Giorgio De Piaggi
La zarina e le altre - Una favola

Titolo La zarina e le altre - Una favola
Autore Giorgio De Piaggi
Genere Narrativa - Fantasy, Favola      
Pubblicata il 21/02/2012
Visite 8569
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Il libro si libera  N.  125
ISBN 9788873883784
Pagine 92
Prezzo Libro 9,00 € PayPal

Versione Ebook

ISBN EBook 9788873883791
Prezzo eBook 4,99 €
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Se è vero, come suggerisce Bruno Bettelheim, che una favola sembra essere, nel suo stato genuino, una storia in cui esseri privi di ragione, e a volte inanimati, vengono fatti, a fini di educazione morale, agire e parlare con passioni e interessi umani, quali suggerimenti allegorici può offrirci la vicenda straordinaria della gatta Zarina, la quale, amorevolmente allevata ed educata dalla sua padrona durante lunghi anni d’apprendimento, s’impossessa a tal punto della superiore facoltà del pensiero e del linguaggio umano da costituire, nella comunità gattesca da lei dominata, una struttura sociale aberrante? Follia della padrona, che vuole sfidare le leggi della ragionevolezza, o follia della gatta, che, a sua volta, vuole stravolgere le leggi della natura? O follia d’entrambe?

Nel tempo in cui i nostri figli erano ancora bambini, affittavamo, durante il periodo estivo, una casetta sulla collina in piena campagna.
La casa non era un granché, ma aveva davanti un ampio prato, dove i bambini potevano giocare a piacimento. C’erano anche una sorgente con un laghetto e alberi d’alto fusto.
Io passavo una parte della giornata intento ai miei studi, ma trovavo il tempo di accompagnarli a fare lunghe corse in bicicletta nelle stradine che solcavano la collina, scendendo al paese per la spesa quotidiana.
Un bosco, abitato da lepri e gufi, divallava fino alla strada principale. Anche il bosco era spesso meta delle nostre passeggiate. Ci andavamo a spiare le faraone selvatiche che vi facevano il nido.
All’approssimarsi dell’autunno, ritornavamo in città.
Oltre il bosco, si ergeva il Castellone, un’antica cascina abbandonata da molto tempo, che una coppia di coniugi aveva acquistato e trasformato in ridente dimora residenziale.
Del podere rustico restavano, oltre alla casa con l’aia spaziosa, un magazzino per gli attrezzi, il pollaio, l’orto, il frutteto, un filare di vigna e un terreno incolto. La vecchia stalla era diventata una vasta autorimessa e il fienile, chiuso da ampie vetrate, un gradevole soggiorno.
La vista che si godeva sulla vallata, sul bosco e sulle colline circostanti era splendida.
Lui, il signor Augusto, era stato direttore di banca, lei, la signora Carla, aveva esercitato, nella stessa città, la professione di medico, specialista in ginecologia.
Erano andati entrambi in pensione alcuni anni prima della nostra venuta, e desideravano ora godersi, così si ripromettevano, un meritato riposo in un ambiente sereno e tranquillo. Erano riusciti, in breve, a coniugare l’esistenza agreste con le comodità cittadine.
Frequentavano la proprietà, per ragioni di lavoro, un garzone di nome Gigi, e Adele, un’anziana contadina con l’incarico di domestica tuttofare e di cuoca. Terminato il loro impegno quotidiano, ritornavano, la sera, alle loro rispettive abitazioni.
Stringemmo ben presto una cordiale amicizia con i nostri vicini. Gli facevamo visita almeno una volta il giorno, nel corso delle nostre passeggiate, apportando nella loro quiete quotidiana il fermento chiassoso della nostra vivacità giovanile. Qualche volta ci fermavamo a pranzare. Ritornavamo a casa con cesti colmi di frutta e di uova. Ricambiavamo con libri (la signora Carla amava molto leggere), e altri piccoli oggetti.
Percepimmo a poco a poco che, dietro la loro affabilità e cortesia, si celava, nei loro animi, una recondita e profonda afflizione, seppur contenuta. In quello della signora Carla, soprattutto. Una sorta di mestizia, che attraversava i suoi occhi quando, talvolta, osservava, affettuosamente compiaciuta, i nostri figli che scorrazzavano per la casa, con quello schiamazzo tipico dei bambini che avvertono d’essere graditi e, quindi, sono indotti a fare quel che vogliono.
Il motivo della mestizia della signora Carla -fu lei stessa a rivelarcelo, un giorno, con faticosa sincerità- dipendeva dalla sua sterilità. Non riusciva a capacitarsi del fatto che, proprio lei, la quale aveva aiutato, come ginecologa, centinaia di donne a dare alla luce i loro figlioli, fosse stata esclusa dalla generosità della Natura! E ora, in cui l’età della procreazione era passata e si aggirava in quella casa troppo grande, ora, il peso di quell’ingiustizia, le diveniva sempre più gravoso.
Un giorno, i bambini portarono in dono alla signora Carla una gattina, che avevamo acquistato in un allevamento vicino, una splendida siamese dal mantello ambrato, gli occhi azzurri e la mascherina scura sul muso. La signora Carla apprezzò molto il dono.
-Non ho mai posseduto un animale tutto mio!-disse, raggiante. -Ha un aspetto davvero regale. La chiamerò Zarina,- aggiunse.
E se la strinse al petto, la accarezzò lungamente, la baciò sul muso.
Per la prima volta vedemmo un lieto sorriso fiorire sulle sue labbra. 

Se è vero, come suggerisce Bruno Bettelheim, che una favola sembra essere, nel suo stato genuino, una storia in cui esseri privi di ragione, e a volte inanimati, vengono fatti, a fini di educazione morale, agire e parlare con passioni e interessi umani, quali suggerimenti allegorici può offrirci la vicenda straordinaria della gatta Zarina, la quale, amorevolmente allevata ed educata dalla sua padrona durante lunghi anni d’apprendimento, s’impossessa a tal punto della superiore facoltà del pensiero e del linguaggio umano da costituire, nella comunità gattesca da lei dominata, una struttura sociale aberrante? Follia della padrona, che vuole sfidare le leggi della ragionevolezza, o follia della gatta, che, a sua volta, vuole stravolgere le leggi della natura? O follia d’entrambe?

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