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Prologo
Era la mezzanotte del 23 ottobre 1918. Da uno squarcio delle nuvole basse spuntava la luna calante. Sulla riva del Piave, poco distante dalle Grave di Papadopoli, due soldati guardavano le corrente del fiume. Nessuno dei due parlava.
All’improvviso, da alcuni dei radi cespugli che crescevano ancora sulla riva del fiume, uscì la figura di un uomo; avanzava circospetto, come a controllare che nessuno lo vedesse. In quel punto non c’erano sentinelle, né passavano pattuglie. Lui lo sapeva.
Controllò ancora una volta che nessuno fosse in vista; poi iniziò a trascinare uno zatterino verso il fiume. Non era riuscito a procurarsi una barca vera e propria, ma lo zatterino, sottratto alla 15° compagnia pontieri, poteva servire allo scopo. A fatica, sporcandosi gli abiti e graffiandosi le mani, riuscì a portare la zattera fino alla riva del fiume gonfio d’acqua.
L’uomo aveva uno scopo, e quella notte l’esito della missione, la più importante della sua vita, dipendeva dal riuscire a attraversare il fiume.
Le notizie che portava con sé potevano ancora salvare l’Imperatore e la duplice monarchia. Nonostante le notizie dall’impero fossero pessime, le sue informazioni potevano rovesciare la situazione. Finalmente riuscì a mettere in acqua la zattera, vi salì sopra e, mentre lasciava la riva del fiume, guardò ancora una volta verso le linee italiane. Non vi avrebbe più fatto ritorno, oramai la sua missione era terminata. In quasi quattro anni di guerra aveva arrecato più danni lui al nemico di qualunque generale e di qualsiasi armata.
Il primo dei due uomini sulla riva imbracciò il fucile. Il caporale Walfrido Terreni, 210° reggimento di fanteria della brigata Bisagno, era il miglior tiratore dell’intera armata; con calma inquadrò l’uomo sulla zattera e sparò un colpo solo. Il nemico, sul fiume, non ebbe neppure il tempo di emettere un grido: il proiettile era entrato dalla fronte, proprio mentre guardava la sponda italiana, convinto di essere oramai al sicuro.
Walfrido ricaricò il fucile con gesti esperti, ma non fu necessario premere nuovamente il grilletto: il nemico era morto. La corrente impetuosa trascinava lo zatterino verso il mare e, con lui, il traditore. Quasi sicuramente l’Adriatico avrebbe presto inghiottito entrambi.
Il generale Caviglia che aveva assistito all’azione, appoggiò una mano sulla spalla del fuciliere, estrasse il portafoglio e tirò fuori un biglietto nuovo di zecca da cinquanta lire. “Ben fatto soldato” sussurrò, mettendogli in mano il denaro.
“Grazie signor generale” rispose lui, confuso per quel gesto di apprezzamento e di ammirazione.
“No - riprese il generale - sono io che ti ringrazio. Nessuno lo saprà mai ma tu, stasera, hai vinto la guerra”. Poi, prendendolo sottobraccio come un vecchio amico aggiunse: “Vieni ti riaccompagno al reggimento, spiegherò io al tuo comandante il motivo della tua assenza, e, mi raccomando, non raccontare a nessuno, mai, quello che è successo stanotte”.
“Signornò”, rispose lui, pensando fra sé e sé che mai sarebbe andato in giro a raccontare che, su ordine di un generale di armata, aveva sparato ad un soldato italiano che stava disertando.
Non sapeva che veramente quella notte le sorti della guerra erano cambiate.
CAPITOLO I
Vienna, 15 gennaio 1915
Il giovane che aspettava nell’anticamera era nervoso, molto nervoso.
Solo il fatto di ricevere una convocazione dal comando supremo era inusuale, per un semplice alfiere come lui; ma il fatto che lo innervosiva ulteriormente era che stava per essere introdotto direttamente dal comandante supremo dell’esercito. Sembrava incredibile, ma il generale Franz Conrad von Hotzendorf aveva richiesto espressamente la sua presenza.
Dopo circa quindici minuti di attesa, che a lui erano sembrati ore, un colonnello si affacciò alla porta:
“Alfiere - ordinò - venga!”.
Entrò, cercando di sembrare più sicuro di quanto in realtà non fosse.
Il generale Conrad sembrava stanco e più vecchio dei suoi anni; evidentemente le preoccupazioni dei primi sei mesi di guerra lo avevano duramente provato. Congedò con un gesto il colonnello, e rimasero loro due soli.
Lui era impietrito sugli attenti e non osava muovere un muscolo.
“Riposo, alfiere; anzi, si sieda”. Disse indicando una poltrona di cuoio accanto alla scrivania.
“L’ho chiamata - riprese - perché conosco molto bene suo padre, il marchese de la Perouse e so che è sempre stato un fedele servitore dell’Impero e di Sua Maestà. Mi stavo chiedendo, però, quale è la sua fedeltà all’Imperatore”. E posò lo sguardo severo su di lui.
“Sono disposto a sacrificare la mia vita per Sua Maestà”. Rispose lui con più convinzione di quanta in realtà sentisse.
“Probabilmente è proprio quello che le toccherà - riprese il generale - lei è stato individuato come il soggetto più indicato per una missione, per un incarico tanto speciale quanto pericoloso. Lei correrà un rischio altissimo di morire, anzi ne avrà praticamente la certezza, ma potrebbe rendere un servigio immenso al nostro Imperatore”.
Poi, mentre lo squadrava severamente, aggiunse:
“Se la sente?”
Lui sentiva i palmi delle mani sudate, la fronte ghiacciata e il cuore che batteva all’impazzata. Scrollò lentamente la testa e sospirò:
“Non lo so; parlare di sacrificarsi per il nostro Imperatore è una cosa, trovarsi a guardare in viso la morte ed accettarla è tutto un altro dire. Sicuramente non sono un vile, ma non ho mai messo così duramente alla prova il mio coraggio”.
Il generale lo guardava fisso negli occhi, ed ecco che lentamente un sorriso si formò sul volto del più alto ufficiale dell’imperial regio esercito austro ungarico.
Il suo sguardo divenne quasi paterno al di sopra degli enormi baffi; poi disse:
“È proprio il tipo di risposta che mi aspettavo; lei sta dimostrando tutto l’acume e la nobiltà d’animo del suo povero padre e l’onestà di sua madre. I suoi genitori sarebbero orgogliosi di lei”.
Il volto del giovane, al pensiero dei genitori, si rabbuiò immediatamente; il padre, capitano di un reggimento di cavalleria, era morto in uno dei primissimi scontri sul fronte serbo e la madre si era in breve talmente consumata dal dolore della perdita che aveva raggiunto il marito nel dicembre dello stesso infausto 1914.
Il generale si riscosse immediatamente da una punta di commozione che l’aveva colpito e riprese:
“E quali sono i suoi sentimenti nei confronti dell’Italia?”
Lui si irrigidì. Percepiva un rischio potenziale nella sua risposta, ma decise di rimanere onesto fino in fondo e rispose con tutta la sincerità di cui era capace:
“Lei sa benissimo, signor generale, che mia madre era una patrizia veneta di origini e sentimenti italianissimi, e che il mio stesso padre, benché nobile dell’impero, non abbia mai fatto mistero delle sue simpatie per il regno dei Savoia, anzi sempre ritenne che alcuni territori dell’Impero, italiani per schiatta e storia, avrebbero dovuto tornare all’Italia. Detto questo, però, la mia patria è l’Austria, ed il mio re è l’imperatore Francesco Giuseppe. Su questo non ho né dubbi né incertezza.”
Il generale lo squadrò con aria severa poi soggiunse:
“È proprio sicuro di ciò? È certo che i suoi sentimenti di vicinanza con l’Italia con gli italiani non potrebbero offuscare la sua fedeltà alla sua vera patria?”
“Penso proprio di no - replicò lui con concitazione - mi sono arruolato volontario nonostante la mia giovane età proprio per continuare l’opera del mio povero padre e per la grandezza del nostro Imperatore!”.
Poi con più calma riprese:
“E poi, dove è il problema? L’Italia è neutrale e sono sicuro che il Barone von Jagow, il ministro degli esteri, saprà offrire ai Savoia quanto necessario per garantirci la loro neutralità per tutta la durata della guerra”. E guardò negli occhi l’anziano generale.
“Speriamo - sbottò Conrad - il conte von Bulow, ex cancelliere, è partito come ambasciatore a Roma già dal 17 dicembre dello scorso anno con il Trentino e Trento in valigia, per così dire, come pegno di pace e di neutralità, anche se Jagow non vorrebbe cedere così facilmente. D’altra parte, la moglie del nuovo ambasciatore a Roma è italiana, e si spera possa fornire l’influenza necessaria”. Il generale si soffermò un attimo come soprapensiero poi sbottò: “Ma io non mi fido! Quei cani traditori ci hanno già impedito due anni fa di dare alla Serbia la lezione che si meritava e non vedono l’ora di pugnalarci alla schiena! Quei maledetti infidi… l’Imperatore doveva darmi retta, dovevamo sistemare quei vili, mentre erano impegnati a far la guerra ai turchi in Africa, altro che coprirgli le spalle. Avevamo avuto l’occasione giusta, dopo uno dei tanti terremoti che hanno colpito come una giusta punizione divina quel regno di miscredenti che hanno osato privare il Santo Padre del suo divino Regno, ma l’Imperatore non mi ha voluto dare retta, e ora ci ritroviamo con due milioni di soldati che si stanno preparando alle nostre spalle.”
Si fermò e sembrava frenare a stento una furia e un odio incontenibili.
Riprese con più calma:
“Non pretendo che lei condivida il mio odio per l’Italia e gli italiani, ma esigo che lei condivida il mio amore per la patria e per l’Imperatore. Sto per parlarle della missione che, se ha il coraggio di affrontarla, intendo affidare al suo coraggio e alla sua fede”.
Il giovane guardò dal basso verso l’alto l’anziano generale che, sbollita la furia, sembrava quasi implorarlo. Si chiedeva quale tipo di missione fosse così delicata ed importante e contemporaneamente dovesse essere affidata ad un alfiere diciottenne.
Possibile che in tutta la duplice monarchia non fossero disponibili valenti ufficiali più indicati di lui per compiere un incarico di tale importanza? La sua esperienza militare era pressoché nulla se si escludevano i pochi mesi in cui aveva frequentato la scuola allievi ufficiali. Eppure il prescelto era lui: che diavolo di compito lo aspettava?
Con la testa piena di tutti questi dubbi che si accavallavano come onde di tempesta, lentamente, si alzò in piedi, si mise sull’attenti e, con la voce tremante, disse:
“Generale, non so che missione Ella voglia affidarmi, né se le mie povere capacità siano in grado di permettermi di compierla. Purtuttavia pongo tutta la mia persona ed il mio spirito ai suoi ordini: mi offro volontario”.
L’anziano generale, a quelle parole, sembrò quasi commuoversi. Quindi, inaspettatamente si irrigidì nel saluto e disse:
“Accetto la sua offerta; adesso le spiegherò gli scopi ed i metodi della sua missione”.
Riprese immediatamente l’aspetto solenne del capo di stato maggiore, si sedette alla scrivania e solennemente aprì un fascicolo. Sulla copertina spiccava solamente un’intestazione: Gambetto di regina.
“Questo è il nome dell’operazione - iniziò il generale - ed è anche il nome del codice segretissimo che lei userà per comunicare con noi”.
Si fermò un attimo e soggiunse: “Sempre sicuro di volersi offrire? È ancora in tempo, non le ho rivelato nulla, ma, quando avrò iniziato a spiegarle i dettagli, lei non potrà più tirarsi indietro.”
Il giovane marchese Leopold de la Perouse guardò negli occhi il generale:
“Continui - disse - ho deciso e non tornerò indietro. Il mio casato non sarà mai tacciato di viltà!”.
“Bene - riprese il generale - ecco intanto il suo metodo di comunicazione; lei gioca a scacchi?”
“Certamente”.
“Allora conoscerà di sicuro la notazione che si usa per registrare le partite: ogni casella è definita da una lettera e da un numero, come il giuoco che i fanciulli chiamano ‘battaglia navale’”.
“Sì, generale: in orizzontale, da sinistra a destra si pongono le lettere dell’alfabeto dalla A alla H, mentre in verticale i numeri dall’1 all’8, cosicché ogni casella è definita da una lettera ed un numero: la prima in basso a sinistra è A1 e l’ultima in alto a destra è H8”.
“Perfetto, allora noi le forniremo un piccolo prontuario in cui c’è una diretta corrispondenza tra alcune caselle degli scacchi e le lettere dell’alfabeto; quando lei vorrà comunicare con noi non dovrà fare altro che mandare una lettera ad un indirizzo di Berna con nascosto all’interno della busta uno schema degli scacchi che riporta il messaggio. Il nostro collaboratore, che è uno stimatissimo diplomatico di uno stato neutrale, provvederà a re-inviare il messaggio direttamente al comando supremo”.
“Ma - interruppe il giovane - non è un sistema troppo semplice da intuire? Gli schemi non potranno riprodurre una vera partita e qualunque giocatore se ne accorgerebbe.”
“È quello a cui abbiamo pensato; le mosse infatti verranno scritte con succo di limone e poi lei, sopra, scriverà a matita le sue lettera. Il nostro agente cancellerà la matita e esporrà il foglio ai vapori di ammoniaca per rivelare lo scritto.”
“Allora, penso che la mia missione si svolgerà in un posto dove è assai facile trovare dei limoni”, osservò acutamente il giovane, ormai già compreso nella parte della spia.
Il generale sorrise sotto i baffi e continuò:
“Infatti, lei domani verrà congedato dall’esercito a causa di una ingiusta accusa, che verrà smontata appena lei avrà varcato il confine. Si recherà in Italia e là, se dovesse scoppiare la guerra, si arruolerà, cercando di raggiungere posizioni che le permettano di avere notizie ed informazioni da comunicarci. Abbiamo le nostre ragioni per credere che già molti cosiddetti irredenti siano pronti ad arruolarsi come traditori della loro patria nelle file del nemico. Questi, giustamente, userà delle loro conoscenze per procurarsi informazioni di ogni genere, dal nostro ordine di battaglia agli apprestamenti difensivi. Il suo compito è mescolarsi a queste canaglie, fare il loro gioco e fornire a noi tutte le informazioni che potrà procurarsi. Non si esponga, a noi serve che lei resti vivo il più a lungo possibile.”
“Le chiedo solo un favore, signor generale - riprese Leopold -che il mio nome ed il mio casato non vengano associati ad alcuna accusa infamante. Fosse possibile, preferirei venir congedato per infermità, piuttosto che per un delitto disonorevole.”
“Non è possibile: l’accusa le fornirà una sicura motivazione per potersi presentare come vittima della protervia asburgica. Le assicuro che, alla fine della guerra, il suo nome uscirà pulito da questa faccenda, anzi le verrà riconosciuto pieno merito per la sua missione.”
“Se così è, allora non vedo alcun motivo per oppormi: mi ritenga a sua disposizione fin da questo momento.”
“Bene - riprese il generale e, porgendo una busta aggiunse - qui vi sono i suoi ordini, il cifrario e una discreta somma in lire italiane; domani comparirà sui giornali la notizia delle accuse a suo carico e del suo congedo dall’esercito imperiale”.
“Sì, signor generale” .
“Fra due giorni lei passerà il confine tra il Trentino ed il Veneto; se non sbaglio ha ancora alcune proprietà a Padova e di là, una volta stabilita la sua base, potrà iniziare a farsi notare come patriota ed irredento. Le auguro buona fortuna!”.
Leopold salutò militarmente, fece dietrofront e uscì dalla stanza senza dire null’altro.
Camminò a lungo, ripensando agli avvenimenti della giornata e chiedendosi se sarebbe riuscito a portare a termine una missione tanto rischiosa. Poi, giunto al suo alloggio, si spogliò della giubba da aspirante ufficiale, si sedette sul letto e iniziò a studiare le istruzioni che il suo comandante in capo gli aveva dato. La cosa veramente incredibile era che di quella missione fossero a conoscenza unicamente due persone, il generale Conrad e lui. Lui avrebbe ricevuto direttamente tutti i dispacci, e gli ordini operativi gli sarebbero arrivati direttamente dal comandante in capo. “Meglio così - pensò - meno persone sanno e minore è il pericolo che qualcuno si lasci scappare qualche informazione”.
La prospettiva di una fucilazione alla schiena non lo attirava affatto.
Opera n°161359 di Liberodiscrivere