Silvano Morasso
La paga del sindacato

Titolo La paga del sindacato
Autore Silvano Morasso
Genere Narrativa - Memoria del Territorio      
Pubblicata il 17/04/2012
Visite 5506
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Il libro si libera  N.  123
ISBN 9788873883852
Pagine 322
Prezzo Libro 20,00 € PayPal

Essere il figlio di un proletario che, per coscienza e capacità, diventa un capo riconosciuto, un dirigente sindacale di livello provinciale (e poi nazionale), proveniente dall'esemplare realtà sociale della Val Polcevera, nella dura e al tempo stesso trasparente condizione di classe della Genova degli anni '50. Crescere in una famiglia tanto sobria quanto sensibile a tutti i valori della solidarietà, dell'aspirazione civile e morale verso una società diversa che erano i principi alla luce dei quali venivano educati tanti 'figli' della classe operaia (in consonanza e anche con differenze profonde rispetto ai precetti pur sempre dominanti della cultura impartita dalle parrocchie cattoliche). E al tempo stesso aderire sempre più intensamente, in modo biologico ed esistenziale, all'età della propria infanzia, poi dell'adolescenza e infine alla stagione della maturità personale, secondo il naturale percorso fatto di relazioni, aspirazioni, pulsioni e passionalità celate ma, via via, sempre più manifeste e infine realizzate o almeno vissute nella quotidianità. C'è in questo scritto di Silvano Morasso quasi un profilo paradigmatico della testimonianza che molti altri, oggi quasi settantenni, avrebbero potuto ricostruire e offrire al lettore, anche per non disperdere la memoria delle molte cose che appartengono a quella generazione. Con qualche implicito rischio di scegliere il tono nostalgico, o per contro il richiamo al rigorismo operaio o infine il moralismo del rimpianto di fronte ad un presente spesso letto solo in chiave di delusione e disgusto. Ma qui l'autore –servendosi di una sana coscienza di autodidatta dalle buone letture– non solo evita tutti gli 'scogli' appena richiamati, ma adottando la freschezza di uno stile narrativo originale e anche spregiudicato, ci offre un lungo racconto di intensa partecipazione umana che accenderà molte emozioni in chi potrà riconoscersi in tanti passaggi di questa storia (per esserci stato), ma forse svelerà anche a qualche giovane sensibile alla conoscenza del passato, molto materiale utile per comprendere come sono andate tante cose e come si è giunti anche ai giorni che viviamo.”

Silvio Ferrari

INTRODUZIONE

La storia inizia il 25 aprile. Questa data simbolo ha segnato la vita di mia madre, di mio padre, di mio fratello e anche la mia, un bimbo che il 25 aprile dell’anno precedente stava ancora nella pancia della mamma.

Da quando ho imparato a distinguere il bianco dal rosso e il mare dal cielo, la festa di aprile ogni volta mi apre il cuore.

La festa della liberazione è come fosse ieri; invece è già passata una vita intera.

Quando mi sovvengono i tratti più cari del mio essere stato uomo, il 25 aprile è il ricordo a cui mi sento legato come la tartaruga al suo guscio; non mi riesce di pensare il mio paese senza il 25 aprile: non ne sono capace.

Il 25 aprile del 1945 nasce la nuova Italia.

La libertà per tutti: di parola, di voto, di fare tutto quello che la comunità di uomini liberi non ritiene di danno per la comunità stessa e per gli altri, donne e uomini che siano.

La democrazia: vera, tangibile, per tutti.

Democrazia di cui tutti, proprio tutti, potranno finalmente godere.

Di certo i problemi non mancavano: non erano pochi, erano tutti importanti.

Non poteva essere altrimenti, dopo una guerra lunga cinque anni, dopo i distruttivi bombardamenti alleati, dopo un anno e mezzo di guerra civile.

E la gioventù, che si era vista rubare un lustro della propria giovinezza, la gioventù che aveva riscattato la propria ragione d’essere col sangue dei tanti giovani sparso per i monti e i paesi dell’Italia, contro e a dispetto di un’altra gioventù, che un malinteso senso dell’onore al riparo dell’ombrello nazista aveva fatto affondare nelle paludi imputridite dell’armata repubblichina, aveva ripreso a camminare: a testa alta, fiera del suo essere la nuova libertà dell’Italia in cammino.

Perché il 25 aprile è stata guerra di popolo: la prima volta nella storia d’Italia.

Un’armata di duecentomila uomini e donne - a tanto ammontavano i combattenti della libertà il 25 aprile: operai, impiegati, contadini, giovani renitenti alla leva fascista - si è messa in cammino fra i monti, le valli e i paesi d’Italia, dopo l’ignominia dell’8 settembre, e non si è più fermata.

Socialisti, cattolici, comunisti, liberali, repubblicani, azionisti: un mondo di libertà si è costruito un futuro di libertà, trascinandosi dietro donne e uomini di un paese stanco di guerre. 

Per la prima volta, nella storia di sempre, a una guerra spaventosa sarebbe seguito, sì, l’immancabile dopoguerra, peggio ancora della guerra, ma anche un domani di democrazia e di libertà.

Tanti hanno combattuto, tanti hanno partecipato: tutti hanno vinto. In qualche modo ho vinto anch’io.

Vi racconto allora il mio 25 aprile, quello di un bimbo venuto alla luce dieci mesi prima.

“Fischia il vento, infuria la bufera, scarpe rotte, eppure bisogna andare a conquistare la rossa primavera, dove sorge il sole dell’avvenire…”

 

Bolzaneto è un paese di quindicimila anime, adagiato lungo il corso del Polcevera, fra la bella collina di Murta, che sta sulla sponda destra, e s’inerpica fino a duecento metri di altezza, e i non meno ameni contrafforti di Brasile e Geminiano, che stanno invece sulla sponda sinistra. 

Già sede di comune a suo tempo, nel 1926 fu accorpato alla città di Genova, dal cui centro dista dieci chilometri. Tutte quante le municipalità della valle e i comuni lungo la costa litoranea, da Voltri a Nervi, vennero così a formare un’unica municipalità, che con un poco di enfasi venne chiamata ‘Grande Genova’.

Al principio degli anni cinquanta Bolzaneto era una delegazione cittadina, popolata di operai, impiegati, bottegai, artigiani: una realtà economica industriale affermatasi agli inizi del Novecento e in profonda ristrutturazione in quegli anni.

Socialmente povera come l’Italia del dopoguerra, presentava un tessuto industriale abbastanza diffuso: le vecchie ferriere del conte Bruzzo ancora attive, le nascenti raffinerie di petrolio a San Biagio in espansione, un nuovo stabilimento di refrattari in costruzione. Non lontano, a Teglia, c’erano la Mira Lanza, la San Giorgio e, infine, a Genova, c’era il porto.

Questo insieme di industrie ancora vitale e produttivo, si presentava tuttavia vecchio, obsoleto dal punto di vista delle tecnologie impiegate e, in una certa misura, pure antieconomico. 

 

Il vissuto di ognuno è quantomeno doppio.

Il proprio vissuto, innanzitutto; la vita trascorsa come l’hanno veduta i nostri occhi, il trambusto che ha colpito le nostre orecchie, i profumi che hanno ammaliato le nostre fantasie, i dolori e le gioie da cui ci siamo fatti tramortire, il piacere che proprio non si può esportare.

Poi c’è il vissuto degli altri, che è parte del nostro vissuto per mezzo delle parole che si sono tramandate, delle cose che gli altri ci hanno insegnato, per finire col linguaggio dei libri e dei giornali che abbiamo letto.

Del vissuto proprio e di quello che hanno vissuto gli altri in sim-

biosi con noi stessi è quanto si va a raccontare; se il lettore avrà la bontà di proseguire nella lettura: conoscerà il principio, il divenire e, per ultima, la conclusione dei fatti.

 

 

I - DOPO LA GUERRA

I. I

 

Quelli del dopoguerra sono sempre anni difficili, per i popoli dei paesi che la guerra l’hanno vinta e per i popoli dei paesi che la guerra l’hanno perduta: si piangono i morti, si compiangono i vivi.

In ogni dopoguerra manca tutto: il cibo scarseggia, l’acqua bisogna andarsela a trovare; non ci sono soldi, si è fortunati se la casa è ancora in piedi.

Tuttavia, dopo, la vita riprende: non suonano più le sirene degli allarmi, non si ha più paura dei repubblichini che vengono a bussare alla tua porta, si smette per sempre l’incubo di una cartolina che potrebbe mandare qualcuno di famiglia a combattere chissà dove per la Patria.

E si aspetta: il figlio che torna dal fronte, il marito che ti ha lasciato per andare a combattere per la gloria della patria, il momento più opportuno per regolare i conti del passato. Perché qualche conto si aveva pure da regolare; basta pensare che i vincitori di oggi, ovvero gli sconfitti di ieri, erano gli stessi su cui i vincitori di ieri avevano infierito. 

In Francia, come in Italia, la memoria della storia non si è fermata al ricordo del presente: nessuno ha voluto e potuto dimenticare

quanto era stato ieri. Non si è dimenticato chi, in nome di un ritorno alle cose normali della vita, aveva abbandonato la via maestra dei valori della Patria per governare nel nome degli occupanti, come a Vichy per l’appunto.

Così è stato in Italia.

Non si sono dimenticate le bastonature degli anni venti delle squadracce fasciste e nemmeno le atrocità dei repubblichini di Salò, che in nome della salvaguardia del fascismo mussoliniano si schierarono dalla parte degli invasori, nell’illusione che un passato di dissennata cultura di morte si protraesse oltre il nuovo che avanzava.

Fa parte della storia, è la storia stessa: dopo ogni guerra c’è sempre qualcuno che ha da rivendicare torti subiti. Parimenti ci sono altri cui avrebbe fatto comodo che il tempo avesse seppellito questo passato, come ricordi che più non tornano in vita.

Non fu così, non è stato così, e ci sarebbe da stupirsi se fosse stato così; perché le angherie che si sono subite, l’ignominia di una guerra perduta, le migliaia di cittadini mandati a morire nel freddo crudele dell’inverno russo con le scarpe di cartone ai piedi, non erano acqua passata sotto i ponti. Erano carne della nostra carne, e non potevano essere dimenticati.

Nella Francia Repubblicana del dopo Vichy capitava quanto ci racconta Simone de Beauvoir:

«La porta di una carrozza ferroviaria d’improvviso si aprì, e un signore distinto ne venne catapultato fuori. L’indomani il corpo stritolato dalle ruote del treno fu ritrovato così, per caso, lungo la ferrovia.»

I giornali titolarono che il signor Lambert, già investigato per i suoi trascorsi con personaggi di Vichy e assolto in sede giudiziaria, era stato ritrovato morto lungo la scarpata della ferrovia: 

«La polizia non sa spiegarsi l’accaduto.»

Era successo e tanto bastava: il resto chi avesse voluto lo avrebbe trovato nelle scarse note del cronista di turno.

Lo stesso era accaduto in Italia.

Da noi invece è spuntato fuori chi, più realista del re, delle note di un cronista non si è accontentato e ha preso a investigare.

Anche le vendette fanno parte del panorama del dopoguerra. Lo si sa da sempre, lo sanno quasi tutti: è la ragione di ogni dopoguerra. Qualcuno bussa alla porta perché ha dei conti da regolare; se quel qualcuno sei tu, non domandarti per chi bussa: bussa per te.

Chi ha dimenticato, o lo ha fatto per interessi oscuri o semplicemente per i propri guadagni di bottega.

Si tornava a vivere: questa è la forza che viene agli uomini dalla speranza che la vita sta per ricominciare.

E questa gioia di vivere deflagrò in quella parte di umanità che era la gioventù, la via di mezzo fra l’adolescenza e l’età adulta; è una stagione sempre troppo breve e ancora più breve lo fu per una generazione che la guerra aveva travolto, defraudandola di tutte le illusioni che l’attesa del futuro sempre si trascina appresso. I sogni innanzitutto, prima che questi si trasformino nella quotidianità, che diventino vita vissuta, responsabilità da cui non si può fuggire; perché il domani, fino a quando il domani non sia tale, lo si può dipingere dei colori che ci sono più cari. 

In quel dopoguerra di miserie e distruzioni, di lutti e cibo che non si trovava, erano rinate le speranze in un futuro che si credeva migliore.

La fine della guerra di liberazione si era portata dietro il vento della rinascita, aspettative più profonde di quanto possa apparire a chi si affida alle sole testimonianze documentali e ignora il sentire comune di chi ogni giorno si affanna a costruire la propria giornata.

La gioventù di Bolzaneto provava a ritrovare se stessa: in ogni dove ogni momento era propizio per fare festa. Nella Fratellanza, come nella Società Cattolica, al circolo di Murta come a Geminiano, tutte le occasioni erano buone per ballare; le solite mazurke o i nuovi ritmi, come il boogie-boogie di cui l’esercito americano aveva inondato l’Europa: tutto quanto veniva a fagiolo.

Anche mio fratello aveva ricominciato a vivere la vita di tutti i bambini, così come l’intera mia famiglia; finalmente era scemata una volta per tutte la paura che ogni giorno, per diciotto lunghi mesi, l’aveva tenuta prigioniera: 

«L’hanno portato via, non sappiamo dove.» 

Il bambino che non vede papà da giorni, si affanna a chiedere. «Starà lontano un po’ di tempo», gli dice la zia: pietose bugie che si raccontano per non angustiare l’animo dei piccoli con la cruda verità, che la vita, sfortunati noi, a volte ci riserva.

Erano stati anni duri per tutti e non erano finiti, almeno per la mia famiglia.

 

Nel dopoguerra non si ricostruisce solo la vita degli individui: c’è da ricostruire la società, e devono intervenire gli uomini, o, per meglio, dire la politica degli uomini.

Anche un chilo di pane, per fare un esempio, deve costare lo stesso a Bolzaneto come a Molassana. Se l’acquedotto non funziona, si deve trovare chi è capace di aggiustarlo. Se c’è da raggiungere il centro della città, ci vogliono i mezzi di trasporto funzionanti, si deve fissare una tariffa che sia la stessa per tutti.

È la vita di ogni giorno, che ha bisogno di regole e di un’autorità che detti queste regole e le faccia rispettare.

L’Unità antifascista, che solo il realismo politico di Togliatti e il pragmatismo di De Gasperi avevano reso possibile, aveva cominciato a mostrare fin dal primo dopoguerra più di una crepa; vuoi per il sostanziale diniego delle forze alleate che avevano vinto la guerra a conferire incarichi di governo a organizzazioni politiche della sinistra, e dei comunisti in particolare; vuoi perché i contrari non possono stare insieme: è una banale regola della vita.

Le forze antifasciste nei primi anni del dopoguerra avevano saputo opporre resistenza a questo ostracismo nei confronti degli uomini della sinistra da parte delle classi dirigenti, per lo meno ai massimi livelli del governo del paese. Lo stesso non era avvenuto per i coloro che costituiscono la struttura dello stato, vale a dire i ministeri, le forze di polizia, la magistratura. Qui si procedette a una lenta e sistematica epurazione di tutti i funzionari e di tutti i quadri direttivi che nella lotta di liberazione nazionale avevano avuto un ruolo, poco importava se di primo piano o soltanto di fiancheggiamento.

C’è una parola nel vocabolario della politica che sintetizza alla perfezione il divenire di questi processi: normalizzazione.

In quest’opera fu determinante il ruolo dei quadri dirigenti della Democrazia Cristiana; costoro furono anche lungimiranti, perché non si limitarono alla ricostituzione di un’organizzazione statuale, imbarcando i vecchi dirigenti della burocrazia monarco-fascista, ma riordinarono l’establishement della grande borghesia industriale e agricola.

Sul piano sindacale si pensò a una diversa organizzazione delle forze lavoratrici attraverso lo smantellamento di quella che fino ad allora era stata l’organizzazione unitaria, anche se, per la fine dell’Unità sindacale, si dovrà aspettare il 1948.

 

Negli anni che vanno dall’immediato dopoguerra alle elezioni dell’aprile 1948, si consumò in Italia, nelle città e nelle campagne del sud, lo scontro politico fra destra e sinistra, che disegnò in soli tre anni l’architettura politico e sociale di quella che sarebbe stata l’Italia nel cinquantennio a venire.

Che a trionfare sia stato il disegno della destra, raccolto allora a livello di rappresentanza politica dalla Democrazia Cristiana, un partito sostanzialmente interclassista, portatore cioè di interessi in cui si riconobbero larghe forze delle classi lavoratrici, ha fatto dire agli storici della politica italiana, e anche a molti esponenti delle forze politiche della sinistra, che fu la vittoria della libertà. Era stato invece sconfitto il totalitarismo, ancora in divenire, ma che avrebbe conseguito esiti negativi da lì a qualche anno nell’Europa governata dai comunisti.

È facile dire del mondo di ieri con gli occhi dell’oggi: 

«Se sapevo non avrei venuto»: mi sembra recitasse così il protagonista de ‘La Guerra dei bottoni’, un film per ragazzi degli anni sessanta. E’ sempre la stessa storia, la storia del giorno dopo, quando gli altri sono stati chiamati a giudicare quello che si era fatto il giorno prima. 

Da comunista che è stato educato al rispetto degli altri, di tutte le idee e credenze religiose, da comunista che è cresciuto nella fede assoluta dei valori della democrazia, mi chiedo perché si debbano dare per scontate verità reali o verità presunte relativamente a fatti mai accaduti; mi chiedo altresì se non sia altrettanto legittimo ipotizzare, a fronte del nulla, il contrario del nulla.

Perché nel 1948 non poteva essere meglio un governo delle sinistre anziché un governo della Democrazia Cristiana?

Perché non poteva avvenire che nella Sicilia dei grandi proprietari terrieri una vittoria delle forze di sinistra liberasse per sempre le terre del Sud Italia dall’improduttività del latifondo e magari anche dai gangli mortali di tutte le mafie?

Perché il buon governo della cooperazione nelle regioni rosse d’Italia non si sarebbe potuto estendere a tutto il paese?

Perché Stalin non lo avrebbe permesso?

O non lo avrebbero permesso gli anglo-americani?

 

La guerra moderna è morte e distruzione, non distingue fra chi combatte e chi, inerme, cerca un inutile rifugio alle proprie pene senza fine.

Ma quando i tamburi della guerra cominciano a rullare, quando ancora la guerra è un sì e un no al tavolo della diplomazia, ebbene la guerra allora significa maggiore produzione, nuovi salari, grande ricchezza per i guerrafondai che per altro si sentono al sicuro.

Per la guerra serve acciaio per i cannoni, carbone per fare produrre le fabbriche e benzina per fare camminare le macchine che fanno la guerra. 

A Genova già negli anni che avevano preceduto la grande guerra c’erano i cantieri navali, il porto, le industrie dell’acciaio, come la SIAC, come l’ILVA e come le ferriere Bruzzo, e c’erano le industrie metalmeccaniche, come la San Giorgio e l’Ansaldo. 

E c’era lavoro, tanto lavoro; non si contarono a quel tempo i piemontesi del basso Piemonte che avevano abbandonato l’incerto pane del bracciante agricolo per un salario ben più sicuro e remunerato nell’industria. Quei foresti si erano trasferiti con la famiglia e si erano insediati nelle periferie della città: a Sestri Ponente e a Sampierdarena, ma anche a Bolzaneto, dove il lavoro nello stabilimento allora permetteva di trovare un alloggio e sembrava garantire un futuro migliore del lavoro nella campagna del tempo.

E non fu da meno la vigilia della guerra fascista.

I fasti che l’industria della guerra fascista aveva alimentato durarono il tempo di capire come la lotta armata non riguardasse solo l’Africa, la penisola Balcanica o le rive del Don, ma avesse coinvolto anche la città, il porto, le fabbriche.

Genova fu bombardata dal mare e dall’aria. La sua industria fu messa in ginocchio dagli attacchi degli alleati, dallo smantellamento dei macchinari dell’industria, scientemente messo a punto dagli occupanti nazisti e dai repubblichini. 

Alla fine della guerra ebbe inizio la ricostruzione dell’Italia: si cominciò con la ristrutturazione del sistema produttivo del Nord del paese, a partire dal triangolo industriale che comprendeva le città di Milano, Torino e Genova.

Come gran parte delle città industriali d’Italia, Genova si venne a trovare con un apparato produttivo, un tempo di prim’ordine, da ricostruire e doveva inventarsi il futuro: gli imprenditori erano incerti sul da farsi, mentre il movimento operaio spingeva per una ripresa più facile in teoria che in realtà, e la forza della classe operaia genovese faceva paura al padronato.

Così, un po’ per convinzione della parte più aperta alle istanze sociali della Democrazia Cristiana, un po’ per semplice convenienza politica, venne a costituirsi una sorta di patto sociale, una tregua in attesa di capire quali sarebbero stati gli sviluppi futuri. 

A grandi linee fu questo il dopoguerra dell’industria genovese: a gran parte della proprietà industriale in mani private si sostituì lo Stato di tutti, quello Stato che nei tempi di guerra aveva lavorato come mai prima di allora.

Genova diventò la capitale del sistema produttivo che lo Stato aveva messo in piedi l’indomani della crisi del 1933, l’IRI appunto, l’Istituto per la Ricostruzione Industriale.

Non si può valutare l’azione delle classi dirigenti del tempo - come ha fatto buona parte della politica della sinistra negli anni cinquanta, e, perché no, come fa ancora oggi anche la storiografia di matrice marxista, un insieme di decisioni intese a fare pagare l’intero prezzo del progresso alle sole avanguardie operaie.

Una visione settaria e parziale delle scelte di allora ha disconosciuto come l’azione delle classi dirigenti fosse invece proiettata verso una riorganizzazione complessiva dell’apparato industriale italiano, che avrebbe dovuto collocarlo al livello dei paesi di più antica e solida tradizione commerciale, per intenderci verso nuove produzioni capaci di rispondere alla domanda di beni che di certo la crescita economica del paese avrebbe richiesto.

In quest’ottica, lasciare le cose come si trovavano alla fine della guerra, voleva dire perdere il treno della crescita economica; anche la ricostruzione del dov’era e com’era, riproposta dalla CGIL, sarebbe stato uno sperpero di quattrini, una risposta insufficiente alla domanda di nuove merci che il progresso economico avrebbe preteso.

La più significativa iniziativa industriale del dopoguerra genovese si articolò sostanzialmente su due fronti.

Il primo fu l’acciaio, che già poteva vantare la presenza di un’azienda relativamente avanzata sul piano tecnologico, come la SIAC di Campi a Genova Cornigliano, e di due altre aziende, l’ILVA e le ferriere Bruzzo, entrambe dislocate a Bolzaneto, in cui l’acciaio veniva lavorato con tecniche obsolete e dispendiose.

Il secondo fronte su cui si andò a operare, più come risposta spontanea degli spiriti del libero capitale alle nuove domande di beni, che non come preordinato disegno industriale, fu la raffinazione dei prodotti petroliferi, già presente con le vecchie lavorazioni della distillazione della benzina a San Quirico: nacquero così dapprima la fabbrica Chimicabella e successivamente, ad opera della famiglia Garrone, una raffineria moderna impiantata alla fine degli anni cinquanta sulla collina di San Biagio, fra le più grandi d’Italia. Valutando oggi i fatti di ieri, si capisce perché allora ci si rivolse alla produzione dell’acciaio e del petrolio, settori che oggi definiremmo devastanti sul piano ambientale: era la prima risposta alla domanda che la crescita economica del paese avrebbe prodotto in un futuro prossimo venturo, le automobili e gli elettrodomestici. 

L’azione delle classi dirigenti del tempo non fu solo e semplicemente annientare il vecchio apparato produttivo, come ritorsione nei confronti di una classe operaia politicizzata a sinistra: fu un disegno di progresso economico in rotta con le scelte della parte avversa.

E anche questo non fu compreso dalla sinistra del tempo, e forse nemmeno dalla sinistra di oggi. 

 

Essere il figlio di un proletario che, per coscienza e capacità, diventa un capo riconosciuto, un dirigente sindacale di livello provinciale (e poi nazionale), proveniente dall'esemplare realtà sociale della Val Polcevera, nella dura e al tempo stesso trasparente condizione di classe della Genova degli anni '50. Crescere in una famiglia tanto sobria quanto sensibile a tutti i valori della solidarietà, dell'aspirazione civile e morale verso una società diversa che erano i principi alla luce dei quali venivano educati tanti 'figli' della classe operaia (in consonanza e anche con differenze profonde rispetto ai precetti pur sempre dominanti della cultura impartita dalle parrocchie cattoliche). E al tempo stesso aderire sempre più intensamente, in modo biologico ed esistenziale, all'età della propria infanzia, poi dell'adolescenza e infine alla stagione della maturità personale, secondo il naturale percorso fatto di relazioni, aspirazioni, pulsioni e passionalità celate ma, via via, sempre più manifeste e infine realizzate o almeno vissute nella quotidianità. C'è in questo scritto di Silvano Morasso quasi un profilo paradigmatico della testimonianza che molti altri, oggi quasi settantenni, avrebbero potuto ricostruire e offrire al lettore, anche per non disperdere la memoria delle molte cose che appartengono a quella generazione. Con qualche implicito rischio di scegliere il tono nostalgico, o per contro il richiamo al rigorismo operaio o infine il moralismo del rimpianto di fronte ad un presente spesso letto solo in chiave di delusione e disgusto. Ma qui l'autore –servendosi di una sana coscienza di autodidatta dalle buone letture– non solo evita tutti gli 'scogli' appena richiamati, ma adottando la freschezza di uno stile narrativo originale e anche spregiudicato, ci offre un lungo racconto di intensa partecipazione umana che accenderà molte emozioni in chi potrà riconoscersi in tanti passaggi di questa storia (per esserci stato), ma forse svelerà anche a qualche giovane sensibile alla conoscenza del passato, molto materiale utile per comprendere come sono andate tante cose e come si è giunti anche ai giorni che viviamo.”

Silvio Ferrari

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