha aggredito. È stata legittima difesa.

Mi fissò per un attimo in silenzio.

  E adesso?

  Non lo so. Spero almeno che tutta questa storia degli incubi finisca.

Tacemmo ancora qualche secondo. Giovanna scuoteva la testa, inspirando con forza per regolarizzare il battito cardiaco.

  Devi andare alla polizia.

  A raccontargli cosa? Se gli dicessi che ho ucciso un Incubo, mi prenderebbero per pazzo e mi arresterebbero. L’ho nascosto.

  Era per legittima difesa, no? Hai detto così, vero?

  Non sono sicuro che la polizia capirebbe.

  E allora?

  Allora faremo finta di nulla. Spero che non riescano a risalire fino a me – dissi, ma non riuscivo a crederlo davvero.

  E se ci riuscissero? Non ti hanno già interrogato sulla morte dell’assistente sociale e di Elisabetta? Sicuro che nessuno ti abbia visto? Magari qualche vicino che ti abbia visto rientrare in queste condizioni? Se ti costituissi, la legittima difesa avrebbe più forza.

  Non possono collegare Oberon con loro. Non verranno a cercarmi - dicendo così mi rividi immerso nella fontana, con i passanti che fingevano di non vedermi. Qualcuno mi avrebbe riconosciuto?

Dilani conosceva il nome Oberon, ma il tipo del vicolo non si chiamava davvero così. Non c’erano collegamenti. Non c’era movente.

 

La notte trascorse senza sogni particolari, anche perché non riuscii quasi per nulla a dormire.

La mattina, mentre facevo colazione suonarono alla porta.

– Chi è? – chiesi stupito per la visita mattutina.

– Buongiorno. Sono Dilani – rispose l’ispettore da dietro la porta.


 

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