Carlo Menzinger
LA BAMBINA DEI SOGNI Cap 33 Pazzo

Titolo LA BAMBINA DEI SOGNI Cap 33 Pazzo
Illustrazione di Angelo Condello
Autore Carlo Menzinger
Genere Narrativa      
Pubblicata il 10/12/2011
Visite 2686
Note Ed eccoci al finale. L´inizio e la fine di un libro sono sempre le parti più delicate. Spero di ricevere molti suggerimenti per migliorare questo capitolo.

CAPITOLO 33

 

PAZZO

 
Un uomo si giudicherebbe con ben maggiore sicurezza da quel che sogna che da quel che pensa.
(I miserabili −Victor Hugo).
 

Chiesi di essere assistito da un avvocato. Pietro Masoni era un buon penalista, segnalatomi da un amico. Aveva già trattato casi di omicidio.

Una delle prime cose che gli chiesi fu di contattare Nicola Scarpelli. Ero ancora incerto su come fare per difendermi e su cosa dire all’avvocato. Sapevo bene che la storia dei sogni non poteva reggere in nessun tribunale. Dovevo parlarne almeno al mio avvocato? Avevo bisogno del supporto di qualcuno che confermasse la mia versione o neanche lui mi avrebbe creduto. Nicola mi pareva la persona giusta.

Provammo a chiamarlo, ma non rispondeva né al fisso, né al portatile. Chiesi a Masoni di continuare a cercarlo. Che fine aveva fatto? L’attesa mi innervosiva.

Finalmente l’avvocato tornò a trovarmi, ma portava cattive notizie: Nicola, dopo esser venuto a sapere del mio arresto, si era suicidato. L’avevano trovato a casa sua, con un sacchetto di plastica legato in testa e la cintura della vestaglia intorno al collo. Si era impiccato legandola a una trave. Immagino che il sacchetto, nelle sue idee, dovesse servire ad accelerare il soffocamento. Notai che, sebbene in modo diverso, era morto soffocato come sua moglie, quasi che ne avesse voluto seguire la sorte, come se così avesse potuto meglio riunirsi a lei. Questo pensiero mi fece soffrire molto. Preferivo quasi pensare che anche la sua morte fosse stata provocata da Oberon. Immaginarlo così debole e sconvolto per la perdita di Elisabetta mi intristiva terribilmente.

Era morto anche lui! Cielo! Come mi sentivo solo! Nicola non si era mai ripreso del tutto dalla morte della moglie e dagli incubi, immaginai. La mia sconfitta doveva averlo depresso ulteriormente. Come se avesse giudicato la nostra battaglia contro il demone ormai persa. 

L’idea, però, non mi convinceva del tutto. Lo conoscevo poco, ma non mi pareva tipo da suicidio. L’avevano ucciso? Se non fossi stato già in carcere, certamente mi avrebbero accusato anche per la sua morte. Non potevo pensare che fosse stato spinto a farlo da Elena e, del resto Oberon ormai era morto. Non era comunque nel loro stile. Elena e Oberon non avevano certo bisogno di una corda o di un sacchetto per soffocare qualcuno! Perché allora si era suicidato? Se non si era ammazzato da solo, chi poteva averlo ucciso e perché? Per incastrare me? Per privarmi del solo testimone attendibile? Giunsi a sospettare persino di Dilani e, poi, a chiedermi se fossi davvero riuscito a uccidere Oberon. Era stato sufficiente eliminare il suo alter ego fisico, per annullare il potere dell’Oberon onirico? Forse le cose non erano così semplici come mi ero illuso di credere. Forse la natura spirituale di Oberon era più forte di quella materiale ed era in grado di sopravvivergli. Oppure avevo davvero preso fischi per fiaschi, uccidendo uno squilibrato, o, peggio, un innocente un po’ irascibile, mentre il mio incubo continuava la sua esistenza semi-materiale? Oberon era ancora in giro! Oberon uccideva ancora! Il mio sacrificio era stato allora inutile? Non potevo accettare un'idea simile, sebbene non mi sentissi di escluderla.

Alla fine mi dovetti rassegnare a credere alla versione del suicidio. Pensarmi in prigione con Oberon ancora vivo era qualcosa che non potevo accettare, qualcosa che mi terrorizzava: cosa sarebbe successo alla mia famiglia? Che Oberon fosse ancora attivo era una minaccia che mi inquietava profondamente. Mi convinsi, per il mio bene mentale, che fosse tutto solo una fantasia. Nicola non aveva retto alla morte della moglie e allo stress di questa situazione e io…  io non avevo più un testimone che mi aiutasse a giustificare la storia degli incubi! Questa era la sola realtà a cui dovevo credere. L'alternativa era la follia.

Sarebbe comunque bastata la sua testimonianza a salvarmi? Probabilmente no, ma ero rimasto ancor più solo. Avevo perso anche un amico, perché ormai lo consideravo tale. Ero spaventato e la paura non mi faceva ragionare come si deve.

Potevo ancora contare su mia moglie e sul vecchio nonno di Elena, ma la testimonianza di una moglie, in questi casi non conta e quella del vecchio, poteva essere considerata nulla, se si fosse sospettato che  non ragionava troppo bene. E mia moglie mi credeva? Quando le avevo raccontato della colluttazione, mi aveva guardato come un pazzo. Lo ero diventato? Perché Giovanna non mi credeva più? Mi aveva mai creduto? E la storia di Maria? Non ero riuscito a parlarne con lei, ma ormai doveva sapere che ero sospettato non solo di esserne l’assassino, ma anche l’amante. Non poterne parlare con mia moglie mi agitava. Dal punto di vista penale mi sentivo ormai perso. Non volevo, però, perdere anche la sua stima. Se Giovanna non credeva che fossi io l’assassino, forse non credeva neppure l’avessi tradita. Lo speravo con tutto il cuore.

Quando venne a trovarmi cercai di parlarle da dietro il vetro che separava i visitatori dai detenuti, ma Giovanna mi guardava desolata come se fossi completamente folle. Non aveva vissuto anche lei tutto quanto? Come poteva non credermi più? Mi ascoltava ma le mie parole non la raggiungevano e non per colpa del vetro che ci separava. C’era un abisso d’incomprensione tra di noi. Non voleva sentirmi. Forse non poteva.

Che cosa era successo? Cosa mi era successo?

                     Non ricordi più i nostri incubi?

                     Certo – rispose gelida – erano solo incubi. Sogni, Paolo. Solo sogni. Ora si parla di morti. Di assassini.

                     Anche tu avevi paura di Elena…

                     Mi inquietava, ma… ma non posso credere che avesse i poteri di cui parli.

                     Mi credevi. Ci credevi. La medium…

                     Pazzie, Paolo! Basta con queste follie. Ti rendi cosa hai fatto? A te, a me, alle bambine? Alla nostra famiglia? Che cosa sarà di noi? Cosa sarà di Elena? Ce la porteranno di sicuro via. Mi hai lasciata sola. Hai distrutto il nostro futuro. Come ci guarderà la gente. Come guarderanno Laura: la figlia di un pazzo. Penseranno che anche lei lo sia. Lo diventerà. Paolo! Paolo! – scoppiò a piangere.

Ero solo.

Forse ero davvero pazzo. Forse avevo davvero immaginato tutto, anche che qualcuno mi avesse creduto.

 

Nel buio della mia cella la vidi. Era tornata.

                     Che cosa fai qui? Ti avevo detto di non entrare più nei miei sogni.

                     Mi manchi. Torna a casa.

                     Non posso. Non posso andarmene da qui. Tu però non devi entrare nei sogni. Lo sai. È pericoloso.

                     Ma io voglio stare con te!

                     Non così. Vienimi a trovare con la mamma quando è giorno di visita.

                     Torna a casa. Perché sei qui?

                     Per Oberon. Ora non ti darà più fastidio, ma per un po’ non potrò tornare.

                     Perché?

                     Perché? Perché devo parlare con dei signori della morte di Oberon.

                     Oberon è morto?

                     Sì.

                     Sì? Dopo tornerai da me.

                     Sì.

                     Quando.

                     Non so.

                     Perché dici che Oberon è morto?

                     Perché è così.

                     Sì?

 

Elena poteva aiutarmi? Potevo fare in modo che Elena visitasse i giurati in sonno per dimostrare che davvero aveva questo potere? Ora che Oberon era morto ci sarebbe riuscita da sola? Non lo sapevo. Sarebbe riuscita a visitare qualcuno al di fuori della propria sfera affettiva? Per ora il suo limite era stato quello: visitava solo le persone cui era legata. Anche se fossi riuscito a dimostrare l’insolita natura dei sogni di Elena, sarebbe bastato questo a scagionarmi? Sarebbe stato chiaro che Oberon era un demone? Sicuramente no. Neppure io ne ero convinto. Non volevo sacrificare la bambina. Dimostrare in un pubblico processo i suoi poteri significava trasformarla in un mostro. Decisi di rinunciare a coinvolgerla. Se non fossi riuscito a venirne fuori in un altro modo, mi sarei, piuttosto, preso sulle spalle tutto il peso della colpa. Della follia.

                     Non tornare nei miei sogni – le ripetei  – cerca di comportarti come le altre bambine. Le altre bambine non entrano nei sogni.

                     No? Neanche Laura.

                     No. Nessuna.

 

Non mi rimaneva altro che seguire la strada della legittima difesa, sostenendo che Oberon fosse un bruto sconosciuto che mi aveva assalito. Era difficile, però, spiegare perché gli avessi riempito la bocca con l’aglio e una croce. Che gesto idiota! Più ci pensavo e più mi sentivo un imbecille per averlo fatto. Cosa potevo dire? Che avevo tentato di soffocarlo con le prime cose trovate in tasca? Che avessi una croce si può capire, c’è ancora chi ne porta con sé, ma cosa ci facevo con l’aglio? Per condire l’arrosto? Per merenda? E poi, perché accanirmi così su un uomo che già avevo accoltellato non una ma più volte? In questi casi, se uno è stato aggredito, una volta neutralizzato l’assalitore, cerca di scappare via o di chiedere aiuto? O no? Non riuscivo a inventarmi una spiegazione plausibile. Non ero in grado di giustificare i miei gesti fuori dal contesto paranormale da cui erano nati. Decisi di fingere di essere ossessionato dalla paura dei vampiri e che quello fosse il motivo per cui andavo sempre in giro con aglio e croce. Raccontai a Masoni che quando, casualmente, ero stato aggredito da Oberon, mi era venuto spontaneo cercare di difendermi con quelle armi, anche se sapevo di non avere davanti un vampiro. L’avvocato mi ascoltava impassibile, ma percepivo tutto il suo scetticismo. Mi resi conto solo tempo dopo di quanto sciocca fosse stata quest'idea: sostenendola la mia difesa si trasformò da legittima difesa in infermità mentale.

 

In tribunale sedevo accanto a Masoni, quando l’avvocato dell’accusa chiamò un testimone oculare. Non compresi il nome. Chi poteva averci visto in quella via isolata? La cosa mi sorprese. Mi voltai a vedere chi entrava. Un brivido mi scese gelido lungo la schiena. Tutti mi sarei aspettato, ma non lui. La figura che entrava con passo sicuro e dinoccolato mi fece accapponare la pelle.

 Non può essere… Non può essere – borbottai.

L’avvocato accanto a me pareva impietrito. L’intera sala parve ghiacciarsi e tutti gli sguardi si fissarono sul nuovo arrivato, che andò a sedersi sul banco dei testimoni, fissandomi con un ghigno.

Era lui: Oberon. Oberon che testimoniava contro di me per il suo stesso omicidio.

 Cosa fai qui? Sei morto. Morto. Non esisti più, sei solo un ammasso di ossa e carne in putrefazione – gli urlai addosso.

– “Io sono costante e immutabile come la Stella dell'Orsa Minore alla cui fissità nessuna stella è pari, nell'intero firmamento”.

– Lascia stare Shakespeare e, soprattutto Cesare – risposi digrignando i denti, quasi che la citazione fuori contesto m’avesse irritato ancor più della presenza del suo fantasma – dimmi, piuttosto, “Chi sei tu? Da dove vieni?”

 Sono il tuo cattivo demone: ci rivedremo”.

Mi svegliai sudando. Respiravo a fatica. Era un normale incubo da stress e apprensione o era stato pilotato da Oberon? Faticai a riaddormentarmi. Vita e morte in sogno non hanno senso. Non c’è morte che possa tener lontano un sogno. Non c’è vita che possa cessare nel nostro ricordo. Nessuno muore davvero in sogno o forse no? Elisabetta e Maria non erano forse morte?

Il sogno le aveva uccise, ma la morte non poteva uccidere un sogno. Oberon avrebbe continuato a turbare i miei sonni ancor più ora che era morto, sempre che fosse lui quello che avevo ucciso. Il rimorso ne avrebbe fatto un ospite fisso della mia mente. Quel corpo era solo un’ombra del mio incubo, un’ombra che avevo cancellato per un attimo abbagliandola, ma che sarebbe tornata a proiettarsi sulla mia anima? Sperai che l’Oberon che avevo tornato a sognare fosse solo il frutto del rimorso e della preoccupazione. Non doveva essere l’Oberon corposo e dominante che avevo conosciuto. Non doveva essere l’Incubo mostruoso che aveva soggiogato Elena. Non doveva. Non lo era. Lo sentivo. Con lui era tutto finito. Il mio sacrificio doveva essere servito a qualcosa. Era servito.

 

Nei giorni successivi, l’avvocato Masoni decise di indagare sulla mia vittima, per scoprire se fosse stato un violento. Questo avrebbe avvalorato l’ipotesi che mi avesse aggredito. Sarebbe, però, rimasta l’accusa per l’omicidio di Maria. Se anche Oberon avesse avuto dei precedenti, a quanto pare ne avevo anch’io.

Ero sospettato persino della morte di Elisabetta. Il suicidio di Nicola dopo il mio arresto aveva fatto pensare ai poliziotti al suicidio di un complice, che, visto il suo compare scoperto, tema di esserlo anche lui. Sua moglie, secondo questa versione dei fatti, l’avremmo soffocata assieme o, quanto meno, d’accordo tra noi.

Mancava il movente, pensavo, ma fui io stesso a fornirglielo con le mie visite alla medium, l’aglio e la croce: eravamo una setta di satanisti! E io ero un pazzo!

Quando mia moglie cercò, nonostante i suoi dubbi, di difendermi, sospettarono anche di lei.

Se avevo ucciso Maria e complottato per uccidere Elisabetta, confessato l’omicidio di Oberon, allora anche la linea della legittima difesa non si reggeva più. Ero un assassino!

Quando venne a parlarmi, cercai di convincere mia moglie di tenersi fuori, per il bene di nostra figlia.. delle nostre figlie! Lei non mi accusò in alcun modo, neanche per la storia con Maria, cosa che mi sollevò il morale. Rispetto al colloquio precedente sembrava essersi rasserenata o, forse, si era solo rassegnata. Si convinse che era meglio non intervenisse più a mia difesa. Doveva restarne fuori almeno lei.

 

Oberon non aveva documenti con sé. Nonostante ripetute ricerche né il mio avvocato, né la polizia riuscirono a scoprire chi fosse, dunque non trovammo nessun precedente compromettente: era solo un passante innocente e anonimo che io avevo aggredito e ucciso! Uno sconosciuto. Questo si disse durante le indagini e sulla stampa. La sua foto apparve sui giornali, ma nessuno lo identificò. Eravamo in un vicolo cieco. Avevo ucciso un uomo che non esisteva, comparso dal nulla, solo per turbare la mia esistenza. Questo mi convinceva del fatto che fosse proprio il demone che immaginavo fosse, ma non forniva alcun aiuto al mio avvocato per organizzare la difesa.

La data del processo si avvicinava. Nel frattempo i giornalisti si sbizzarrirono. Cominciarono a montar su un caso su una mini setta satanica, composta dagli Scarpelli, Maria, mia moglie, io e, forse, Oberon. Ci additarono come dei mostri. Ci furono dibattiti e tavole rotonde sulla mia follia satanista.

Per tener fuori mia moglie, fummo costretti a tentare la via della malattia mentale. Giovanna fu scagionata e considerata mia succube. Io ne venni fuori come un pazzo, che aveva trascinato tutti gli altri in sedute spiritiche, caccie ai vampiri e omicidi rituali. Fui condannato per la morte di Oberon, Maria ed Elisabetta e sospettato per quella di Nicola, che però fu dichiarata essere un suicidio. Del resto quando avvenne ero già agli arresti. In pratica ero un serial killer! Io! Proprio io!

 

Fui rinchiuso in un ospedale psichiatrico giudiziario, dove avrei avuto tutto il tempo per arrovellarmi sui miei dubbi. A peggiorare le cose contribuirono certamente la stampa e la televisione. Se non avessero messo me e la mia famiglia così alla berlina, inventandosi dei personaggi che non esistevano e cucendoceli addosso, anche la mia difesa in tribunale si sarebbe potuta svolgere diversamente.

Dover portare il peso di colpe che non avevo o di cui non mi sentivo veramente responsabile fu per me assai dura, ma finii per rassegnarmici, tutto sommato convinto di aver evitato il peggio. 

In manicomio riuscii a trovare i miei spazi. Leggere e scrivere mi è stato di grande conforto. Leggevo per distrarmi dai miei sospetti e dalla paura che Oberon potesse tornare e scrivevo per cercare di fare chiarezza su questa storia, che continuava a non sembrarmi affatto chiara: Elena davvero entrava nei nostri sogni? Lo faceva da sola o guidata da Oberon? Avevo ucciso Oberon o solo un fantoccio? Quali erano i limiti dei poteri di Elena? Senza Oberon li perdeva? Le cose si erano svolte come le ricordavo o avevo sognato tutto? Ero pazzo? Totalmente e irrimediabilmente pazzo, al punto da non riuscire ad ammettere di esserlo? Sapevo e temevo che per questi dubbi potesse non esserci alcuna risposta o che, se c’era, non l’avrei mai conosciuta. Fu solo accettando questa sola e semplice verità, che, di tanto in tanto, trovavo un po’ di pace interiore: non avrei mai saputo. 

Vorremmo sempre una verità, una soluzione per un enigma, ma nel mondo reale spesso questa non c’è. Non ci sono gran finali risolutori e si rimane per sempre con il dubbio. Questo era il mio caso. Il dubbio avrebbe continuato a tormentarmi a lungo. Quando sarei riuscito a tornare a distinguere la fantasia dalla realtà?

 

Anche se Giovanna non fu condannata, l’essere così esposta, lei e le bambine, alla curiosità morbosa dei media e al disprezzo della gente, la provò enormemente. La sua psiche, già indebolita da tutto quanto avevamo patito, vacillò e fu costretta a ritirarsi in ospedale per curarsi, ma si è ripresa piuttosto bene e in fretta.

Dopo il processo, la TV venne a intervistarmi. Negai le accuse di stregoneria e satanismo ma, poi, rivedendo il servizio, con le mie dichiarazioni tagliate e alternate a immagini raccapriccianti, si aveva l’idea che negassi cose sulla cui evidenza non potevano esserci dubbi. Il servizio era stato montato per farmi apparire un mostro. Dopo aver visto quel video, mi convinsi che per me ormai non ci fosse più nulla da fare: il manicomio criminale sarebbe rimasto la mia sola casa. Era lì che terminava la mia vita.

 

Durante la degenza di Giovanna, le bambine furono prese dalla nonna, mia suocera, che fece il possibile per non far patire loro l’atmosfera velenosa che si era creata attorno a noi. Anche dopo fu molto vicina a Giovanna e a loro, cercando di tamponare la mia assenza. Certo avere il padre in manicomio e la madre in crisi non era un bel modo per trascorrere l’infanzia. Sono cose che ti segnano. È questo che mi è pesato maggiormente di questa mia degenza/ prigionia che continuo a sentire come un’ingiustizia. Provavo una grande rabbia verso questa giustizia sommaria, incapace di andare oltre la concretezza degli eventi, ricercandone le vere ragioni, verso questa giustizia così succube della televisione e della stampa e che ti giudica più per il personaggio che ti hanno fatto diventare che per quello che sei veramente.

Provavo anche un grande dolore per mia figlia, anzi per tutte e due le mie figlie, abbandonate a loro stesse, private della mia guida, del mio affetto e della mia presenza e, per un periodo, anche di quelli della madre.

 

Rimasi davvero stupito che, nonostante il mio processo, mai il giudice tutelare decidesse di toglierci l’affido di Elena. A ogni seduta mi aspettavo che ci venisse portata via. Non capita sempre così? Come mai nessuno pensò di togliercela?

Fu quando ero ormai in manicomio che un sospetto si fece largo dentro di me: era stata Elena. La bambina stava crescendo e stava imparando a controllare i suoi poteri. Lei aveva convinto i giudici a farla restare con noi. Era stata lei a cancellare la loro volontà di separarci, agendo sulle loro menti. Quale altra spiegazione poteva esserci? Eppure questo era un potere diverso da quello di entrare nei sogni. Si trattava di manipolazione psichica della volontà. Troppo per Elena. Finii per convincermi che la bambina non c’entrasse con l’indifferenza della magistratura nei suoi confronti. Forse i giudici erano più umani di quanto li si dipinge e avevano capito che con mia moglie la piccola stava meglio che in orfanotrofio. Chissà?

La stampa nei suoi confronti riuscì a mostrarsi relativamente riservata, trattandosi di una bambina, nessuno dei giornali più importanti infierì su di lei. Solo un giornale locale con poco seguito sollevò il quesito dell’opportunità che una famiglia come la mia avesse una bambina in affido. Era solo una riflessione fra le righe e si perse nel nulla. Quel che più conta fu che riuscii a non far emergere nulla dei suoi strani poteri, che, se conosciuti, l’avrebbero trasformata in un fenomeno da baraccone o addirittura in un mostro. Il solo mostro ero io.

 

Ogni volta che ripenso ai giorni convulsi dell’arresto e del processo, provo una grande angoscia per la mia famiglia, per l’assurdità di questa vicenda e per come malamente è stata interpretata.

Del resto, mi dico, quale tribunale o quale uomo potrebbe credere a quello che ho vissuto, senza averlo sperimentato personalmente? E, a quanto pare, siamo davvero in pochi ad aver fatto una simile esperienza. Al giorno d’oggi si parla tanto di paranormale, ma nessuno ci crede veramente. Certo non la magistratura.

 

Per vari mesi Elena smise di concretizzarsi in sogno. Nonostante tutto, pensavo, qualcosa di buono l’avevo fatto: avevo sconfitto Oberon e guarito Elena. Nonostante i miei sospetti al momento della morte di Nicola, infatti, da quel momento di lui, di Oberon, non avevamo più saputo nulla, a parte alcuni incubi di dubbia origine. Senza l’influsso di quel mostro, il potere della bambina pareva scomparso o almeno sotto controllo. Se davvero era proprio lei a impedire ai giudici di portarcela via, era ormai pienamente padrona dei propri poteri. Speravo però non fosse così. Il suo era un potere, è vero, ma troppo pericoloso. Sarebbe stato dunque meglio per lei e per tutti se l’avesse perso del tutto.

 

Il mio comportamento in manicomio non credo possa essere considerato quello di un malato di mente, sono stato, infatti, molto tranquillo e posato. Non facevo discorsi strani, non urlavo, non mordevo gli infermieri, non sbavavo in giro, non saltavo sui tavoli e non mi vestivo da Napoleone, ma ho continuato a temere che, ugualmente, non ne sarei mai uscito. La speranza, però è l’ultima a morire e mi auguravo che i medici potessero apprezzare la mia razionalità. Se ero pazzo, c’èra del metodo nella mia follia!

Ho cominciato a scrivere queste memorie, perché un giorno le bambine possano conoscere la verità e non debbano credere per sempre di aver avuto un padre pazzo. Se ero lì, è stato perché non era possibile far comprendere al mondo che creatura eccezionale fosse Elena.

Non la accuso certo per quanto è successo. Lei era solo una bambina. Oberon l’aveva manipolata, ma i suoi poteri sono qualcosa di straordinario che potrebbe un giorno rivelarsi utile e importante per l’umanità. Se ho detto di essermi sacrificato per non coinvolgere Elena, non ho mentito, è stato anche per quello, ma soprattutto perché ero convinto che farlo non sarebbe servito a salvarmi, mentre avrebbe rovinato anche lei, ancor più di quanto possa averlo fatto questa mia condanna.

Ho dovuto scrivere di nascosto queste pagine, perché non volevo che la psichiatra le leggesse. Per fortuna mi garantivano una certa privacy e non venivano a rovistare tra le mie cose. Mi avevano, invece, costretto a limitare molto le mie letture, perché, secondo la mia psichiatra (si chiama Sofia) mi condizionano troppo. Sofia è convinta che Oberon e tutto il resto siano delle costruzioni della mia fantasia su letture che ho fatto. Pensa che i miei sogni e quelle che ha chiamato allucinazioni derivino dalla mia ossessione per i libri. Mi immedesimo troppo, dice, in quello che leggo.

 

Pensavo che almeno Elena avrebbe potuto capirmi, se avesse letto queste righe, perché, dopo vari mesi che non la vedevo, ha ripreso a visitarmi in sogno. Dunque non aveva perso i suoi poteri e, se anche dovesse dimenticare quanto le è successo, perché difficilmente i bambini di quell’età ricordano a lungo molto della loro vita, conoscendo i propri poteri, potrà capire che quanto scrivevo è vero. Non le proibisco più di visitarmi in sogno.

Oberon la manovrava, ma i poteri le erano connaturati. Ha avuto bisogno di qualche tempo per imparare di nuovo a dominarli senza l’influsso del demone. Anche lo shock del mio processo deve averla inibita dall’usarli per lungo tempo. Ora sembra averne ripreso possesso e li controlla meglio, senza provocare danni.

Mi ha fatto piacere quando ha ripreso a venirmi a trovare in sogno. In questo modo potevo vederla quasi tutte le notti e lei mi raccontava della sua vita, di Laura e di Giovanna, che sono riuscite a riprendere un’esistenza normale e che ogni tanto mi venivano a trovare in manicomio. Le giornate erano lunghe e noiose, ma la notte, grazie alle visite di Elena, tornavo a vivere. I sogni che mi aiutava a fare erano eccezionali, una vera seconda vita. Meglio di un film, più veri. Ogni sogno era come un romanzo. Un’avventura. Una poesia.

Vita e sogno: sono poi così separati?

Se possiamo sognare pienamente, possiamo anche accontentarci di rinunciare a una vita vera, alla libertà.

Certo un tarlo continuava a rodermi: non avrò immaginato tutto? Non starò ancora immaginando tutto?

                     Oh, no!  mi rispose Oberon sogghignando seduto in fondo al mio letto è tutto vero.

 

 

 

 

 

 

 

 

 
È vero o sta succedendo dentro la mia testa?
Certo che sta succedendo dentro la tua testa, Harry,
ma perché diavolo dovrebbe voler dire che non è vero?
(Harry Potter - Joanne  Kathleen  Rowling)
 
 

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